L’intreccio tra conoscenza della natura e pensiero religioso ha
avuto nella Grecia del VII-VI sec. la sua più antica e rigorosa
formulazione. Difficilmente risulterà comprensibile il naturalismo
dei primi pensatori occidentali senza riferirsi al tessuto
religioso da cui è nata la stessa filosofia. Tralasciamo la
discussione di se e quanto la filosofia greca alle sue origini sia
debitrice delle religioni orientali (Zeller 1967, I, I, 35 ss.;
Gomperz 1967, I, 13-19; Casertano 2009), ciò che data la penuria di
dati filologici diventa difficile, se non impossibile, ricostruire,
dobbiamo concentrarci sulle modalità con cui il pensiero greco
delle origini investiga il dato naturale, mescolando la riflessione
filosofica con l’elemento mitologico.
La rappresentazione simbolica e religiosa costituisce
l’orizzonte attorno a cui l’uomo greco organizza la sua
comprensione prescientifica del mondo. La fede religiosa non è
un’opzione, una scelta collettiva o personale, secondo il modello
in uso nel contesto ebraico-cristiano, ma è il linguaggio che
l’uomo greco parla e attorno a cui articola la sua
comprensione/espressione della realtà che lo circonda. La
religione ha perciò il carattere di una
koiné diàlektos, di un linguaggio generale, in cui tutti
gli altri linguaggi particolari, il linguaggio della scienza, così
come linguaggio dell’arte e della vita comune, vengono tradotti.
Essa è in tal senso il
traduttore universale, il
medium che permette la comprensione di tutte le forme di
vita presenti nella Grecia antica.
Per questa ragione, non è possibile affrontare il pensiero greco
delle origini senza avvicinare la problematica religiosa. Come
condizione preliminare ha contribuito alla nascita del pensiero
filosofico il profondo senso di libertà religiosa che si respirava
nella Grecia antica, che non ha avuto eguali in nessun’altra
popolazione del bacino mediterraneo, tanto meno nell’universo
ebraico e poi cristiano, gravati da un pesante monoteismo che
generava comportamenti spesso dogmatici e rigidi, poco inclini alle
discussioni filosofiche. La libertà religiosa del mondo greco è
stata alla base, ha rappresentato il fondamento, della libertà
politica e filosofica. Una cultura cresciuta in un universo
politeistico, in cui le divinità − pur progressivamente
gerarchizzate − hanno uno spazio di azione libero ed autonomo,
predispone lo spirito alla nascita di una speculazione
indipendente, che cerca dietro ai fenomeni del mondo l’intrecciarsi
di una molteplicità di principi e ragioni. Una simile pluralità
sarebbe stata impensabile nel mondo ebraico, in cui il riferimento
a un Dio unico e onnipossente tacitava di fatto la ricerca di una
pluralità di principi e già risolveva dogmaticamente la questione
dell’origine di tutte le cose (Assmann 2000).
A ciò si aggiunga il carattere peculiare del politeismo greco,
che ha una base naturalistica e cosmologica, in cui le forze
naturali non sono sottomesse al volere assoluto del Dio, ma
si divinizzano, divengono modalità di espressione del
divino. Dio e natura non incarnano i due poli del sacro e del
profano, come nel mondo delle religioni abramitiche, ma
costituiscono una
unità inscindibile: Dio si manifesta ed è presente nella
natura. Essa è il luogo del Dio greco. Lo ha giustamente osservato
Zeller nel primo volume della sua monumentale opera
La filosofia dei greci nel suo sviluppo storico (1932):
Anche la determinatezza più particolare della fede greca non è
indifferente per la filosofia greca. La religione greca appartiene
per i suoi caratteri generali alla classe delle religioni
naturalistiche; poiché il divino vi è rappresentato, come dimostra
già la pluralità degli dèi, con una determinatezza naturalistica
essenzialmente simile al finito, e solo con una superiorità di
grado rispetto ad esso. L’uomo quindi non ha bisogno di elevarsi al
di sopra del mondo che lo circonda e al di sopra della sua
naturalità propria, per mettersi in relazione con la divinità; anzi
si sente a lei congiunto, così com’egli è di sua natura. Ciò che
gli è richiesto da essa non è affatto un cangiamento intimo della
sua maniera di pensare, non una lotta con le sue tendenze naturali
ed i suoi impulsi; ché anzi tutto ciò, che per l’uomo è naturale,
vale anche di fronte alla divinità come legittimo; l’uomo più
divino è quello che dispiega nel modo più vigoroso le sue forze
umane; e il compimento del suo dovere religioso consiste
essenzialmente in ciò: che l’uomo faccia, ad onore della divinità,
ciò che è conforme alla sua natura propria (Zeller 1967, I, 1,
105-106).
Il filologo tedesco comprende in profondità l’essenza del
pensiero filosofico greco e della sua origine. L’uomo greco vive la
natura
in continuità con la propria esistenza personale. La
realtà circostante non si oppone a lui e alle sue scelte
individuali, non si crea un contrasto tra il dover essere personale
e l’essere naturale, perché egli pensa sé stesso come compimento
della natura. La sua perfezione individuale nasce dalla continuità
con le forze naturali: nessuna contrapposizione tra natura e
persona, esterno e interno, è pensabile, come mostra lo stesso
Parmenide quando dice che «infatti lo stesso è pensare ed essere (
tò gàr autò noeîn estìn te kaì eînai)» (Parmenide 28 B 3
DK; Reale 2017, 483). Il pensiero, che è il prodotto stesso
dell’interiorità, e l’essere in quanto esteriorità assoluta, si
collocano su di una linea di continuità, per cui soltanto
dell’essere c’è pensiero e fuori di lui non si dà in alcun modo la
possibilità di pensare. Parmenide formula nel modo più radicale, e
anche più distante dalla mentalità odierna, l’unità di naturale e
spirituale. Ogni filosofia, anche nei tempi moderni, che vorrà
pensare questa unità, basti qui richiamare soltanto Spinoza o
Heidegger, non potrà non tornare a Parmenide. In ogni caso, la
distanza abissale dal grande Eleate renderà difficoltosa la strada
di questo ritorno, che dovrà necessariamente essere posto su basi
completamente nuove.
A differenza dell’uomo moderno, educato dalla sensibilità
cristiana a separare il naturale dallo spirituale, l’uomo greco
rimane saldamento ancorato al fondamento naturale prima della sua
religione e poi di conseguenza del suo pensiero filosofico. Si
consideri, ad esempio, l’aspetto antropomorfo della divinità
ellenica, che assume nella Grecia antica una forma del tutto
peculiare, che ci dice molto sulla successiva evoluzione della
filosofia greca. L’appartenenza dell’uomo greco alla natura non è
una appartenenza di tipo romantico, un perdersi nella natura, un
obliare sé stessi, per sentirsi parte di una realtà diversa e
soverchiante oppure, come pensa Nietzsche nei suoi primi scritti
sulla divinità greca, come l’ambigua reazione
(accettazione/rifiuto) di fronte al dramma che si svolge
nell’esistenza umana secondo il modello schopenhaueriano. L’umanità
greca non percepisce la natura né come una forza sopra di lui che
lo schiaccia e lo comprime né come un materiale grezzo da dominare
e ridurre alla sua volontà di potenza. L’essere naturale è un
insieme, un
hòlon, in cui anche l’uomo è inserito in modo integrale:
l’unico compito che è riservato all’uomo è il
perfezionamento della sua natura. La bellezza e la bontà
cui l’uomo greco è chiamato a tendere a ogni istante è l’emblema di
questo continuo perfezionamento del suo essere.
Gli dèi greci sono l’incarnazione di questo altissimo
ideale di perfezione, in quanto la loro esistenza è in
ogni istante il perfezionamento della natura. Nel loro modo di
essere e di vivere la natura è posta al più alto grado di
perfezione. Non è tanto questione di una serena «visione
estetico-ideale del mondo» (Zeller 1967, I, I, 107), come dice lo
Zeller, quanto di una
visione ontologico-agonistica dell’esistenza, in cui
l’essere è chiamato a una continua perfezione di sé stesso, quasi
fosse una gara della natura con la natura per il suo miglioramento.
A questo perfezionamento la filosofia con la sua ricerca delle
cause contribuisce in modo determinante, perché studia la natura
fin nelle sue origini generatrici, offrendo la possibilità della
sua comprensione, presupposto ineliminabile di ogni suo
perfezionamento. Capire la natura significa creare i presupposti
stessi del suo miglioramento.
Le stesse divinità greche si presentano non in alternativa al
mondo degli uomini, ma come l’affinamento di tutte le loro capacità
naturali. Il Dio è la natura portata al grado più alto di
perfezione: la
super-natura. La scissione tra spirituale e naturale è
estranea all’orizzonte intellettuale greco, perché il naturale
racchiude in sé tutte le caratteristiche che noi moderni siamo
soliti attribuire allo spirituale: la bellezza, l’unità, la
perfezione, l’elevatezza, la bontà. Essi da questo punto di vista
vivevano immersi in una prospettiva integrale e unitaria in cui le
tendenze vitali non erano frammentate e disperse come per l’uomo
moderno, ma rimanevano ancora racchiuse in una unità radicale, il
cui nome è appunto
phýsis, derivato dalla radice del verbo
phývai, ciò che cresce, si sviluppa, si perfeziona.
L’insieme di tutte le tendenze vitali, senza distinzione tra ciò
che appartiene all’uomo e ciò che è di pertinenza della realtà
circostante, sono orientate a un progressivo miglioramento, tanto
che crescita, perfezionamento è il nome stesso della
phýsis. Perciò per poter comprendere il ruolo della
phýsis in ambito greco bisogna considerare l’insieme delle
sue espressioni primordiali di cui la religione e la filosofia sono
parti integranti. Filosofo e fisico nel pensiero del VII-VI sec.
sono uno stesso nome, non solo in quanto i filosofi ionici
appartengono a un orientamento di pensiero che rivolge la sua
speculazione alle origini della natura, la quale interpretazione
appartiene piuttosto a un atteggiamento riduzionistico operato
nella sua
Metafisica (Aristotele 2017) da Aristotele, quanto perché
la
phýsis copre un raggio di influenza universale, che
riassume in sé l’intero essere delle cose. Fintantoché non si
comprende, da un lato, il raggio di influenza del concetto di
phýsis nell’orizzonte di pensiero presocratico, ma sarebbe
meglio dire preplatonico, dall’altro la secolare incomprensione che
a partire da Aristotele ha rivestito questo concetto, difficilmente
si potranno compiere passi in avanti nella definizione del legame
tra l’esperienza della natura e l’esperienza del sacro nella
Grecità preclassica.