100 parole per salvare il suolo
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100 parole per salvare il suolo

Piccolo dizionario urbanistico-italiano

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100 parole per salvare il suolo

Piccolo dizionario urbanistico-italiano

Informazioni su questo libro

L'urbanistica è una lingua straniera: 100 parole "tradotte" in italiano per imparare a leggere le trasformazioni del suolo contenute nelle leggi e nei piani. E dire "sì" alla tutela del suolo e al riutilizzo di quel che già esiste. Perché "i cittadini hanno il diritto (e il dovere) di capire ogni parola scritta nelle leggi e nei piani urbanistici".Un aiuto per imparare a leggere, "tradurre" in italiano e interpretare la legge della propria Regione, il piano del Comune o una sentenza del Tar, e denunciarne le incongruenze. Perché la cultura e la conoscenza sono le armi più affilate contro il consumo di suolo e la comprensione delle parole ne è l'impugnatura.Un libro con una potente carica etica e civile, rivolto a cittadini e comitati, ma anche a studenti, urbanisti, amministratori pubblici "Questo dizionario ci restituisce le parole e il loro significato, ma anche gli strumenti per chiedere con cognizione di causa che il suolo -risorsa delle risorse- resti terreno agricolo, prato, bosco e non diventi una distesa di cemento".

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Definizioni A-Z

Quelle che seguono sono solo una piccola parte delle infinite parole che l’urbanistica usa con disinvoltura ogni giorno. Mi sono limitato a quelle che nella mia esperienza hanno una parentela più stretta con l’uso e il consumo di suolo e sono più ricorrenti di altre.
Le troviamelle leggi, nei piani, nei discorsi dei politici, nei rapporti ambientali, nei manuali. Parole che tornano e ritornano e che durante i loro viaggi si caricano di ulteriori significati, aumentando il disordine lessicale di una disciplina - l’urbanistica - che oggi avrebbe bisogno di depurare le parole dai doppi sensi e dalle varie “tossicità” che tanto fanno comodo ai protagonisti del cemento facile, quelli secondo cui l’edilizia è sempre il volàno dell’economia.
Le parole che dovrebbero tutelare il suolo, infatti) spesso si rivelano aggressive come lo sono il sodio (Na) e il cloro (Cl) quando non sono assieme a formare uno dei più antichi e rassicuranti sapori del mondo, il cloruro di sodio o sale (NaCl).
In urbanistica le parole hanno bisogno di tornare a essere il “sale” di un progetto di città che rispetti il suolo, l’aria, l’acqua, la natura...
Tutti hanno il diritto di capire le parole, senza avere il continuo sospetto che cambino di significato non appena entrano in un piano urbanistico.
Questo “glossario” è un primo salvagente lessicale, ma rappresenta anche un invito a chi pratica l’urbanistica: parlate e scrivete chiaro per tutti.


Le parole da capire per salvare il suolo
L’urbanistica è una lingua straniera: 100 parole “tradotte” in italiano per imparare a leggere le trasformazioni del suolo contenute nelle leggi e nei piani. E dire “sì” alla tutela del suolo
e al riutilizzo di quel che già esiste.



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> 2050 Iniziamo a parlare di parole con un numero, che tutte le leggi sul contenimento del consumo di suolo citano con enfasi. Una sorta di numero magico: 2050 è una data stabilita dal citato 7° Programma di Azione Ambientale 17 dell’Unione Europea. Viene citata perché entro quell’anno bisognerà conseguire l’obiettivo del consumo netto di suolo pari a zero [punto 23].
Mai data fu presa più seriamente dalle Regioni, persino da quelle che si oppongono ideologicamente all’Europa. Ma come mai? Non abbiamo una risposta certa, ma siamo convinti che a tutti convenga portare in palma di mano un obiettivo così lontano - 32 anni da oggi - facendo mostra di esserne zelanti ratificatori.
Ad esempio il Veneto, il cui governo dice spesso di non essere fiero di stare nell’istituzione europea, ma quando si tratta di consumo di suolo è incollato alle direttive come una cozza al suo scoglio. E infatti nella sua legge parla di “ridurre progressivamente il consumo di suolo non ancora urbanizzato per usi insediativi e infrastrutturali, in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050 18 ”.
La Lombardia proclama: “In particolare, scopo della presente legge è di concretizzare sul territorio della Lombardia il traguardo previsto dalla Commissione europea di giungere entro il 2050 a una occupazione netta di terreno pari a zero”. L’Emilia Romagna “ assume l’obiettivo del consumo di suolo a saldo zero da raggiungere entro il 2050 . 19 E via di questo passo, compreso il disegno di legge nazionale abortito. 20
Però, se ci si prende la briga di leggere con più attenzione il documento europeo, si scopre che cita anche i famosi traguardi da conseguire entro il 2020, noti come gli obiettivi 20-20-20: la riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020* , porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’Unione, etc. Al [punto 24] si parla anche di mettere in atto tutti gli sforzi “per rafforzare il contesto regolamentare, sviluppare reti, condividere conoscenze, elaborare linee guida e individuare esempi di prassi corrette possono contribuire a una migliore protezione del suolo”. Di tutto questo però non c’è traccia nelle leggi regionali anti-consumo di suolo. Eppure queste frasi sono molto impegnative e dovrebbero stimolare le Regioni a cooperare tra loro, a sintonizzarsi, a stabilire protocolli comuni per il monitoraggio del consumo, a favorire reti di comportamenti virtuose tra Comuni, a omogeneizzare le pratiche, a integrare le decisioni di protezione ambientale dentro la pianificazione e tanto altro ancora. Tutte cose che le Regioni dimenticano, estrapolando dal Programma di Azione Ambientale Ue solo il comodo numerino “2050” e cacciando sotto il tappeto il resto.

> Adozione | Approvazione dei piani urbanistici Impossibile condensare in poche righe la differenza tra i due termini, anche a causa delle diverse normative urbanistiche regionali che in questi anni si sono moltiplicate, generando centinaia di variazioni sul tema e aumentando ovviamente la confusione. Commenterò mantenendomi su un piano di generale validità, rimandando il lettore alle situazioni locali. Qui mi interessa in particolare far notare una questione chiave che sta proprio a cavallo dei due termini e che è importante per i suoli.
Con “adozione” solitamente si indica quel processo per cui la giunta di un Comune delibera il suo “ok” a un piano urbanistico comunale (limitiamoci a questo esempio).
Con “approvazione” invece ci si riferisce al medesimo processo ma che coinvolge l’intero consiglio comunale. La differenza sta tra giunta e consiglio. Il primo è espressione della sola parte di maggioranza che governa un Comune e che è responsabile dell’iniziativa urbanistica. Il piano viene redatto seguendo le loro sensibilità e le loro ideologie. La fase di approvazione, estesa al consiglio, consente democraticamente di coinvolgere le opposizioni politiche che possono svolgere il loro importante compito di verifica. Il piano non è vigente (cioè valido) fintanto che non viene approvato. Tra adozione e approvazione scatta un periodo di salvaguardia in cui solitamente rimangono vigenti le indicazioni del piano precedente e l’amministrazione comunale deve attendere l’approvazione per prendere in considerazione le istanze di trasformazione riguardanti le eventuali nuove aree di trasformazione. I cittadini possono produrre osservazioni dopo l’adozione del piano nelle quali esprimono il loro disappunto sulle scelte fatte dal piano. Le osservazioni devono essere redatte con i crismi della tecnica urbanistica e questo significa che i cittadini devono spendere dei soldi per coinvolgere urbanisti al fine di far valere i propri diritti. Una cosa che li mette obiettivamente in una posizione di inferiorità. Inoltre per fare osservazioni un cittadino deve capire il piano e le sue intenzioni, cosa non scontata. L’interregno tra adozione e approvazione è delicatissimo per i suoli e là si possono giocare partite che possono essere di forte salvataggio per i suoli ma che spesso non vengono giocate, anche per inconsapevolezza da parte degli aventi diritto.
L’importante è quindi sapere che adozione e approvazione non solo non sono sinonimi. Soprattutto è importante, politicamente parlando, che le opposizioni siano sveglie fin dal giorno dopo l’adozione dei piani proprio per esercitare con la loro autorità quelle funzioni di controllo necessarie a smascherare azioni eccessive o inutili. In questi anni devo purtroppo registrare un forte intorpidimento delle opposizioni. Anche loro ingannate da un linguaggio incomprensibile? Forse, ma non solo.

> Ambiti agricoli strategici | Aree agricole strategiche | Ambiti destinati all’attività agricola di interesse strategico > Con l’intento di tutelare le superfici agricole, alcune Regioni hanno emanato norme attraverso le quali hanno aggiunto la parolina strategico prima o dopo “aree agricole”. Un piccolo furbo “travestimento” che mette al sicuro qualcosa e offre in pasto al cemento qualcos’altro. Infatti, l’introduzione di un aggettivo finisce sempre per identificare una scatola più piccola in una scatola più grande. “Aree strategiche come parte delle aree agricole” significa, in altre parole, concentrare solo sulle prime le tutele, liberando le altre da lacci e lacciuoli per avvicinarle al cemento. L’aggiunta di aggettivi è sempre una cosa a cui prestare attenzione. È quel che è accaduto ad esempio in Lombardia dove il legislatore si è inventato gli “ambiti destinati all’attività agricola di interesse strategico 21” che sono proprio una parte delle aree iniziali agricole. Solo sulle aree strategiche è stato posto un vincolo lasciando che il resto entrasse in zona “a rischio cemento”. Qualcosa nato per tutelare meglio ha, dunque, nello stesso tempo, liberato qualcos’altro da ogni tutela. Ma c’è un’altra cosa delicata da capire. In urbanistica aggiungere un aggettivo a un’area significa seguire una procedura lungo la quale c’è chi decide e chi controlla e ci sono dei criteri con cui tutto ciò avviene bene o male. Nel 2008quando in Lombardia è stata approvata la Delibera di Giunta Regionale n 8/8059 22 [che modificava la legge sul governo del territorio L.R. 12/2005], introducendo gli ambiti strategici, si decise che fossero i Comuni a suggerire alle Province le aree strategiche che poi le indicavano alla Regione. Poiché i criteri suggeriti erano labili, diciamo così, ne è venuto fuori un quadro imperfetto nel quale molti si sono premurati di spingere il confine di inizio delle aree agricole strategiche sempre un tantino più in là dall’urbanizzato. In questo modo ci si è assicurati una specie di zona franca fatta di zone agricole con le stesse caratteristiche delle cugine “strategiche” ma che formalmente non lo erano e quindi erano più facilmente urbanizzabili. In ogni caso la legge consente di preparare una relazione tecnica (magari fatta da un urbanista che non sa nulla di agricoltura) così da rimuovere il vincolo di strategicità o, come si dice tecnicamente, da escludere le aree dalla strategia. In certi casi sono state addirittura le Province a suggerire ai Comuni di non essere troppo rigidi nel scegliere le aree strategiche. Ad esempio la Provincia di Bergamo candidamente propose “di (…) non individuare le aree rurali presenti all’interno del sistema periurbano come ‘ambiti agricoli strategici’”, e si premurò di “individuare comunque una soglia urbanizzabile ‘minima vitale’ per la necessaria espansione degli interventi insediativi” e di “individuare un’ulteriore seconda soglia per il soddisfacimento di necessità insediative derivanti da esigenze locali che dovranno essere adeguatamente motivate 23 ”.
Parole scritte ad arte per allentare le tutele dei suoli agricoli: così una norma che era stata concepita con buone intenzioni è stata subito smorzata e manomessa, perdendo l’obiettivo iniziale di fermare i consumi di suolo. Bisogna sempre pensarci 100, 1.000 volte prima di mettere un aggettivo a fianco della parola suolo, perché potrebbe fargli più male che bene.

> Ambito di trasformazione > Con queste parole generalmente si identifica un’area che il piano consente di trasformare, vuoi per insediamenti residenziali, vuoi per funzioni produttive o artigianali o commerciali. Tendenzialmente si tratta di suoli che mai sono stati urbanizzati e quindi di aree di fatto agricole o naturalmente vegetate o persino boscate. Si trovano fuori dal cosiddetto tessuto urbano consolidato e vengono solitamente incluse nel calcolo del consumo di suolo. Nel gergo comune vi sono diversi altri modi per dire la stessa cosa: “nuovo ambito di trasformazione” o “ambiti di trasformazione residenziale” o “ambiti di trasformazione produttiva” o “ambiti di trasformazione strategica” o “ambiti di trasformazione urbanistica” o “ambiti di variante” o “ambiti periurbani”, etc.
Quando il suolo vede gravare su di sé locuzioni come queste sa che il suo destino di morte è più o meno segnato.

> Ambito di ricomposizione del margine urbano. > La famiglia degli “ambiti di trasformazione” è ricca di astute varianti sul termine. Alcune di queste - premurosamente - tentano di incorporare un messaggio positivo e salvifico, come quello sui margini urbani (ovvero il bordo della città, una zona non univocamente definita). La forma con cui spesso questi bordi si presentano è del tipo “denti di sega” o frastagliato a causa di una precedente urbanizzazione che ha divagato senza fare attenzione a generare una forma urbana compatta. I nuovi piani urbanistici prendono allora la scusa dei margini troppo frastagliati per dire che sarebbe bene “correggere” le brutture del precedente piano (magari del medesimo urbanista) e così suggeriscono di riempire gli spazi liberi tra un dente e l’altro con un po’ di cemento. Riempiendo qua e là, l’idea è di generare un nuovo limite dell’urbano, più esterno al precedente, ma rettilineo. Premesso che nessuna norma e nessun manuale impongono di disegnare o tantomeno correggere margini urbani non rettilinei, con questa scusa i piani finiscono per consumare parecchio suolo, pretendendo pure di essere riconosciuti come virtuosi.
Fate molta attenzione alla “storiella” della ricomposizione dei margini urbani.

> Aree di completamento > Esistono anche dei suoli consumabili ma che sono dei fantasmi: non si vedono! Quando le trasformazioni dei suoli sono previste all’interno del territorio urbanizzato, prendono altri nomi (come d’altronde fa il demonio...): aree di ricucitura, aree di completamento, aree di trasformazione diretta e così via. Queste tipologie appartengono ad un’unica grande famiglia che nelle leggi si è deciso, senza un vero motivo, di liberare dal fardello di essere “generatrice di consumi di suolo”. Non c’è un motivo insuperabile per questo, ma è di fatto così e basta. Questo vuol dire che si consumano suoli senza che questo sia considerato consumo di suolo. Nelle nuove varianti dei piani, queste aree neppure vengono conteggiate: sono dei “condoni” al consumo di suolo a tutti gli effetti. Anche le valutazioni ambientali strategiche [VAS] non le considerano e quindi neanche ne studiano gli effetti ambientali. E tutti tacciono. Si tratta delle “porosità” più interne alle nostre città dove - magari - si potrebbe fare del verde. Come scatole cinesi, appartengono ad un insieme urbanistico creato ad hoc, il tessuto urbano consolidato. Un recinto fittizio all’interno del quale nulla è consumo di suolo, anche se lo è.
Ad oggi in Italia non siamo neppure in grado di fare una stima di questi consumi di suolo occulti perché nessuno li misura (anche se sarebbe possibile ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. 100 parole per salvare il suolo
  3. Indice dei contenuti
  4. Prefazione. L’arte e il suolo
  5. Introduzione. Prendiamo la parola. Perché questo libro
  6. Il dizionario del suolo. Le parole dall’urbanistica all’italiano
  7. Definizioni preliminari
  8. Definizioni A-Z
  9. Frasi e perifrasi
  10. Conclusioni. Riavvicinarsi alle parole
  11. Bibliografia