1. Capitalismo
di Michael R. Krätke
1. Il capitalismo e la sua storia.
Oggi Marx gode, a livello mondiale, della fama di ineguagliato teorico del capitalismo e di suo critico più acuto. Il termine stesso, tuttavia, appare raramente nei suoi scritti. I socialisti francesi lo usavano già negli anni quaranta e cinquanta dell’Ottocento, ma solo per indicare alcuni aspetti di ciò che ora intenderemmo con capitalismo. Quando Pierre Leroux (1797-1871) parlava del capitalismo nel suo opuscolo contro l’economia politica Malthus e gli economisti, o ci saranno sempre persone povere?, stava mettendo in luce il potere senza precedenti dei capitalisti nei tempi moderni, e, più specificamente, degli industriali1. Louis Blanc (1811-1882) impiegò occasionalmente il termine in varie edizioni del suo libro L’organizzazione del lavoro, riferendosi all’«appropriazione del capitale da parte di alcuni ad esclusione di altri»2. E Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), nel suo L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, aveva in mente la stessa cosa quando sottolineò il potere dei capitalisti nel mercato immobiliare parigino3.
In Germania un fervente critico dell’economia politica classica fu Johann Karl Rodbertus (1805-1875), che parlò per la prima volta del «capitalismo» come di un «sistema sociale»4. Albert Schäffle (1831-1903), professore di economia politica liberal-conservatore e uno dei primi «socialisti della cattedra» [Kathedersozialisten], fu il primo a contrapporre il capitalismo al socialismo nel titolo di un libro: Capitalismo e socialismo. Alludendo a Marx, egli ammise che i socialisti avevano ragione: «l’economia attuale è caratterizzata dal modo di produzione capitalistico», cioè dall’egemonia del «capitalismo»5.
Gli economisti politici dell’epoca classica, come Adam Smith (1723-1790) e David Ricardo (1772-1823), conoscevano da tempo i termini «capitale» e «capitalista» ma non «capitalismo».
Marx stesso ha usato la parola non più di cinque volte e di sfuggita, e solo nei manoscritti rimasti inediti durante la sua vita. Nei Manoscritti del 1861-1863, il termine capitalismo compare solo una volta, in un contesto in cui potrebbe significare tanto la spinta illimitata dei capitalisti ad arricchirsi e aumentare il capitale, quanto l’intero processo di accumulazione del capitale6. Nella sua prima stesura del Libro secondo del Capitale, composta nel 1865, Marx scrisse della «spinta del capitalismo» [Trieb des Kapitalismus] e sottolineò che esso «si sviluppa completamente solo sulla base di questo modo di produzione [capitalista]»7. È chiaro cosa intendesse con ciò: la spinta del capitalismo non è altro che la propensione dei capitalisti ad accumulare capitale oltre ogni limite invece di consumare la propria ricchezza e godersi i profitti delle proprie attività imprenditoriali; è un impulso alla creazione di quantità di capitale sempre più grandi, per espandere la scala di produzione e aumentare la produttività del lavoro e, potenzialmente, per determinare la sempre maggiore «sovrapproduzione» di merci8. In un’ulteriore nota scritta nel 1877, che Friedrich Engels (1820-1895) incorporò nella sua edizione del Libro secondo del Capitale, Marx usò nuovamente il termine capitalismo in modo equivoco, riferendosi ora alla «produzione capitalistica», ora al «motivo propulsore» dei capitalisti verso l’arricchimento, ora all’accumulo in contrapposizione al «godimento»9.
Nel 1875, nel contesto completamente diverso del suo Estratti e commenti critici a «Stato e anarchia» di Bakunin, Marx usò il termine «capitalismo» nel senso oggi familiare, come espressione abbreviata di «modo di produzione capitalistico»10, ed è così che ha continuato a definire l’economia moderna fino alla sua morte. Nella lettera agli editori della rivista russa «Otečestvennye Zapiski», scritta nel 1877 ma pubblicata da Engels solo dopo la morte di Marx, egli cercò di correggere la lettura del capitolo sull’accumulazione primitiva nel Libro primo del Capitale adottata da alcuni suoi seguaci russi. In questo capitolo non aveva offerto altro che uno «schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale», e ora si difendeva da un critico che voleva trasformare questo schizzo in una «teoria storico-filosofica della marcia generale»11. Nelle bozze della lettera alla socialista russa Vera Zasulič (1851-1919), scritta nel 1881, egli parlava di «sistema capitalistico» (come faceva incidentalmente nell’edizione francese e nella seconda edizione tedesca del Libro primo del Capitale) ma non di capitalismo12.
È facile capire perché Marx considerasse il termine «capitalismo» corrotto dal suo uso in un senso prevalentemente moralizzante che dava conto solo di determinati aspetti del sistema economico. L’obiettivo che egli si prefiggeva era quello di identificare e spiegare i fondamenti, gli elementi di base e i processi centrali del modo di produzione capitalistico. Non contento di evidenziare o condannare alcuni degli aspetti più rilevanti della moderna economia industriale, Marx voleva analizzare la sua intera composizione o «struttura interna», le sue «leggi del movimento» e la sua logica di sviluppo. La sua teoria si prefiggeva di includere tanto il sistema capitalista nel suo complesso, quanto le sue singole componenti, rendendo possibile analizzare sia le origini sia lo sviluppo a lungo termine dell’economia e della società moderna (occidentale).
Nel mondo di lingua tedesca, fu Werner Sombart (1863-1941), nel suo libro Il capitalismo moderno, a conferire al termine «capitalismo» la dignità e il peso di un concetto accademico13. Egli stesso guardava con simpatia al lavoro di Marx e la sua opera suscitò un certo interesse nell’ambito accademico, oltre a contribuire in modo decisivo all’affermazione del termine nel linguaggio quotidiano. Sebbene la parola «capitalismo» fosse entrata nei dizionari francesi e tedeschi già negli anni sessanta e settanta dell’Ottocento, nel mondo anglofono fu presentata al pubblico con qualche resistenza solo durante gli anni ottanta14.
2. Capitalismo: che c’è in un nome?
Negli anni quaranta del XIX secolo, mentre prendeva confidenza con l’economia politica, Marx descrisse il suo oggetto di studio come il modo di produzione borghese, i rapporti di produzione borghesi o il modo di produzione della borghesia. Nei Grundrisse lo ha definito il «modo di produzione basato sul capitale», il modo di produzione «dominato dal capitale» o il «modo di produzione del capitale». Dal 1861 in avanti ha usato le espressioni «modo di produzione capitalista», «rapporti di produzione capitalistici» o, persino «produzione capitalista», come abbreviazione. Nel Libro primo del Capitale si riferiva parimenti al «modo di produzione capitalistico». Fin dall’incipit del primo capitolo, egli chiariva che il suo oggetto di studio non era solo l’economia capitalista, ma il più ampio quadro delle «società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico»15. Di conseguenza, si può scoprire e si scoprirà che nella sua analisi economica del capitalismo moderno Marx ha affrontato molto più che semplici «rapporti di produzione» o «rapporti di scambio». Egli si è concentrato e ha studiato le varie forme di prassi (o azione e interazione) – le varie forme di lavoro, le forme di scambio, le forme di organizzazione, le forme di concorrenza – nonché le diverse forme di pensiero che determinano le categorie fondamentali condivise dagli agenti pratici e dagli osservatori scientifici (gli economisti politici) che vivono nel contesto capitalistico. La sua teoria del capitalismo, come delineata nel Capitale e in altri scritti, ha un campo di applicazione più ampio di qualsiasi altra teoria economica: va ben oltre il semplice «modo di produzione» o i «rapporti di produzione» nel capitalismo, e travalica l’intero sistema economico. La struttura più ampia della moderna società «borghese», le relazioni sociali fra i suoi membri a livello di singola impresa, di famiglia o di mercato, i loro rapporti di dominio e di autorità, i loro conflitti e le loro lotte, i loro rapporti di cooperazione e di concorrenza: tutto ciò appartiene alla teoria generale del capitalismo che Marx aveva delineato. In effetti, la sua teoria critica del capitalismo è stata ispirata e informata dal programma di ricerca che aveva delineato insieme a Engels ne L’ideologia tedesca. In linea con quella che chiamavano la «concezione materialistica della storia», l’economia capitalista avrebbe inevitabilmente plasmato e pervaso la società moderna, creando un «regime capitalista» onnicomprensivo.
Per gli economisti classici, le grandi classi della società moderna (capitalisti, proprietari terrieri, lavoratori) erano pertanto un dato di fatto, così come i mercati, il denaro, le manifatture o le banche. Per Marx, tuttavia, la struttura di classe della società moderna era diversa da tutte le precedenti strutture di disuguaglianza sociale; le sue caratteristiche specifiche dovevano essere accuratamente studiate, e non date per scontate. Solo nell’ultimo (incompiuto) capitolo del Libro terzo del Capitale troviamo un frammento in cui egli pone esplicitamente la domanda: «che cosa costituisce una classe?»16. La risposta a questa domanda, non fornita da Marx, sarebbe estremamente complessa, poiché egli considerava le «classi della società moderna» come classi basate sul «modo di produzione capitalistico»17. In primo luogo, era necessario comprendere tutte le caratteristiche essenziali di questo modo di produzione; solo allora si sarebbe potuto rispondere alla domanda e spiegare le relazioni e le interazioni (incluso lo schema delle «lotte di classe») tra queste caratteristiche.
Dagli anni quaranta in poi, Marx definì la sua teoria del modo di produzione capitalista una «critica dell’economia politica». Nei suoi scritti economici – dai primi manoscritti dei primi anni quaranta dell’Ottocento alle ultime bozze degli inizi degli anni ottanta – egli elaborò la prima e più importante critica degli economisti politici classici. Con alcune eccezioni evidenziate e lodate da Marx, essi mancavano del senso della storia ed erano inclini a vedere il modo di produzione capitalistico come l’ordine naturale degli affari economici, ovverosia come l’ordine economico più adeguato alla «natura umana». In netto contrasto con questa visione, Marx considerava il capitalismo come un ordine economico storicamente determinato, un sistema economico che aveva un inizio e che avrebbe avuto una fine. Qualsiasi vera teoria del capitalismo doveva rivelare e dimostrare le sue specificità storiche in quanto ordine economico e sociale; qualsiasi critico del capitalismo doveva concentrarsi su ciò che era specifico dell’epoca capitalista e di quell’epoca sola.
Di conseguenza, Marx si astenne dal trattare la produzione, il lavoro o gli scambi in generale e derise quegli economisti (in particolare gli economisti tedeschi) che indulgevano in tali esercizi. Soffermarsi sulle poche «determinazioni comuni a tutti i livelli di produzione» non avrebbe fatto altro che fornire oziose generalizzazioni e quel genere di «momenti astratti […] con i quali non viene compreso nessun livello storico concreto della produzione»18. Un tale modo di procedere non poteva che offuscare, e alla fine cancellare, le specificità storiche del capitalismo moderno. Tuttavia, per far risaltare chiaramente queste caratteristiche peculiari, è stato necessario superare un’evidente difficoltà: le categorie di base relative al modo di produzione capitalistico (merce, scambio, denaro, mercati, commercio, persino capitale e lavoro salariato, nonché proprietà fondiaria, proprietà immobiliari, credito e banche) erano state usate molto prima dell’epoca del capitalismo moderno (e i rispettivi rapporti economici erano già esistiti in una forma o nell’altra). In realtà, esse si erano manifestate in combinazioni varie, sebbene non nelle stesse forme o nelle stesse combinazioni ...