Introduzione
Sono in attesa.
Non so nulla di te. Solo il tuo nome.
Quando sto per incontrare qualcuno di importante, mi aggrappo al suono di quel nome. È l’unica informazione che possiedo.
I nomi propri sono sottovalutati. Invece, possono suggerire tanto.
Sono teso.
Non ho molta esperienza sul campo. L’età non me lo consente.
Sei tra le mie prime clienti.
Mi hanno insegnato a lasciare andare. A fare profondi respiri per allentare la tensione e, soprattutto, per ricordarmi che sono lì per essere “servo di qualcuno”. Per mettermi al “servizio” dell’altro.
Provo a ripetermelo.
Ti accolgo.
Ho sistemato la mia stanza nel migliore dei modi. Non è molto accogliente. Ancora spartana ed essenziale. Però, la mia attenzione, la mia cura, la mia sensibilità è tutta per te. Sei importante per me.
Ho imparato che l’altro è unico e irripetibile. In tutte le sue meravigliose sfaccettature.
Quanti ne hai tu di angoli, di lati, di spigoli, di anfratti, di cavità!
Forse non lo sai.
Forse lo sai, ma li tieni lontani. Al buio.
Ti raccolgo.
C’è qualcosa che non mi dici. Che tieni nascosto. Per pudore? Per paura?
Non riesco a capirlo. Ancora.
Come spesso accade nei primi incontri, l’altro ti porta la sua superficie.
A me il compito di leggere oltre. Di leggere attraverso. Di creare con delicatezza e attenzione qualche piccolo squarcio, per entrare in profondità.
Una cosa, però, è visibile. Molto. Il dolore.
Allora, silenzio. Il silenzio può essere il miglior balsamo. Perché quando la mente tace, parla il cuore e quando due cuori si ascoltano, sono in silenzio.
So che, per il momento, l’unica cosa che posso fare è raccoglierti.
Come un fiore violato.
Per curarti con l’amorevolezza dell’ascolto e la pazienza del tempo.
TI TE TU
Certo, mi vesto e passo a prenderti.
Ti chiamo appena posso. Sì, sì, ti chiamo subito, scusa!!!
Non ti preoccupare, provvedo io.
Ti preparo la cena. Ho lavorato tutto il giorno, ma so che tu ami sempre qualcosa di speciale. TU. Io, forse, non assaggio nulla, perché mi addormento prima. Dai... dicevo così, per fare una battuta.
Non dirmi dove vai, so che la tua libertà è importante. Pensavo, che saremmo usciti insieme. Un’altra volta, d’accordo.
I miei soldi sono anche i tuoi. Un piccolo segreto tra noi. Segreto come il tuo conto in banca. Non prendertela, ti ho fatto l’occhiolino simpatico. Sì, hai ragione, molto simpatico.
Sì, arrivo da te, dovevo uscire, ma rinuncio volentieri per venire a coccolarti.
So che hai bisogno di stare con i tuoi amici, ma sai mi sarebbe piaciuto tanto poter esserci anch’io stasera alla vostra “rimpatriata”; comunque non corrucciarti, recupero un po’ di stanchezza. L’importante è che tu sia felice.
RenderTI felice. RassicurarTI. Aver cura di TE.
TI TE TU.
TU TE TI.
Non cambia la prospettiva.
Dapprima inizio con un timido: “no, mi dispiace, non posso”. Quasi un sussurro, che meraviglia me stessa. L’ho detto? L’ho detto!
Il tuo sguardo mi blocca. La tua durezza è tagliente e mi spezza in due.
In fondo, non mi stai vedendo. Non sopporti questa disobbedienza. In fondo, io non sono, io faccio delle cose per te. Ho un ruolo ben preciso, tramandatomi da mia madre. Ricordo la strage adolescenziale dei grilli per la testa e l’elogio della conformità. Devi essere come le altre! Le quali altre poi non erano altro che sagome in un ruolo sociale che le voleva accondiscendenti, dolci, felici di sopportare qualsiasi dolore, in vista di una purificazione, temporalmente, non definita.
L’abitudine ti dà sicurezza e ti irrita questo capriccio. Me la farai pagare con un periodo di distacco. Lo sai che è questo il mio tallone di Achille: la paura di perderTI.
Mi piego, rinuncio, obbedisco. Sono offesa con me stessa. Arrabbiata.
Inverto la rotta e vengo da TE.
Un altro TE TI TU. Ossimoro della mia vita.
Mi piace il profumo della stanza. Mi mette ancora più a disagio, perché contrasta con la mia inquietudine.
Mi siedo sulla comoda poltrona e incrocio le braccia per proteggerMI.
MI? Che strano, MI accorgo che sto iniziando a cambiare linguaggio. MI significa ME o a ME. Il tutto mi rimanda all’IO.
IO? Ego sum. Sorrido ai miei pensieri scompigliati. Sorrido a me. La emme di mamma mi avvolge di tenerezza.
Tu non parli e mi guardi.
Non sono abituata ad essere vista e, principalmente, non mi capita mai che qualcuno non mi chieda di fare qualcosa.
Questo sguardo azzurrato mi infastidisce, perché mi svela. Allora prendo subito la maschera della risata e della spensieratezza e me la infilo. Non aderisce, stasera! Ci riprovo, ma tu mi guardi, oddio, che faccio? Ho parti di me scoperte e si intravede l’Anima.
Ti dico subito che sono una donna felice e realizzata. Anche la maschera ride e mi scivola dal volto.
Mi arrendo! Posiziono la bussola verso la proiezione di quella che vorrei essere, cavalco i sogni che cantano, prendo i remi per attraversare nubi spumose e diradarle, perché si ricompongano pian piano con nuovi contorni di Luce.
UT ET IT
Ti...