Speranze umane e speranza cristiana
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Speranze umane e speranza cristiana

Scritti religiosi e politici (1967-1983)

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Speranze umane e speranza cristiana

Scritti religiosi e politici (1967-1983)

Informazioni su questo libro

Abbiamo conosciuto molti esempi di sacerdoti (di più religioni) che hanno dedicato la loro vita a diffondere l'esempio di un modo di stare al mondo con e per gli altri, in particolare con e per i più maltrattati dalla storia, dalla società, dalla natura. Più raro è il caso di sacerdoti che abbiano accettato di assumere responsabilità direttamente politiche, entrando nei parlamenti liberamente eletti come indipendenti, di nome e di fatto, nell'adesione a principi condivisi di giustizia e di democrazia. Dal 1976 al 1983 il pastore valdese Tullio Vinay è stato senatore della Repubblica, eletto come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano. Questo volume raccoglie i più luminosi e radicali interventi politici, insieme ad altri di rigorosa e limpida tensione civile e morale. In mezzo a queste pagine, figurano quelle di un viaggio nel Vietnam in guerra che fanno pensare anche alle guerre di oggi, e alle tante testimonianze, spesso tragiche, dei credenti aperti al dialogo che si sono posti e si pongono dalla parte di tutte le vittime, e operano per la pace e non per la vittoria degli uni degli altri.

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788863573480

Scritti vari

Illusioni e realtà (ottobre 1967)

Percorrevo a zig-zag la via 1° Maggio cercando di evitare pozze d’acqua e fango. Quando piove, questa strada è impercorribile. Non si sa dove mettere i piedi. E pensavo di essere fortunato a trovarmi qui, non solo per il gruppo comunitario, ché non sono solo a hvorare, ma perché qui a Riesi si vede la realtà faccia a faccia. Non è il posto delle illusioni. È vero che illusioni ce ne siamo fatte iprimi anni, ma non più ora. La predica del Vangelo avviene nella vita quotidiana, sul lavoro, neiie difficoltà della produzione, nel commercio, nei comitati, con quelli che chiedon lavoro o aiuto. Gli uomini son quelli che sono. Il giuoco degli interessi è così forte che non lascia loro il tempo di recitare. E se recitano lo fanno cosi male da non ingannare alcuno. L’Evangelo è respinto perché, se accettato, coinvolge la loro vita direttamente. Ed ognuno si protegge, e ciò è chiaramente visibile. Non potrebbero dire di sì e poi non , pagare di persona. Quei pochi che Io hanno accettato, pagano. Ma son pochi. I più giran d’intorno, cercan alibi, ma in sostanza non vogliono Cristo. Forse un po’ di religione, sì.
Se fossi pastore di una deUe tante chiese d’Italia o d’Europa, non sarebbe facile liberarmi dalle illusioni. in questo molti pastori hanno vita ben più grama. intanto c’è il sermone settimanale. Grande trappola. Ci si mette l’anima. I fratelli ascoltano. Piace loro. Il nostro calore si trasfonde nell’assemblea e questa , fa la faccia compunta e ti stringe la mano, ringraziando. “Hanno capito”, vien naturale di pensare. Ma che hanno capito? Che . era un bel discorso? È troppo poco. Che han da riflettere? Ancora poco, perché la riflessione deve concludersi in un impegno ed è questo che non viene. Poi ci son le riunioni, le visite, e altrettante facce d’occasione. Non è colpa più loro che nostra. p$ori le provochiamo ed essi ci spingono a farlo. Ma iilusiamo, tutti e due. E sotto le beile accoglienze, sotto i modi ili, la sostanza è la stessa che a =esi, solo non la si vede ‘ così chiaramente come quando si è immersi nella vita con tutte le sue «grane» e tutte le sue passioni.
La realtà è dura. Crudele. Vediamo ogni giorno come l’uomo è refrattario al «mondo» di Cristo e come si attacca disperatamente al suo anche se questo gli avvelena la vita. Anzi, è proprio il veleno delle falsità di questo mondo, delle sue illusioni, che ci fa essere così poco ricettivi al “mondo” di Cristo.
Nei vari settori del nostro lavoro, anche se non pochi di que- sti dai lato organizzativo vanno bene, ognuno awerte le difficoltà della lotta, che non è esteriore ma contro lo spirito dell’incredulità che è nell’aria, e ognuno sente che siamo sempre ai primi inizi e che non si può parlare di risultati veri. I1 visitatore, vedendo quel che abbiamo realizzato in appena cinque anni, - osservando le belle costruzioni, considerando le varie attività… rimane incantato e ci dice: “Quanto lavoro avete fatto e in così poco tempo!”. Ma la sua esclamazione non ci consola. Noi sappiamo la realtà quotidiana, sappiama chi è l’uomo cui si parla, l’atmosfera opprimente che grava sulla città. Lo sappiamo e non ci consolano le ardite costruzioni in pietra e cemento, né gli esperimenti positivi del Centro Agricolo, né la forte affluenza alle nostre scuole, né i molti, moltissimi contatti che ormai abbiamo in Riesi e fuori. C’è la realtà. Di fronte a questa la nostra ci sembra la fatica di Sisifo, tutto da ricominciare, sempre da ricominciare... solo il Signore può fare, e per sua sola grazia. E non c’è altro. Le nostre mani che portano i segni ddla fatica sono vuote. Si, qui, dove tutta si vede a colori forti, non meno che nelle città dove le apparenze coprono la visione delle cose, solo per la grazia del Signore possiamo sperare che la nostra fatica non sia vana e solo il suo intervento può dare significato alla nostra presenza qui.
Tutte queste riflessioni sono vecchie. In ogni tempo sono state fatte. Però in ogni tempo si pensa che si può porre rimedio alla vuotezza dell’opera umana cambiando metodi e sistemi. Certo occorre aggiornare i metodi: non v’è nulla di più negativo, almeno per noi cristiani, che l’idolatria di un sistema; occorre curare le diverse preparazioni a seconda dell’epoca in cui viviamo, ma le difficoltà vere, quelle che non si vincono con metodo nuovo, provengono dal desiderio antico dell’uomo di essere indipendente da Dio. Si può ricorrere a teologie che assecondano questo desiderio, ma son nuove illusioni che si aggiungono alle vecchie ed è inutile voler rendere accettevole al mondo un messaggio che il mondo può accettare solo accettando di rinunziare a se stesso, alle sue salvezze, alla sua concezione della vita. Anche noi abbiamo cambiato metodi, e non ce ne pentiamo, perché occorre essere aderenti al tempo, parlare il suo linguaggio per esser compresi, ma non ci illudiamo perché proprio neUa misura in cui siamo compresi viene un pronunziamento negativo. Non è il metodo che è decisivo, bensì il mutamento di quest’uomo che siamo, uomo introverso, mosso dd’istinto di conservazione, non dal senso dell’agape, dell’amore che si dona.
Se una cosa può esser ritenuta importante, questa è che la voce profetica che annunzia “le cose nuove” in Cristo non cessi di gridare per le vie e nelle piazze, nei convegni degli uomini, nella loro politica e nella loro economia. E questa voce profetica indicherà sempre oltre alle verità penultime che viviamo con ogni creatura, la verità ultima che dà senso a queste e dà speranza a ognuno.
Oggi spesso si svaluta il ministerio pastorale: certo, il pastore può pascersi di illusioni, ma può anche nutrirsi giornalmente di “grane”, cioè di realtà cruda, come awiene a tutti gli uomini ed a tutti i servizi della chiesa, anzi del mondo. Non è questione di categorie. Però senza il predicatore che indichi agli uomini, che ognLgiomo si consumano a contatto con la vita, il senso dell’esistenza che viene dalla croce e dalla risurrezione di Cristo, come si potrà andare avanti? Come può una comunità impegnarsi nel mondo senza aver preso per la giacca uno dei suoi membri ed avergli detto: «Tu stai attento alla Parola ed avvertici se usciamo di via!». Si potranno eliminare molti servizi. non quello della Parola, perché è inutile affaccendarsi intorno a molte cose, se poi si lascia da parte quel che può dirci se la fatica fatta ha una direzione vera o una direzione falsa.
Personalmente, dopo aver esercitato il pastorato in una parrocchia come le altre, poi in un centro di giovani i quali, proprio perché son giovani, son sempre in movimento e sempre tra illusioni e realtà, infine qui in questa città che ha bisogno di tutto e che smaga anche l’uomo più incantato da illusioni, se tornassi giovane, ed il Signore me lo permettesse, sceglierei ancora d’essere pastore, cioè ministro della Parola, perché e chiese ed uomini non vivano nelle illusioni, ma nella realtà anche se questa è crudele, poiché Dio parla ad uomini veri e non a commedianti. Tornerei ancora al duro tirocinio della Facoltà di Teologia come tanti han fatto, per prepararmi al servizio maggiore, non perché questo servizio ci dia alcuna dignità sugli altri, ma per poter faticare nella Parola affinché altri possano servire realmente al mondo, e non a se stessi o alle proprie illusioni.
È questione di concezione del pastorato: o quello inteso a conservare le illusioni e ad alimentare pratiche religiose, o quello il cui pane quotidiano sono le “grane” di tutti i giorni, perché nella lotta reale della vita. Noi tutti abbiamo in noi le due attitudini, però la vocazione cui siamo chiamati è chiara nelle parole di Gesù, colui che non aveva un luogo dove posare il capo. Non solo la chiesa ma il mondo tutto ha bisogno di ministri della Parola. Ne occorrono nei convegni poiitici, ne occorrono nelle ricerche economiche, ne occorrono ovunque gli uomini vivono e soffrono, altrettanto come le armate, in marcia o accampate che siano, non possono in alcun modo fare a meno delle sentinelle. La nostra epoca ne ha bisogno proprio nella pisura in cui si sente «adulta» - non per una ri-clericazzazione, sarebbe ridicolo il pensarlo - maproprioperché cmminando rapida verso mete nuove, non perda la direzione del cammino né dimentichi il senso della vocazione umana. E che questo senso si vada perdendo lo dice il fatto che si pensa di poter fare a meno della Parola e del servizio che ad essa deve essere reso.
L’apostolo Paolo, parlando dei ministeri che ci sono nella chiesa, dice “desiderate ardentemente i doni maggiori” (I Cor. 12, 31). Certo, fan bene a non desiderare il dono della predicazione quelli che del pastorato hanno la falsa immagine dell’uomo da salotto che sa dire parole forhite e piacevoli; e fan bene anche a non desiderarlo quelli che vogliono un posto tranquillo per sé, un piccolo “chez soi” ove nessuno li disturbi; questi seguano altre carriere, ma se v’è chi vuole affrontare la realtà di questo mando, torbida e triste come essa è, ed in questa volontà gli è data anche la vocazione pastorale, non la lasci scappare, perché è responsabile verso gli uomini suoi fratelli, credenti o non credenti, e perché perderà l’occasione di un servizio di prima importanza, di fronte al quale conta proprio poco il comfort della vita d’oggi. Qui anche vi è da scegliere fra illusioni e realtk se la vita non è troppo breve per sciuparla con il suo decoro!
Certo, possiamo ben dire che difficoltà ne abbiamo, a Riesi, dalla mattina alla sera, Difficoltà interiori perché la nostra stoffa è come quella degli altri; difficoltà esteriori, perché i nostri concittadini sono uomini avversi all’Evangelo non meno di tutti gli altri. La sola differenza sta nella loealitk ma che cosa fa questa? Che peso ha questa nella vasta problematica della vocazione umana? Due che per queste cosette ci sacrifichiamo è del tutto assurdo. Si sacrifica chi si pasce di illusioni, come quelle dell’onore, del comfort, della carriera. Nella misura in cui saremo capaci di vedere faccia a faccia la realtà e proprio in essa continuare, oltre alla stanchezza che viene dalle esperienze, a resistere e a testimoniare, non dobbiamo né lamentarci né attendete le consolazioni facili degli altui elogi.
La nostra comunità ha un pastore. Gli è necessario proprio perché erché impegnata, dalla mattina alla sera, nella attività per la - città. Se egli è assente, un altro o un’altra son delegati a pren derne il posto. Se egli dovesse mancare, sceglierebbe un altro pastore, perché se si vuole che gli altri servizi siano compiuti, e se si vuole che ogni opera abbia un senso, su questi servizi, su quest’opera. come su queiii che vi si affaticano, b Parola deve essere pronunziata, affinché la Signoria del Cristo Risorto sia manifesta agli uomini.
E concludo. Mi pare che la sola cosa che valga ancora è la predica del Regno, cioè l’indicazione della realtà che viene. Sia che sia ascoltata, sia che non sia ascoltata. Sipotràinsistere che sia fatta nel vivo della vita e non astrattamente, nella città e non solo entro le mura del tempio, nelle opere della vita e con le parole e non solo con queste, ma la predica del Regno rimane essenziale. Perché gli uomini cambino mentalità e guardino la vita con occhi nuovi è necessario che ascoltino quel che il Cristo, rivelazione e agàpe di Dio, dice loro. Sennò, rimangono nel buio, ed è inutile che siano «adulti», è inutile che si ubriachino con l’euforia delle loro scoperte, è inutile che adattino a questa situazione le loro teologie, come è inutile che si sostituisca un modo di vita con un aitro, un metodo d’altro.
Qui nella città lo scopriamo sempre di nuovo. L’essenziale è l’indicazione del Regno. I più non ascoltano. E ciò non è nuo- vo nella storia della predicazione della Parola, da Israele in poi. I più preferiscono le vie della saggezza umana; e non solo quei di fuori, ma anche i battezzati. Voce nel deserto. Sempre nel deserto. Attraverso i secoli nel deserto. Ma un piccolo «residuo)) ascolta, riceve la Parola, e porta frutto anche per gli al- - tri. in questo residuo, piccolo, non appariscente, come Colui che lo suscita, e che fu lui stesso messo fuori dalla città ed ucciso, è la sola speranza della città, che da esso può averne sapore.

Divisioni fasulle (giugno 1969)

Anche qui come in ogni luogo ci sono molte etichette e molti schieramenti. Ora appaiono <ci contestatori», come da un annno o poco più a questa parte sono apparsi i «capelloni». Hanno visto alla televisione o al cinema tipi così conciati e li hanno imitati. Tutto lì. Sono oggi «capelloni» oppure contestatori, come v’è la moda (qui poco) della minigonna e come, negli anni tren ta, v’era quella della donna crisi.
Qui si vedono le cose bene, perché risaltano più chiaramente nello sfondo incolore, ma non è difficile supporre che dappertutto siano uguali. Gran divisione fra contestatori e conservatori, fra quanti temono i rivolgimenti per le incertezze che essi con sé e quanti non vedono altra soluzione che una rivoluzione radicale che muti interamente la situazione. Gli uni non avvertono il mutamento dei tempi e si attengono con decisione, e a volte anche con amore, alla tradizione. Gli altri non sopportano più – e chi potrebbe dar loro torto? – il mantenimento dello status quo considerato come ultima rovina. Dall’osservazione dei fatti e dai discorsi non si va molto più in - là. Quel che appare è questo. C’è poi, come sempre, chi sostiene bene una causa e chi la sostiene male, ma all’esterno le posizioni sono queste, anzi divengono sempre più intransigenti tanto che persino il dialogo sembra impossibile.
Però, se si va ben addentro nella vita degli uomini, cioè se si va oltre ai loro discorsi e, anche, alla loro maniera di esprimersi, questa divisione attuale, come già altre, appare più che mai «fasulla», non vera, malgrado i contenuti, anche veri, e le battaglie che si sostengono.
Chi fa più caso oggi alle dichiarazioni «sono cristiano» oppure “sono cattolico” o “sono protestante”? Le etichette non dicono più nulla e le qualifiche sono svalutate. Si farà attenzione al modo di essere dell’uno e dell’altro, al senso che egli dà alla propria vita. Per quel che riguarda le parole e anche la dottrina, lo stesso messaggio cristiano viene considerato cosa sorpassata dai tempi. Non, però, così la vita, cioè il messaggio incarnato in uomini nuovi: questo fa sempre pensare e turba.
Che cosa vuol dire “io sono col movimento operaio”, oppure “io sono col movimento studentesco”, quando si fa una vita comoda e si è perfettamente inseriti nel sistema, tanto che la nostra casa e i nostri comportamenti non differiscono per nulla da tutti gli altri?
Vivendo la vita di una città, la sua vita economica, sì anche commerciale, ci è dato a volte di scoprire queste cose. Ecco delle persone politicamente schierate in campi opposti, come possono esserlo quello comunista o democristiano, di confessione diversa, cattolica o protestante, di orientamento rivoluzionario o tradizionalista… ma spesso, in fondo, che differenza c’è? Chi li domina è l’interesse personale, nella maniera più comune, più piatta.
Così la divisione vera non mi pare essere quella fra contestatori e conservatori, come, ben spesso, non lo è più fra cattolici e protestanti. La divisione vera, non fasulla, che segna un confine profondo, sta in quel che l’uomo è nella sua vita quotidiana, nel suo essere in mezzo agli uomini, nel suo vivere in Cristo o fuori di lui. La divisione vera sta nel fatto se è avvenuto in lui o no quel mutamento radicale di mentalità per cui non è più condotto dal suo istinto di conservazione, ma da una fiducia piena e ppfonda nell’opera che Cristo compie. In un caso, al di là di tutte le proprie autodefinizioni, sarà teso a conservarsi, a costruirsi delle sicurezze, e si integrerà, malgrado tutti i suoi discorsi, nel sistema o, se volete, nella figura del presente secolo. Nell’altro caso, sia che sappia o no esprimersi, far discorsi o tacere, per ...

Indice dei contenuti

  1. Questo libro
  2. Introduzione di Goffredo Fofi
  3. Scritti vari
  4. Discorsi in palarmento

Domande frequenti

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