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Informazioni su questo libro
Il pensiero filosofico dell'inizio del nuovo Millennio ci consegna la rinnovata attualità della figura dell'homo religiosus, che sembrava ormai relegato nel periodo più oscuro del vecchio Millennio. L'homo religiosus, studiato dall'antropologia e dalla storia delle religioni (Eliade, van Leeuw, Ries), è quella particolare modalità dell'essere uomo, che interpreta il suo stare nel mondo come il dialogo con una Alterità e una Trascendenza, che gli sfugge ma con cui è sempre di nuovo in dialogo. Sono all'opera nell'uomo religioso una molteplicità di direzioni storiche di senso e di significati vitali. Alla complessità storica dell'homo religiosus si lega la sua dimensione fenomenologica, per cui il sapere dell'uomo religioso si articola non solo in una storia ma in forme, comportamenti, riti, in un'etica in generale, che è la sostanza stessa di questa storia. Di questa doppia dimensione, ermeneutica e fenomenologica, interpretativa e descrittiva, questo volume vuole essere una testimonianza, ripercorrendo le principali forme con cui l'esperienza religiosa si è manifestata nell'esistenza dell'uomo (preghiera, rito, mito, sacrificio, sacro naturale, trascendenza/ immanenza) e considerando le modalità con cui queste forme sono state pensate a patire dalla modernità nella loro dimensione personale, sociale, etica e politica (Schelling, W.F. Otto, Kreuzer, Bachofen, Durkheim, Heidegger, Caillois, Bataille, Blumenberg, Jesi).
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Argomento
PhilosophyCategoria
Philosophy History & Theory1. La realtà della phýsis e la presenza degli dèi greci
L’intreccio tra conoscenza della natura e pensiero religioso ha
avuto nella Grecia del VII-VI sec. la sua più antica e rigorosa
formulazione. Difficilmente risulterà comprensibile il naturalismo
dei primi pensatori occidentali senza riferirsi al tessuto
religioso da cui è nata la stessa filosofia. Tralasciamo la
discussione di se e quanto la filosofia greca alle sue origini sia
debitrice delle religioni orientali (Zeller 1967, I, I, 35 ss.;
Gomperz 1967, I, 13-19; Casertano 2009), ciò che data la penuria di
dati filologici diventa difficile, se non impossibile, ricostruire,
dobbiamo concentrarci sulle modalità con cui il pensiero greco
delle origini investiga il dato naturale, mescolando la riflessione
filosofica con l’elemento mitologico.
La rappresentazione simbolica e religiosa costituisce
l’orizzonte attorno a cui l’uomo greco organizza la sua
comprensione prescientifica del mondo. La fede religiosa non è
un’opzione, una scelta collettiva o personale, secondo il modello
in uso nel contesto ebraico-cristiano, ma è il linguaggio che
l’uomo greco parla e attorno a cui articola la sua
comprensione/espressione della realtà che lo circonda. La
religione ha perciò il carattere di una
koiné diàlektos, di un linguaggio generale, in cui tutti
gli altri linguaggi particolari, il linguaggio della scienza, così
come linguaggio dell’arte e della vita comune, vengono tradotti.
Essa è in tal senso il
traduttore universale, il
medium che permette la comprensione di tutte le forme di
vita presenti nella Grecia antica.
Per questa ragione, non è possibile affrontare il pensiero greco
delle origini senza avvicinare la problematica religiosa. Come
condizione preliminare ha contribuito alla nascita del pensiero
filosofico il profondo senso di libertà religiosa che si respirava
nella Grecia antica, che non ha avuto eguali in nessun’altra
popolazione del bacino mediterraneo, tanto meno nell’universo
ebraico e poi cristiano, gravati da un pesante monoteismo che
generava comportamenti spesso dogmatici e rigidi, poco inclini alle
discussioni filosofiche. La libertà religiosa del mondo greco è
stata alla base, ha rappresentato il fondamento, della libertà
politica e filosofica. Una cultura cresciuta in un universo
politeistico, in cui le divinità − pur progressivamente
gerarchizzate − hanno uno spazio di azione libero ed autonomo,
predispone lo spirito alla nascita di una speculazione
indipendente, che cerca dietro ai fenomeni del mondo l’intrecciarsi
di una molteplicità di principi e ragioni. Una simile pluralità
sarebbe stata impensabile nel mondo ebraico, in cui il riferimento
a un Dio unico e onnipossente tacitava di fatto la ricerca di una
pluralità di principi e già risolveva dogmaticamente la questione
dell’origine di tutte le cose (Assmann 2000).
A ciò si aggiunga il carattere peculiare del politeismo greco,
che ha una base naturalistica e cosmologica, in cui le forze
naturali non sono sottomesse al volere assoluto del Dio, ma
si divinizzano, divengono modalità di espressione del
divino. Dio e natura non incarnano i due poli del sacro e del
profano, come nel mondo delle religioni abramitiche, ma
costituiscono una
unità inscindibile: Dio si manifesta ed è presente nella
natura. Essa è il luogo del Dio greco. Lo ha giustamente osservato
Zeller nel primo volume della sua monumentale opera
La filosofia dei greci nel suo sviluppo storico (1932):
Anche la determinatezza più particolare della fede greca non è
indifferente per la filosofia greca. La religione greca appartiene
per i suoi caratteri generali alla classe delle religioni
naturalistiche; poiché il divino vi è rappresentato, come dimostra
già la pluralità degli dèi, con una determinatezza naturalistica
essenzialmente simile al finito, e solo con una superiorità di
grado rispetto ad esso. L’uomo quindi non ha bisogno di elevarsi al
di sopra del mondo che lo circonda e al di sopra della sua
naturalità propria, per mettersi in relazione con la divinità; anzi
si sente a lei congiunto, così com’egli è di sua natura. Ciò che
gli è richiesto da essa non è affatto un cangiamento intimo della
sua maniera di pensare, non una lotta con le sue tendenze naturali
ed i suoi impulsi; ché anzi tutto ciò, che per l’uomo è naturale,
vale anche di fronte alla divinità come legittimo; l’uomo più
divino è quello che dispiega nel modo più vigoroso le sue forze
umane; e il compimento del suo dovere religioso consiste
essenzialmente in ciò: che l’uomo faccia, ad onore della divinità,
ciò che è conforme alla sua natura propria (Zeller 1967, I, 1,
105-106).
Il filologo tedesco comprende in profondità l’essenza del
pensiero filosofico greco e della sua origine. L’uomo greco vive la
natura
in continuità con la propria esistenza personale. La
realtà circostante non si oppone a lui e alle sue scelte
individuali, non si crea un contrasto tra il dover essere personale
e l’essere naturale, perché egli pensa sé stesso come compimento
della natura. La sua perfezione individuale nasce dalla continuità
con le forze naturali: nessuna contrapposizione tra natura e
persona, esterno e interno, è pensabile, come mostra lo stesso
Parmenide quando dice che «infatti lo stesso è pensare ed essere (
tò gàr autò noeîn estìn te kaì eînai)» (Parmenide 28 B 3
DK; Reale 2017, 483). Il pensiero, che è il prodotto stesso
dell’interiorità, e l’essere in quanto esteriorità assoluta, si
collocano su di una linea di continuità, per cui soltanto
dell’essere c’è pensiero e fuori di lui non si dà in alcun modo la
possibilità di pensare. Parmenide formula nel modo più radicale, e
anche più distante dalla mentalità odierna, l’unità di naturale e
spirituale. Ogni filosofia, anche nei tempi moderni, che vorrà
pensare questa unità, basti qui richiamare soltanto Spinoza o
Heidegger, non potrà non tornare a Parmenide. In ogni caso, la
distanza abissale dal grande Eleate renderà difficoltosa la strada
di questo ritorno, che dovrà necessariamente essere posto su basi
completamente nuove.
A differenza dell’uomo moderno, educato dalla sensibilità
cristiana a separare il naturale dallo spirituale, l’uomo greco
rimane saldamento ancorato al fondamento naturale prima della sua
religione e poi di conseguenza del suo pensiero filosofico. Si
consideri, ad esempio, l’aspetto antropomorfo della divinità
ellenica, che assume nella Grecia antica una forma del tutto
peculiare, che ci dice molto sulla successiva evoluzione della
filosofia greca. L’appartenenza dell’uomo greco alla natura non è
una appartenenza di tipo romantico, un perdersi nella natura, un
obliare sé stessi, per sentirsi parte di una realtà diversa e
soverchiante oppure, come pensa Nietzsche nei suoi primi scritti
sulla divinità greca, come l’ambigua reazione
(accettazione/rifiuto) di fronte al dramma che si svolge
nell’esistenza umana secondo il modello schopenhaueriano. L’umanità
greca non percepisce la natura né come una forza sopra di lui che
lo schiaccia e lo comprime né come un materiale grezzo da dominare
e ridurre alla sua volontà di potenza. L’essere naturale è un
insieme, un
hòlon, in cui anche l’uomo è inserito in modo integrale:
l’unico compito che è riservato all’uomo è il
perfezionamento della sua natura. La bellezza e la bontà
cui l’uomo greco è chiamato a tendere a ogni istante è l’emblema di
questo continuo perfezionamento del suo essere.
Gli dèi greci sono l’incarnazione di questo altissimo
ideale di perfezione, in quanto la loro esistenza è in
ogni istante il perfezionamento della natura. Nel loro modo di
essere e di vivere la natura è posta al più alto grado di
perfezione. Non è tanto questione di una serena «visione
estetico-ideale del mondo» (Zeller 1967, I, I, 107), come dice lo
Zeller, quanto di una
visione ontologico-agonistica dell’esistenza, in cui
l’essere è chiamato a una continua perfezione di sé stesso, quasi
fosse una gara della natura con la natura per il suo miglioramento.
A questo perfezionamento la filosofia con la sua ricerca delle
cause contribuisce in modo determinante, perché studia la natura
fin nelle sue origini generatrici, offrendo la possibilità della
sua comprensione, presupposto ineliminabile di ogni suo
perfezionamento. Capire la natura significa creare i presupposti
stessi del suo miglioramento.
Le stesse divinità greche si presentano non in alternativa al
mondo degli uomini, ma come l’affinamento di tutte le loro capacità
naturali. Il Dio è la natura portata al grado più alto di
perfezione: la
super-natura. La scissione tra spirituale e naturale è
estranea all’orizzonte intellettuale greco, perché il naturale
racchiude in sé tutte le caratteristiche che noi moderni siamo
soliti attribuire allo spirituale: la bellezza, l’unità, la
perfezione, l’elevatezza, la bontà. Essi da questo punto di vista
vivevano immersi in una prospettiva integrale e unitaria in cui le
tendenze vitali non erano frammentate e disperse come per l’uomo
moderno, ma rimanevano ancora racchiuse in una unità radicale, il
cui nome è appunto
phýsis, derivato dalla radice del verbo
phývai, ciò che cresce, si sviluppa, si perfeziona.
L’insieme di tutte le tendenze vitali, senza distinzione tra ciò
che appartiene all’uomo e ciò che è di pertinenza della realtà
circostante, sono orientate a un progressivo miglioramento, tanto
che crescita, perfezionamento è il nome stesso della
phýsis. Perciò per poter comprendere il ruolo della
phýsis in ambito greco bisogna considerare l’insieme delle
sue espressioni primordiali di cui la religione e la filosofia sono
parti integranti. Filosofo e fisico nel pensiero del VII-VI sec.
sono uno stesso nome, non solo in quanto i filosofi ionici
appartengono a un orientamento di pensiero che rivolge la sua
speculazione alle origini della natura, la quale interpretazione
appartiene piuttosto a un atteggiamento riduzionistico operato
nella sua
Metafisica (Aristotele 2017) da Aristotele, quanto perché
la
phýsis copre un raggio di influenza universale, che
riassume in sé l’intero essere delle cose. Fintantoché non si
comprende, da un lato, il raggio di influenza del concetto di
phýsis nell’orizzonte di pensiero presocratico, ma sarebbe
meglio dire preplatonico, dall’altro la secolare incomprensione che
a partire da Aristotele ha rivestito questo concetto, difficilmente
si potranno compiere passi in avanti nella definizione del legame
tra l’esperienza della natura e l’esperienza del sacro nella
Grecità preclassica.
2. L’incomprensione di Aristotele
La
ricostruzione di Aristotele si rivolge principalmente ai pensatori
presocratici,
aurorali
,
o del «primo mattino»,
die
Frühe der Frühzeit
,
come amava chiamarli Heidegger (Heidegger 1968, 327), in cui il
senso della natura concreta e la religiosità si fondono in un
complesso difficilmente comprensibile, data la distanza temporale
che ci separa dal loro pensiero, se non ci si appropria del
presupposto del carattere singolare del sacro naturale. Spesso sono
stati interpretati nella modernità i Presocratici come
Naturphilosophen
,
come se essi cercassero nella natura un principio primo di tutte le
cose, così come da Descartes in poi lo si è fatto con il soggetto.
La natura costituirebbe solo l’altro polo rispetto a quello
soggettivo secondo una contrapposizione dualistica del tutto
estranea alla Grecità antica. Si deve ad Aristotele nel libro A (I)
della sua
Metafisica
l’inaugurazione di questa secolare incomprensione, che vede nei
filosofi presocratici i primi filosofi proprio in quanto
dimenticano il singolare, il particolare, cui era ancora legata la
mentalità religiosa primitiva, e si rivolgono
all’universale.
La maggior parte, dice Aristotele, di coloro che primi
filosofarono pensarono che principi di tutte le cose fossero solo
quelli materiali. Infatti essi affermano che ciò di cui tutti gli
esseri sono costituiti e ciò da cui derivano originariamente e in
cui si risolvono da ultimo, è elemento ed è principio degli esseri,
in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi
delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi credono che nulla
si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà
si conserva sempre. […] Infatti deve esserci qualche realtà
naturale (o una sola o più di una) dalla quale derivano tutte le
altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata (Aristotele,
Metafisica, I, 3, 983b, 8-31; Aristotele 2017, 15-17).
Nella sua ricostruzione della storia dei Presocratici Aristotele
riconosce il
carattere materiale e concreto del principio primo
naturale, ma cerca di declinarlo in chiave metafisica e universale,
come un principio che rimane sempre identico. In tal senso egli
mostra la contraddittorietà della sua posizione, per cui un
principio concreto e quindi mutabile viene ipostatizzato a
principio primo ed immutabile. Come è possibile che la natura, la
phýsis, sia allo stesso tempo
mutabile e
immutabile,
mutabile in quanto principio naturale, e
immutabile, in quanto principio primo e metafisico?
Nel saggio
Aristotele e le origini della filosofia (1946) Giorgio
Colli tematizza questa contraddizione, che è alla base
dell’interpretazione aristotelica dei Presocratici e che
influenzerà in modo decisivo la loro successiva interpretazione (e
sostanziale incomprensione):
Aristotele doveva ridurre in termini razionali quelle che erano
originariamente affermazioni mistiche. Avvicinandosi a questi
Presocratici egli era anzitutto colpito da due elementi: da un lato
li vedeva trattare i loro principi non altrimenti se non
materialisticamente, d’altro canto invece constatava che essi
avevano sostenuto l’esistenza dell’infinito. Tale contraddizione,
che avrebbe senza dubbio attratto un temperamento mistico, dava per
contro del filo da torcere ad un logico (Colli 1988b, 102-103).
Lo Stagirita non considera più il carattere singolare e
materiale dell’
arché, che è il retaggio della singolarità e della
straordinarietà dell’oggetto religioso, ma lo dissolve in un
principio universalissimo e trascendente («una forma particolare di
trascendenza primitiva», Colli 1988b, 103), che ha perso ogni
connotazione concreta. Da qui nascono per lui una miriade di
contraddizioni, che lo portano ad ammettere l’intrinseca
contraddittorietà del pensiero fisico presocratico.
Analizzando i Presocratici, in particolare Talete, Anassimandro
ed Eraclito, Aristotele si trovò davanti, infatti, a una
contraddizione di fondo, che rappresenta la contraddizione
stessa del religioso quando vuole essere pensato filosoficamente:
come è possibile che esista qualcosa, che è allo stesso tempo un
corpo e che possieda un corpo, come l’aria l’acqua la terra il
fuoco, e sia anche il principio infinito di tutte le cose? È
pensabile, si chiede Aristotele, un elemento naturale, materiale
che sia ugualmente infinito: è possibile che l’acqua sia questa
acqua qui che tocco, che vedo e che la stessa acqua sia principio
primo e infinito di tutte le cose? Ovviamente una simile duplicità
crea un cortocircuito all’interno del pensiero aristotelico, tanto
da essere ripresa e discussa nel Terzo Libro della
Fisica (Aristotele 1995):
ma in verità neppure è possibile che il corpo infinito sia uno
solo e semplice, né in quanto il corpo infinito, come dicono
alcuni, sia ciò che è al di là degli elementi – ciò da cui costoro
fanno generare gli elementi – né in quanto esso sia semplicemente
tale. […] E non è davvero possibile che il fuoco sia infinito, né
che lo sia nessun altro degli elementi. Infatti generalmente – e
prescindendo dal fatto che uno degli elementi sia infinito – è
impossibile che il tutto, anche se fosse limitato, sia o diventi
uno solo degli elementi, come appunto afferma Eraclito, quando dice
che in un certo tempo tutte le cose diventano fuoco (e lo stesso
discorso vale anche per l’uomo, quale i fisici stabiliscono al di
là degli elementi) (Aristotele,
Fisica, 204 b 22-205 a 7; Aristotele 1995, 131-133).
Lasciando ora da parte l’osservazione, pur interessante, che il
corpo infinito è di là dagli elementi naturali, come è il caso di
Anassimandro, notiamo come Aristotele neghi in modo reciso che sia
possibile che un corpo semplice, ad esempio uno degli elementi,
possa essere contemporaneamente infinito e dare in tal modo luogo a
tutte le cose. La conclusione di Aristotele è che un principio
materiale non può dare luogo a nulla che non sia esso stesso
materiale:
dal materiale solo il materiale. Per dare ragione della
realtà di tutte le cose serve, infatti, supporre un principio
metafisico che dia origine alla materia, un principio interno alla
materia, ma che non sia esso stesso materia. L’interpretazione
aristotelica dei Presocratici si arena su questa contraddizione,
che risulta insanabile se si procede da un punto di vista
esclusivamente razionale nella considerazione dei primi principi
fisici.
3. La materialità del principio divino. Esiodo e Omero
Nonostante i dubbi e le incertezze di Aristotele, sulla concretezza e la materialità dell’ arché dei Presocratici e sulla sua connessione con l’esperienza religiosa non è possibile dubitare, perché sono gli stessi filosofi antichi a mettere di continuo in relazione questi due aspetti della realtà. La domanda sulle origini dell’uomo e della realtà circostante ha nel mondo classico un radicamento ancestrale , che risale con ogni probabilità al carattere speculativo e celeste del p...
Indice dei contenuti
- Copertina
- HOMO RELIGIOSUS FORME E STORIA
- Indice dei contenuti
- INTRODUZIONE
- PRIMA PARTE
- I. RELIGIONE. UNA DEFINIZIONE
- II. REALTÀ/PAROLA
- III. SACRO/PROFANO
- IV. REALTÀ/IRREALTÀ
- V. VITA/MORTE
- VI. SACRIFICIO/USO
- VII. VERITÀ/FALSITÀ
- VIII. PRESENTIMENTO/CONOSCENZA
- IX. MYTHOS/MYTHO-LOGIA
- X. MITO/ESSERE
- XI. MITO GENUINO/MITO TECNICIZZATO
- XII. NATURA SACRA/NATURA PROFANA
- 1. La realtà della phýsis e la presenza degli dèi greci
- 2. L’incomprensione di Aristotele
- 3. La materialità del principio divino. Esiodo e Omero
- 4. Esiodo filosofo? La teo-logia alle origini del mondo
- 5. Talete, Aristotele e l’acqua
- 6. «La natura ama nascondersi». Eraclito di Efeso
- 7. Dio e l’attimo. A partire da Platone e Kierkegaard
- PARTE SECONDA
- I. IL SEICENTO E LE ORIGINI DELLA «SCIENTIA RELIGIOSA». HOBBES, SPINOZA
- II. «LA PIÙ ALTA UMANITÀ DELL’UOMO». HERDER E SCHLEIERMACHER
- III. SCHELLING. LA REALTÀ DEL DIVINO
- 1. Il giovane Schelling e il mito
- 2. Per una nuova religione della libertà. L’«Ältestes Systemprogramm des deutschen Idealismus»
- 3. L’esistenza autonoma degli dèi nella Filosofia dell’Arte di Schelling
- 4. Filosofia e religione. «L’assolutamente ideale è anche assolutamente reale»
- 5. Il fondamento oscuro in Dio. La natura e la libertà
- 6. La Clara. Schelling e l’escatologia religiosa
- 7. Di un Dio che si fa. Dalle lezioni private di Stoccarda
- 8. I greci di Samotracia e il Dio ebraico: Axieros e Yahwé
- 9. Le età del mondo. L’Assoluto nella storia
- 10. Un nuovo empirismo: Dio come «Signore reale dell’essere»
- IV. CREUZER. L’«IMMAGINE ABBAGLIANTE DI UNA PAROLA ESSENZIALE»
- V. BACHOFEN. IL MATRIARCATO E L’ESISTENZA RELIGIOSA DELLE SOCIETÀ ANTICHE
- VI. FUSTEL DE COULANGES. LA CITTÀ ANTICA E L’IDEA RELIGIOSA
- VII. DURKHEIM. L’«UOMO CHE PUÒ DI PIÙ»
- VIII. CAILLOIS. «QUALCOSA DI PROFONDO E DI ESSENZIALE PER L’UOMO»
- IX. JESI I. PER UNA SCIENZA DEL MITO
- X. JESI II. IL SAPERE DELL’UOMO E LA MACCHINA MITOLOGICA
- XI. BLUMENBERG. LEGGERE IL MITO/COMPIERE IL MITO
- BIBLIOGRAFIA
- INDICE DEI NOMI
- COLLANA CULTURA
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