Il più noto neurologo e psichiatra italiano legge la musica di Wolfgang Amadeus Mozart in chiave psichiatrica e psicoanalitica. E legge la musica in generale attraverso la capacità di creare emozioni e sentimenti e "curare" situazioni di disagio. La musica non si rivolge alle grandi patologie, non cura le grandi depressioni, però riesce ad arrivare a tutta quella dimensione complessa che riguarda l'esistenza umana e la fatica di vivere. La musica può essere terapeutica per: la fragilità, l'angoscia, la paura, la mancanza o l'eccesso di autostima. La musica è uno "stimolante" e un "calmante", la musica accende quando siamo spenti, quieta quando stiamo "bruciando". In Mozart tutto questo viene esaltato e amplificato. Le sue creazioni sono una grande farmacopea dove si possono trovare centinaia di "stimolanti" e "calmanti". E riescono a rendere gioiosi e sereni proprio quando se ne ha più bisogno. Il tutto scritto con un linguaggio semplice e coinvolgente adatto anche a un pubblico di non specialisti.

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Mozarterapia. Star bene e vivere meglio con la musica di Wolfgang Amadeus Mozart
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Mozarterapia. Star bene e vivere meglio con la musica di Wolfgang Amadeus Mozart
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MedicinaCategoria
Psichiatria e salute mentaleAccordo terzo
Ma chi è Mozart, questo “terapeuta” musicale?
È una domanda piena di significato umano e ci porta a considerare come il terapeuta non deve essere affatto un uomo perfetto o un esempio di virtù e nemmeno un campione di salute, né somatica né mentale.
La condizione umana è fatta di limiti, di percezioni piene di mistero come la morte, la fine di una esistenza che nessuno vorrebbe e che si presenta come fatale.
Insomma l’uomo è fragile ed è proprio questa sua caratteristica a farne un essere che ha bisogno dell’altro, della presenza e dell’aiuto dell’altro. E così la fragilità di uno cura la fragilità, magari differente, dell’altro.
È un tema che conosco bene poiché ormai sono convinto che ad aiutarmi nella professione di medico sia prima di tutto la mia fragilità, il conoscere io stesso il dolore e la paura. Così e solo in questo modo posso mettermi dentro il dolore di un altro, parteciparlo, condividerlo, curarlo.
Wolfgang Amadeus è un uomo fragile che si è fatto interprete della fragilità e del dolore umano.
I potenti non aiutano, strumentalizzano l’uomo. Non i fragili, non Mozart: grande perché fragilissimo.
MOZART SVELATO
Ognuno di noi, uomo o donna, può essere studiato e analizzato secondo tre livelli. Il primo è quello della cronaca, delle cose note, comprende tutto ciò che si fa con la consapevolezza di farlo. Possiamo definirlo il livello visibile, sociale.
C’è poi un secondo livello che chiameremo nascosto. Si caratterizza per il fatto che lo conosciamo, ma non vogliamo mostrarlo all’esterno. Ciascuno di noi ha un proprio segreto – e la psicologia sottolinea l’importanza di mantenere uno spazio riservato, quello che costituisce la nostra intimità. È uno spazio di sé che si può magari svelare a poco a poco, ma dobbiamo anche conservare l’impressione di avere un’identità che sfugge agli altri. In questo livello ciascuno di noi non fa certe cose o ne fa altre che non corrispondono esattamente a quello che vuole fare apparire. Insomma, ognuno di noi è anche un personaggio di teatro, un attore. Ci teniamo a mostrare quello che non siamo e a nascondere, invece, quello che siamo.
Il terzo è il livello inconscio e rappresenta un aspetto molto interessante, perché riguarda quella parte di ciascuno che non solo rimane oscura agli altri, ma sfugge anche a noi stessi. L’inconscio, nella definizione di Sigmund Freud, è proprio quel qualcosa che c’è dentro ciascuno, che condiziona il nostro comportamento ma di cui noi non abbiamo consapevolezza.
Questi tre livelli, che applichiamo nello studio del comportamento e a cui io ricorro ogni giorno quando analizzo le persone che si rivolgono a me per qualche malessere, sono strutturali in ciascuno di noi.
La domanda a questo punto è se queste stesse categorie possano essere utili anche per analizzare, studiare, valutare Wolfgang Amadeus Mozart e a quali di questi livelli ci sia possibile accedere.
Intraprendo ora un piccolo viaggio in cui racconterò qual è la personalità di Mozart sulla base di una quantità di materiali che sono oggi disponibili. Un viaggio dentro la sua personalità da fare lentamente, per giungere a delineare la figura di questo compositore, di cui si sono da poco celebrati i duecentocinquant’anni della nascita.
Su Mozart, recentemente, sono state anche formulate vere e proprie diagnosi, alcuni psichiatri hanno ravvisato in lui l’esistenza di specifiche patologie. Anche su questo aspetto porterò il mio parere e cercherò di documentarlo nel modo più preciso.
Però l’idea da cui parto è un’altra.
Il problema del genio
Mi sono chiesto: i tre livelli di cui ho detto si possono applicare a un genio? Qui il discorso sulla genialità è pressante. Il primo punto da affrontare è che cosa significhi “genialità”.
Il termine “genio” applicato a Mozart è stato fortemente sostenuto subito dopo la sua morte, ma non perché i contemporanei si fossero accorti che la sua musica cominciava ad avere una diffusione e un’accoglienza che non gli era stata certo riservata negli ultimi anni di vita, soprattutto negli ultimi due. Il 1790 era stato anzi disastroso: Mozart si sentiva solo, abbandonato da tutti e girava nelle zone più periferiche di Vienna dove dirigeva le sue opere in teatri di scarsa importanza, che non facevano certo parte del circuito di corte.
La sua fama, dopo la morte, non si lega solo alla scomparsa, ma soprattutto al fatto che la vicenda umana di Mozart si colloca in quel periodo straordinario che segna il passaggio verso il romanticismo, un movimento culturale e artistico che sosterrà con una forza esplosiva la dottrina del genio. Molti grandi ne hanno beneficiato a partire da Beethoven. In quel periodo si afferma un’atmosfera culturale fortemente impregnata del mito della genialità.
Storicamente sul genio ci sono state almeno tre teorie.
Una identifica il genio con la pazzia. Genio e follia è il titolo di un libro di Cesare Lombroso, psichiatra, veronese come me (di cui non condivido però le teorie), in cui sosteneva che la genialità, comparata secondo i parametri della normalità o del quotidiano, ha delle caratteristiche proprie della follia, o comunque differenti dalla norma. Quasi a dire che esiste una similitudine tra personalità “diverse”, tra chi ha capacità di produrre musica straordinaria, e chi esprime comportamenti altrettanto straordinari ma dentro la violenza e quindi non accettabili dalla società.
Dal punto di vista del cervello, sostiene Lombroso, non sussiste grande differenza: in entrambi i casi si ha una sua degenerazione.
Si tratta di una ipotesi che ha permesso di accedere allo studio dei geni senza il sacro terrore di andare a toccare chissà quale entità, posta forse tra terra e cielo.
Questo risulta chiaro se si considera l’altra grande teoria sul genio, quella platonica. Secondo Platone, il genio non è altro che uno strumento nelle mani degli dei, i quali esercitano, per suo tramite, le tre grandi arti: pittura, poesia e musica.
Il genio, in questo caso, non è “un uomo” nel senso ordinario del termine e pertanto risulta difficile capirlo. Ne deriva quasi un’intoccabilità. Non solo. Se il genio è considerato soltanto un tramite, l’idea conseguente è che chi produce opere geniali non è consapevole di quello che fa, perché l’unica a saperlo è la musa ispiratrice.
In questo modo si arriva a una lettura non umana e quindi a una sorta di lontananza che impedisce di studiare il genio, ridotto all’ineffabile e al mistero.
Il merito della teoria positivistica lombrosiana è stato certamente di avere capovolto questo assunto. Lombroso inseriva la genialità nel comportamento umano, un comportamento tuttavia anomalo, persino deviato, che spiegava sia la produzione artistica straordinaria, sia la criminalità.
Lombroso si è occupato molto di criminalità, evidenziandone una componente “geniale” che è spesso coraggio, una capacità particolare di leggere la realtà e di intervenire per cambiarla.
La terza teoria sul genio è quella romantica. Il Romanticismo è l’epoca dello Sturm und Drang, una specie di tempesta, qualcosa di imprevedibile che poi porta anche alla produzione di opere che sono appunto sublimi. Basterebbe il riferimento a Richard Wagner.
Wagner ha interpretato il genio secondo i dettami della figura romantica, del grande romanticismo tedesco.
Mozart non aveva nulla a che fare con questo modello, nonostante la distanza temporale fosse breve: non ha vissuto nella congerie della genialità. Basti pensare che il sogno del padre, Leopold, ma in fondo anche di Wolfgang per molti anni, è stato quello di entrare in una corte e di diventare maestro di cappella.
Wolfgang non ci è mai riuscito — per fortuna diciamo noi oggi – ma in fondo quello che cercava era un buon lavoro, simile all’impiego alle poste. Quando viene nominato maestro di composizione a Salisburgo e va a pranzo insieme agli altri dipendenti di corte, si trova al tavolo con i paggi, perché, nella gerarchia della corte, la composizione era considerata attività piuttosto bassa.
Ma, tornando al genio: che cosa ne pensiamo oggi?
Innanzitutto non seguiamo nessuna delle tre teorie, né quella della musa ispiratrice, né quella della patologia, né tantomeno quella romantica. Si è affermato invece un empirismo persino sconvolgente, del resto ognuno di noi è preoccupato di quello che succederà domani, dopodomani, al massimo il week end. Il pragmatismo è proprio l’opposto del romanticismo.
Tutti gli uomini, in modo particolare in alcune fasce di età, e precisamente quelle infantili, possiedono la creatività. Creatività vuol dire che alcuni soggetti inventano qualcosa che fino a quel momento, nell’ambiente in cui vivevano, non era ancora nota. Insomma è una capacità innovativa, che dà risposte nuove a stimoli vecchi o attuali.
La creatività è oggi una delle potenzialità dell’uomo a cui teniamo molto e anzi vorremo che fosse promossa, ecco perché parliamo anche di un’educazione scolastica che possa essere più attenta alla creatività piuttosto che a valutare una “normalità” di comportamento sia nell’apprendere sia appunto nel rispondere alle attese degli insegnanti. Si tratta di una facoltà, di una categoria mentale.
Il genio si inserisce in questa cornice. Il genio è definibile non solo sulla base della propria capacità di rispondere a dei problemi, ma sulla validità e riconoscimento dei prodotti che dà. Se, dunque, tutti possiamo essere dei creativi e dei grandi creativi, tuttavia definiamo genio o artista solo chi concretamente produce cose che vengono valorizzate.
La creatività è una facoltà della mente, l’artista realizzato o il genio è un prodotto storico, che si lega e si inserisce sulla capacità creativa ma può essere valutato genio solo se produce oggetti riconosciuti appartenere all’arte.
Per paradosso potremmo dire che Mozart è morto non da genio ed è diventato genio successivamente, storicamente. Non a tanta distanza, però il valore della sua produzione è incominciato dopo. È morto senz’altro non come un genio. Basti dire che è ancora aperto il problema se sia stato tumulato in una fossa propria o in una fossa comune. Non sappiamo se al suo funerale sia stato accompagnato dal corteo fino al cimitero.
Per contro c’è la morte di Giuseppe Verdi: in via Manzoni la gente arrivava a portare frasche per attutire il rumore delle carrozze che passavano davanti al suo albergo, il De Milan. Quella è una morte in cui le persone hanno espresso il loro riconoscimento al genio.
Un altro esempio riguarda Gustav Mahler, che io amo molto. Mahler non è morto certamente da compositore, ma da direttore d’orchestra, buon interprete in particolare di Beethoven. È solo dopo, e ben quarant’anni dopo, che ha ricevuto la fama meritata, e oggi molti lo considerano un grande della sinfonia e quindi un genio.
Ho insistito su questo punto, il genio all’interno della creatività, perché la genialità è qualcosa che deve essere dimostrato su degli oggetti. Insomma la genialità è in balia della storia e delle culture, esistono epoche in cui una personalità è molto più stimata.
Questo vale per la musica, ma anche per la pittura. Ci sono state correnti che hanno affascinato un certo momento storico e il successivo no, magari con dei ritorni successivi.
Tenendo sullo sfondo questa visione, cercherò di valutare il personaggio Mozart, certamente un uomo che aveva una creatività straordinaria.
Anzi, lo dico subito: era capace di fare tutto escluso le cose normali, ordinarie. Sua moglie Costanza, su cui ritornerò e sarò cattivissimo, gli doveva tagliare la carne, gliela metteva persino in bocca. È la storia di un grande creativo, dalla creatività esplosiva, che tuttavia, mentre era in vita, aveva una fama piuttosto altalenante.
Oggi, anche sulla scia dell’anniversario, vediamo che Mozart è molto amato: certamente per il mondo contemporaneo è un grandissimo genio. Però non mi meraviglierei che le cose cambiassero, perché la storia è altalenante nei suoi giudizi.
La genialità è il riconoscimento del senso dei prodotti, in questo caso musicali, e quindi se cambia il gusto potrebbe mutare anche il riconoscimento.
Mozart: cronaca di una esistenza nella seconda metà del Settecento
Con queste premesse inizieremo dunque il viaggio nella storia di Mozart. Qualcuno potrebbe tuttavia obiettarmi: ma è un genio, uno dei più grandi, che cosa vuole trovare? Difetti? Errori? Criticare sua moglie? Anche lei ha contribuito a fare di questo giovane compositore un genio. Prendiamola semmai come esempio perché se riuscissimo domani mattina a rifarne un altro... Dato il risultato, tutti dovremmo poi benedire la storia.
Lo stesso discorso vale per un altro grande santuario della cultura: Alessandro Manzoni. L’autore dei Promessi Sposi è stato un pessimo padre, in particolare rispetto all’ultima figlia, la nona, Matilde, tant’è vero che di lui tutti hanno detto che è sempre stato un figlio che non è mai diventato padre.
Non si può mettere nel conto della genialità anche la crudeltà nei riguardi di una figlia malata che chiede con amorevole insistenza di poter vedere il proprio padre almeno prima di morire e che morirà senza che il genio la raggiunga a Pisa.
L’analisi che noi facciamo non può accettare simili limitazioni. Mozart è uno straordinario musicista. Manzoni è un grande scrittore. Nessuno ne dubita. Ma qui vogliamo valutare non la genialità ma la creatività, l’aspetto umano della creatività che è slegato dal riconoscimento in sé e per sé, e si riallaccia alla storia, alla vita e alle sue esperienze.
Partiamo dall’infanzia di Mozart. Oggi sappiamo che i primi anni di vita sono importantissimi nella strutturazione della personalità. Certamente allora le cose erano diverse da oggi, la moria di bambini era altissima. Però nessuno può pretendere che per valutare Mozart io divenga uno psichiatra del Settecento, devo fare invece lo psichiatra di questo secolo, pensando a com’era la situazione di allora.
Mozart non va a scuola, e a scuola ci si andava anche allora. Il padre che diventa il suo “tutto”, certo, era un buon insegnante di violino, aveva scritto un manuale molto usato, che gli aveva anche portato una discreta fama e lo aveva fatto entrare in una celebre compagnia di studiosi (Sozietat Musikalischen Wissenschaften, fondata nel 1738 e di cui facevano parte venti soci solamente tra cui Haendel, Bach, Teleman).
Non frequentare la scuola significa non avere esperienze sociali. Wolfgang ha una sorella di quattro anni più grande, Nannerl e come gioco privilegiato ha lo strumento musicale, verso cui sviluppa un attaccamento totale. A quattro anni prendeva il diario della sorella e segnava anche lui i propri appunti e all’età di cinque ha cominciato a scrivere in maniera bizzarra, ma molto creativa, note musicali.
Però non ha esperienze esterne. Il mondo, per questo bambino, è molto limitato: padre, madre (vedremo poi con quali funzioni), sorella e strumento musicale.
Il padre, Leopold, era molto interessato a vedere i figli applicati nella musica. Nel Settecento era abitudine piuttosto diffusa nelle famiglie, anche se non si trattava di famiglie di alta collocazione sociale: lo strumento musicale era quasi un oggetto ordinario. Dominava anche in casa Weber, da cui esce Costanza, la moglie di Mozart.
Wolfgang Amadeus Mozart è quindi un bambino che cresce in condizioni diverse da quelle dei suoi coetanei. Domina di questo periodo della crescita l’immagine di un bambino che crea con il proprio violino o al fortepiano: un gioco da genio?
Quest’idea che ha circolato e ancora circola con insistenza, dobbiamo un po’ correggerla. In realtà era sottoposto a un lavoro di apprendimento pesante e anche i famosi viaggi erano all’insegna della fatica, non del piacere: dava manifestazioni di grandissima capacità con lo strumento, ma in un clima da circo. Infatti, quando scopre la bravura di Wolfgang ma anche della figlia, il padre li porta in giro per farli esibire.
« Nel marzo 1765 a Londra Nannerl e Wolfgang, rispettivamente di tredici e nove anni, dovevano suonare a quattro mani ogni giorno, dalle dodici alle tre, nel Hickford’s Great Room... e mentre suonavano Leopold riscuoteva il prezzo d’ingresso. Numeri speciali a prezzo invariato, erano il suonare con i tasti coperti [cioè si metteva sopra la tastiera un telo] o a prima vista da spartiti che potevano portare gli stessi spettatori... In realtà i testi degli annunci avevano tutte le caratteristiche dei cartelloni da circo » (Wolfgang Hildesheimer, Mozart).
Questi bambin...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Introduzione
- ACCORDO PRIMO
- ACCORDO SECONDO
- ACCORDO TERZO
- ACCORDO QUARTO
- ACCORDO QUINTO
- ACCORDO SESTO
- Breve bibliografia dalle opere citate
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