Diario della crisi (novembre 2013-maggio 2015) 1
di Maurizio Carta
Qualche articolo nei momenti più drammatici, brevi servizi televisivi, un giornalismo frammentato e attendibile solo nel caso di alcune riviste specializzate e alcuni blog: questo è il menù informativo riguardante la crisi Ucraina. Eppure è la guerra ai confini dell’Europa, uno scontro perdurante da più di un anno, gravido di episodi drammatici ed enormi rischi.
Della crisi e della guerra ucraina ovviamente ancora non esiste una storia. Al fine di scriverla, manca l’accesso ai documenti che contano, la necessaria distanza dai fatti e un minimo di prospettiva rispetto a un fenomeno che è ancora in corso. Tuttavia, esiste l’assoluta necessità di uno strumento che faccia un po’ di chiarezza nel continuo e anarchico accumularsi di notizie; qualcosa che si avvicini a una sintesi della cronaca. Di opinioni su quanto accade ed è accaduto in Ucraina ne esistono tante almeno quanti sono gli specialisti che se ne occupano. Di ricostruzioni dei fatti, anche solo tentate, pochissime.
Questo saggio, per quanto sia impossibile raggiungere la piena obiettività, cerca di essere un onesto resoconto dell’ultimo anno e mezzo. Le osservazioni di chi scrive, tutte desunte dai fatti raccontati, sono poste alla fine.
Da Maidan alla fuga di Janukovič (novembre 2013 — febbraio 2014)
L’inizio della crisi ucraina è convenzionalmente stabilito il 21 novembre 2013, quando il governo ucraino sospende i preparativi per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Ue e del Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (Dcfta)2. La firma dovrebbe aver luogo al vertice di Vilnius del 28-29 novembre. Le dichiarazioni rilasciate dal governo ucraino sono ambigue. Si dice che i preparativi siano solo sospesi e che la mancata firma sia in relazione alla valutazione di consolidare i legami con la Russia e la L’Unione doganale eurasiatica3. Allo stesso tempo, si auspica una commissione trilaterale Ue, Russia e Ucraina per vedere il da farsi. Putin si dice d’accordo a condizione che prima non venga siglato alcun patto. Ma la situazione è compromessa. I vertici europei hanno precedentemente avvertito che il treno di Vilnius sarà l’ultimo e che dopo ci vorranno anni per predisporre un nuovo accordo.
Tra gli osservatori c’è discordanza nella valutazione della mossa del presidente Janukovič. Per qualcuno è stato in cattiva fede fin dall’inizio: ha trattato con l’Europa per strappare le migliori condizioni alla Russia. Per altri, considerato lo stato di quasi collasso dell’economia ucraina, il suo giocare su due tavoli è stato funzionale a saltare sul carro del partner in grado di garantire più fondi e dare meno problemi: la Russia piuttosto che il Fondo monetario internazionale.
Intanto, fuori dai palazzi del potere, inizia la protesta di piazza. Da quando si ha sentore della notizia, il 20 novembre, si mobilitano le opposizioni al governo. Il 24 novembre ci sono i primi scontri. Julija Tymošenko freme. Con l’Accordo di Associazione è saltata anche la sua scarcerazione e dal 1° dicembre si dice disposta allo sciopero della fame a oltranza. Siamo nel giorno in cui ricorre l’anniversario del referendum che nel 1991 sancì l’indipendenza dell’Ucraina. Migliaia di persone si riuniscono per le strade e occupano i palazzi governativi. A Kiev il luogo simbolo della protesta diventa piazza Maidan: qui si erigono barricate, si monta un grande palco, si montano tende e sventolano le bandiere ucraine ed europee.
La fase è delicata e iniziano a palesarsi i leader politici dell’opposizione. Klyčko dichiara di esser pronto a sfidare Janukovič alle presidenziali del 2015; Oleh Tyahnybok, leader del partito di estrema destra Svoboda, chiama il Paese allo sciopero generale; Jacenjuk dice pubblicamente di essere con la piazza. La stampa internazionale parla di circa 300-500 mila persone in strada.
Janukovič e il suo primo ministro, Mykola Azarov, consapevoli della situazione, cercano di placare gli animi. L’opposizione teme invece misure emergenziali e provvedimenti eccezionali.
Il 17 dicembre è un giorno cruciale. Janukovič e Putin si incontrano. La Russia concede un prestito di 15 miliardi di dollari (attraverso l’acquisto di bond ucraini) e il 30% di sconto sul gas (da un prezzo compreso tra i 395 e i 410 dollari si scende a 268,5 dollari per 1.000 metri cubi). Secondo gli analisti i fondi concessi basterebbero per stabilizzare la finanza pubblica per due anni.
Passa un mese e il movimento di piazza non si sgonfia. Si stima che la folla sia composta da 800 mila manifestanti. Il Partito delle regioni (la maggioranza) passa all’azione e fa approvare in parlamento delle norme volte a sedare la protesta. È vietato montare tende, installare palchi e amplificatori in posti pubblici, fornire beni o equipaggiamento per meeting non autorizzati (norma contro le Ong), indossare maschere.
Ma non basta, la piazza è sempre più forte. A fine gennaio, sotto pressione, Janukovič offre a Jacenjuk il posto da Primo ministro e a Klyčko quello di vice. Solo Tyahnybok rimarrebbe fuori dalla politica di cooptazione. Il 28 gennaio, sempre per placare i manifestanti e gli animi, si dimette anche il primo ministro Mykola Azarov. Niente da fare: l’opposizione non viene a patti.
Il 16 febbraio, dopo che il periodo degli scontri ha portato alla morte di almeno sei persone, sembra esserci un ridimensionamento del conflitto. Gli occupanti degli edifici pubblici li evacuano e li consegnano agli osservatori Osce, che a loro volta li restituiscono alle autorità (ciò accade a Kiev e in Ucraina occidentale). Parallelamente, un’amnistia viene varata per coloro che avevano violato l’ordine pubblico tra il 27 dicembre e il 2 febbraio. Vengono quindi rilasciate 234 persone.
Tra il 18 e il 20 febbraio invece la violenza esplode. Il montare dello scontro è dovuto al diffondersi della notizia che nel parlamento (la Rada) c’è uno stallo sul progetto di riforma costituzionale che prevede un ritorno alla Costituzione del 2004. Sale la tensione. Ci sono i primi 18 morti per gli scontri davanti al parlamento. Ma è il 20 il giorno più tragico. In circostanze ancora non del tutto chiarite entrano in scena i cecchini e a piazza Maidan si contano 88 morti e centinaia di feriti.
Il drammatico spargimento di sangue porta a un compromesso più serio. Nella notte del tra il 20 e il 21 febbraio Janukovič firma un accordo con i leader dell’opposizione (Jacenjuk, Klyčko e Tyahnybok). Partecipano alla firma i rappresentanti di Germania, Francia, Polonia e Russia (quest’ultimo però non firma). La piattaforma prevede un governo di unità nazionale dal 3 marzo, elezioni presidenziali entro dicembre e ritorno alla Costituzione del 2004 (limite ai poteri del presidente e più potere al parlamento: abolizione delle modifiche fatte nel 2010). Contestualmente il parlamento vota l’amnistia per la piazza, solleva dai suoi incarichi Vitalij Zacharčenko (ministro degli Interni), concede la libertà a Julija Timošenko, prevede fondi per aiutare i feriti e le famiglie dei morti.
Dmytro Jaroš, leader del Pravyi Sektor4, dice però che i suoi non deporranno le armi e non sbloccheranno l’assedio dei palazzi pubblici fino a che Janukovič non si dimetterà. La piazza è con loro.
Il Presidente ucraino è costretto a fuggire nella notte tra venerdì e sabato. Oleksandr Turčynov, presidente dell’assemblea parlamentare, diventa dunque presidente a interim. È il cambio di regime: le presidenziali sono fissate per il 25 maggio.
Tutto questo avviene mentre la Russia sostanzialmente è inerme. Sono in pieno corso i giochi olimpici invernali di Soči (7-23 febbraio) e la prima vera reazione arriva solo dopo la fuga di Janukovič. Viene richiamato l’ambasciatore a Kiev e viene congelata la seconda tranche del prestito pattuito a metà dicembre (fino a quel momento sono arrivati all’Ucraina 3 dei 15 miliardi). Lavrov ricorda a Obama che gli accadimenti di fine febbraio sono eversivi rispetto all’accordo appena siglato. L’America però appoggia in maniera convinta il nuovo corso. Arsen Avakov5, designato dal parlamento nuovo ministro degli Interni, annuncia un’inchiesta su 30 persone tra dirigenti e addetti alla sicurezza. Anche L’Ue si schiera con il governo insediatosi attraverso la piazza: domenica 23 si dice pronta a offrire, una volta formato il nuovo esecutivo, un nuovo accordo commerciale. Ma c’è anche chi intuisce i possibili sviluppi: Angela Merkel telefona a Putin e in una dichiarazione congiunta i due si dicono d’accordo nel preservare l’integrità territoriale ucraina.
La Crimea cambia bandiera (febbraio–marzo 2014)
La reazione della Crimea – quasi 2 milioni di persone – è immediata. Già il 27 novembre un comunicato del Consiglio regionale condanna la piazza di Maidan e ne evidenzia il carattere «speculatorio e opportunista». Il cambio di bandiera sarà fulmineo. Lunedì 24 febbraio, il consiglio municipale di Sebastopoli nomina sindaco l’uomo d’affari Aleksej Čalij (un cittadino russo). A Sinferopoli e Kerč migliaia di manifestanti si riuniscono intorno al palazzo comunale e gridano «Russia, Russia!». Il capo della polizia locale, Alexander Gončarov dichiara che il suo dipartimento «non esegue gli ordini criminali di Kiev». Il 26 si registrano scontri tra tatari e pro russi. Il 27 il parlamento di Crimea, attraverso il suo presidente, Vladimir Konstantinov, annuncia che l’assemblea sta preparando un referendum «sull’allargamento dell’autonomia della repubblica di Crimea». A Sebastopoli vengono rimosse tutte le bandiere ucraine.
Tra il 27 e Il 28 febbraio centinaia di uomini non identificati e armati prendono il parlamento regionale, l’aeroporto di Sinferopoli, l’aeroporto militare di Sebastopoli, la Tv e le sedi delle compagnie telefoniche locali. Tra Sinferopoli e Sebastopoli sorgono i check-point. Sergej Aksënov diventa primo ministro della Crimea.
Il primo marzo il parlamento russo approva la richiesta presidenziale di usare il potere militare in Ucraina. Il 2 marzo un convoglio con centinaia di soldati russi si dirige verso la Crimea e il giorno dopo la flotta russa sul Mar Nero intima alla marina ucraina di arrendersi.
Il 4 Putin dichiara che la Russia userà «tutti i mezzi» per difendere la popolazione russofona dell’Ucraina. Aggiunge che a Kiev c’è stato un colpo di mano incostituzionale. Il 5 marzo a Parigi si tengono dei colloqui di pace ma non decollano: Lavrov non riconosce la controparte, il nuovo ministro degli Esteri ucraino Deščycia. Il 6, a porte chiuse, il parlamento regionale della Crimea vota per la secessione e lancia una procedura per rendere la Crimea parte della Russia. Il referendum è fissato per il 16. I tatari di Crimea, attraverso le parole del loro leader, Refat Čubarov, ne annunciano il boicottaggio. A non riconoscerlo è il Meijlis, l’Alta assemblea dei tatari6.
La reazione occidentale è veemente ma la partita è chiusa. In base al trattato del 1997, rinnovato nel 2010 fino al 2042, la Federazione russa detiene nella penisola di Crimea, legalmente, 25 mila soldati, 24 sistemi di artiglieria, 132 mezzi blindati, 22 aerei militari. Questa flotta aveva comunque il diritto di rimanere fino al 2042.
L’11 marzo il parlamento regionale della Crimea adotta una dichiarazione d’indipendenza in cui si fa riferimento alla secessione del Kosovo. Al momento di mettere il veto alla risoluzione dell’Onu che condanna il referendum di Crimea – 15 marzo – l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, cita il pronunciamento della Corte di giustizia internazionale del 22 luglio 2010 sul Kosovo e aggiunge che la devoluzione della Crimea all’Ucraina è stata fatta, nel 1954, in violazione delle leggi dell’Urss. A monitorare il referendum vengono richiesti osservatori all’Osce. L’organizzazione però declina l’invito.
È un momento della crisi nel quale il governo di Kiev inizia a prendere delle contromisure. Il 12 marzo Obama riceve Jacenjuk alla Casa Bianca e il 13 viene fondata la Guardia nazionale (60 mila uomini). Il 14 si incontrano Kerry e Lavrov a Londra ma i colloqui falliscono. Il 16 la consultazione si tiene e circa il 97% vota sì all’adesione alla Federazione russa (l’affluenza è dell’83%).
Partono le prime sanzioni americane ed europee: tra gli obiettivi ci sono anche alcuni consiglieri stretti di Putin, in particolare Surkov e Rogozin. Il primo, ridendo, dichiara: «Per me è un grande onore. Non ho conti all’estero. Le uniche cose che mi interessano degli Stati Uniti sono Tupac Shakur, Allen Ginsberg e Jackson Pollock. Non ho bisogno di un visto per accedere alle loro opere. Non mi perdo nulla».
Putin firma il trattato per la riunificazione della Russia con la Crimea il 18 marzo. Le lingue ufficiali sono il russo, l’ucraino e il tataro. L’ultimo ordine di evacuazione al personale militare da parte del Presidente ucraino è del 24 marzo. A fine mese Medvedev visita la Crimea e promette welfare, infrastrutture e bassa tassazione: i salari militari vengono accresciuti e le pensioni vengono aumentate del 100% in 4 mesi.
Il Donbass si accende (marzo – giugno 2014)
A Doneck gli animi si fanno caldi sin dal 1° marzo, quando c’è il primo grande corteo (10 mila persone) e parla per la prima volta in pubblico colui che sarà il primo governatore della Repubblica popolare di Doneck: Pavel Gubarëv7. Il giorno del referendum di Crimea bandiere russe vengono innalzate sugli edifici pubblici. Lo stesso parlamento regionale prende in considerazione il referendum come strumento giuridico per cambiare lo status del potere locale.
Il 24 marzo è un giorno importante per la crisi. La R...