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Informazioni su questo libro
In questo libro Paolo Mai, maestro, fondatore dell'Asilo nel bosco ed esperto di outdoor education sviluppa il suo personale metodo educativo infantile, analizzando le criticità e i punti di forza della pedagogia moderna. Seguendo gli studi più moderni che ha ricercato in ogni angolo del mondo, Paolo Mai traccia una via che non ripercorre sentieri già battuti da altri ma che li integra all'insegna delle domande più importanti: che cosa mi aspetto dalla scuola? Che cosa mi rende felice?
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EducationCategoria
Education Teaching MethodsINTRODUZIONE
Un libro è una creatura preziosa. Le parole si inseguono, fanno luce, danzano costruendo ponti magici che permettono il contatto. La distanza dei corpi non conta, lo sconosciuto si fa amico. Chi scrive e chi legge sono compagni di viaggio che hanno deciso di cercarsi senza conoscersi e la destinazione diventa un dettaglio, se nel mentre ci si emoziona. Prendere la penna in mano, chiedere a un pezzetto di carta di ospitare i miei pensieri è un dono che faccio a me stesso. Lo faccio con la riverenza che si deve a ogni singola parola che traccerà questo cammino. Scrivere è un po’ come educare: si parte con la voglia di regalare ad altri il bello che abbiamo scoperto e si finisce col ricevere molto più di quel che abbiamo offerto.
Questo libro è nato diverse volte. L’ho iniziato per sfruttare un’occasione, l’inaspettata popolarità del nostro progetto educativo, ma si è ben presto dissolto nel tedio che accompagnava la sua stesura. È rinato per alimentare il mio ego alle prese con uno specchio gigante che di tanto in tanto mi offuscava la vista e inaridiva il cuore ed è rimasto lì per tanto tempo come un fiore che pretendeva di sbocciare dentro una gabbia buia. E ora, riposti l’opportunismo e lo specchio, finalmente libero prende vita, leggero, sincero e umile, con l’unico auspicio di regalare a chi lo incontrerà un po’ delle emozioni che questo pezzo di vita da maestro clandestino mi ha regalato. L’ordine del cuore non è l’ordine della ragione: questo libro, che dal cuore nasce e al cuore vuole arrivare, non percorrerà sentieri lineari ma procederà per sussulti, unendo racconti e pensieri che non hanno la pretesa di spiegare nulla. In cuor mio spero solo di riuscire a spingervi a cercare dentro di voi la bellezza che tutti custodiamo. Sogno che una volta scoperta possiate condividere questa immensità con chi vi accompagna nella vita. E se tra questi vi saranno dei bambini, sono certo che la speranza che il mondo diventi un posto migliore si farà meravigliosa realtà.
Capitolo 1
La pedagogia della bruschetta
Genio è l’uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.
Charles Bukowski
La pedagogia è di tutti e per tutti: nessuno può affermare che l’educazione sia una faccenda che non lo riguardi. Educhiamo anche quando non siamo maestri o non abbiamo figli, educhiamo con le nostre parole, con le nostre espressioni, con i nostri comportamenti. Questo libro non ha la pretesa di essere letto da tutti, ma desidero che sia accessibile a chiunque. Non troverete parole pompose, che alimentano la vanagloria di chi scrive e che rendono oscuri i concetti. Le parole servono a chiarire, a illuminare. Quest’opera ha la sua meta nella semplicità e nello stile essenziale. Vedo tanta poesia nelle cose semplici: in un’alba, in un abbraccio, in un gesto gentile e credo sinceramente che la bellezza sia il destino di chi, follemente, in questo periodo di individualismo scellerato, sceglie di donarsi agli altri, aprendo porte e non erigendo barriere. Ho sempre provato un fastidio intenso quando mi sono imbattuto in quelle persone che in ambito pedagogico non riuscivano a contenere il loro ego strabordante, che non capivano che studiare pedagogia è un atto d’amore verso l’umanità e che pur di mettere davanti il proprio faccione triste dimenticavano questa incredibile opportunità. Non si scrive per distinguersi o per primeggiare, ma per raccontare; non si parla per ricevere il plauso di una platea asservita ma per scaldare i cuori, per mettere in moto energie edificanti. Certe volte mi sembra proprio di vivere in un mondo al contrario. Siamo tutti esseri meravigliosamente diversi eppure ci omologhiamo intorno a principi poco salutari per distinguerci solo nella forma. Ci accomuna l’indifferenza, la paura, il materialismo e ci distinguiamo per l’auto, per il tatuaggio e per la grandezza della tv. Ci stiamo allontanando dal nocciolo della questione erigendo altari alla forma e a tutto quello che non è sostanziale. Dovremmo tornare a pane e acqua, direbbe Daniela Lucangeli, come sta facendo la scienza, ritornare alla ricchezza e al valore delle cose semplici, ma siccome pane e acqua mi fanno pensare alla prigione e io amo la vita allegra, il mio invito è a ritornare ad apprezzare un pezzo di pane bruscato, con olio e sale. Credo fermamente che la pedagogia debba essere una pedagogia della bruschetta. Credo che non ci sia la necessità di inventare nuovi metodi, di affannarci per elaborare un modello educativo migliore degli altri. Non esiste il miglior modello, esistono le persone appassionate: sono loro che fanno la differenza nella scuola. Di teorie pedagogiche ce ne sono molte, si tratta solo di adattarle e sposarle perché diventino un approccio il più funzionale possibile al benessere dei bambini e delle bambine che ci vengono affidati. E proprio in alcuni concetti semplici ma forse trascurati risiede, a mio modesto parere, quello che qualcuno ama chiamare la buona scuola: la centralità di una relazione significativa e di un ambiente di apprendimento stimolante, la gioia nel fare e nell’imparare, la passione dei maestri e delle maestre, le loro virtù umane, il diritto a essere se stessi, l’educazione emozionale, il ruolo attivo delle famiglie, una didattica centrata sull’esperienza, il ruolo fondamentale del gioco, una scuola edificata e strutturata per permettere ai diversi talenti di essere riconosciuti, valorizzati e per consentire legami cooperativi. Pur riconoscendo le opportunità didattiche che ci offrono le nuove tecnologie, non abbiamo bisogno di lavagne interattive per essere al passo con i tempi, ma di recuperare la ricchezza di quell’umanità che sa bene che la felicità è fatta di cose semplici, da condividere in allegra compagnia. La pedagogia della bruschetta chiede questo, semplicemente questo.
Capitolo 2
Una lunga ricrea-azione
Bisogna avere la responsabilità della gioia.
Alessandro Mannarino
Un giorno arrivarono all’Asilo nel Bosco oltre cento studentesse dell’Università cinese di Nanchino. Erano partite dalla Cina per studiare da vicino alcune scuole che consideravano innovative. Tutto potevano immaginarsi tranne che trovare un gruppo di bambini e bambine che, anziché stare dietro a un banco, si trovavano intorno a un fuoco a cuocere bruschette. Abbiamo trascorso insieme una bellissima mattinata, loro hanno osservato e io ho presentato loro la nostra idea di scuola. Quando giunse il momento delle domande la prima fu: «Dura sempre così tanto la merenda da voi?».
Fu in quel momento che la pedagogia della bruschetta si presentò per la prima volta, varcando addirittura al suo primo passo ufficiale i confini internazionali. Assunsi un tono molto serio, quasi accademico, e risposi: «No, di solito dura meno, ma siamo in un momento dell’anno in cui abbiamo tanto bisogno delle bruschette per i nostri obiettivi pedagogici», dissi. «E quali sarebbero questi obiettivi?» mi incalzò curiosa l’amica orientale. «Be’», risposi io «gli stessi di qualunque scuola immagino, in primis il benessere di chi la frequenta, l’apprendimento di conoscenze e competenze utili per la vita». Avreste dovuto vedere le loro facce. Qualcuna si fece sorridente, qualcun’altra perplessa e molte decisamente attonite. Cominciai allora a illustrare loro la pedagogia della bruschetta. «Qualcuno dice che noi apprendiamo molto quando siamo felici, e qualcun altro sostiene che per essere felici è fondamentale la qualità delle relazioni sociali. Vogliamo che i nostri bambini apprendano al meglio, quindi ci preoccupiamo quotidianamente delle loro relazioni. La funzione pedagogica della bruschetta è proprio questa: aiutare i bambini, attraverso la condivisione di momenti piacevoli, a costruire relazioni sociali. Quando un bambino si sente a casa riesce più serenamente a esprimere la propria individualità, comincia ad amarsi e a stare bene con gli altri. Il clima educativo è il terreno in cui mettiamo a dimora i semi dell’apprendimento, della conoscenza, dell’autorealizzazione virtuosa delle diverse individualità. Il clima educativo si fa molto fertile quando è fatto da relazioni amorevoli e quando l’aria si riempie di libertà ed emozioni piacevoli. La gioia, l’allegria, la felicità dovrebbero riempire la scuola, perché così stiamo e apprendiamo meglio e allora dovremmo ragionare più spesso sul come lo facciamo e non soltanto su cosa facciamo. E la pedagogia della bruschetta, care ragazze, non è affatto un’innovazione ma una delle scoperte più antiche dell’essere umano. Purtroppo oggi siamo alla ricerca sempre di qualcosa di straordinario, di complicato, di sensazionale e stiamo dimenticando la ricchezza delle cose semplici, quelle stesse cose che hanno permesso all’essere umano di uscire dalla caverna e arri...
Indice dei contenuti
- INTRODUZIONE
- APPENDICE
Domande frequenti
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