Quis ut deus
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Quis ut deus

  1. 120 pagine
  2. Italian
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Quis ut deus

Informazioni su questo libro

Michele è un pittore di successo. Ha conquistato con determinazione la sua nicchia sul Bolaffi in decenni di lavoro ostinato e astioso. Ma nelle pieghe di quel successo si nascondono i segni della frustrazione di un'adolescenza inadatta, martirizzata dalla sua incapacità di trovare una sua collocazione nel complicato e incomprensibile mondo dei grandi. Oggi, a cinquant'anni, per celebrare la sua consacrazione e per cercare di rivestire di motivazioni una vocazione artistica che ha ormai smarrito, consigliato dal suo agente, decide di concedersi un periodo sabbatico proprio nella sua città natale, La Spezia, nella quale inopinatamente, e quasi del tutto casualmente decide di dipingere, per la prima volta nella sua carriera, un grande quadro di soggetto sacro, che rappresenta l'Arcangelo Michele che sorvola il Golfo dei Poeti.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2012
Print ISBN
9788895797199
eBook ISBN
9788895797373
Argomento
Arte
[diciassette]
Sancte Michaël Archangele, defende nos
in prælio et colluctatione,
quæ nobis adversus principes et potestates,
adversus mundi rectores tenebrarum harum,
contra spiritualia nequitiæ, in cælestibusus.
Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit
inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis
suæ fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno.
(Jubilaeum - Exorcismus in Satanam
et Angelos Apostaticos Jussu Leonis Pp. XIII)

Guardai l’opera mia soddisfatto. La notte attendeva in silenzio. Nel buio, oltre la muraglia, il mare sciabordava di quel suono sordo e ottuso, come se le onde fossero di melassa. Il vento era zucchero filato, aveva rivestito tutto di una ragnatela appiccicosa, rallentando ogni cosa.
Solo io, al di fuori di quel bozzolo, mi affannavo perché l’opera fosse compiuta.
Nel Golfo centinaia di lumini ardevano morbidi e lenti mentre le barche aspettavano lo spettacolo dei fuochi. Restai un momento a guardarle sentendo un’intensa puntura di nostalgia trafiggermi.
Sarebbe stato bello, una sera qualunque d’estate, essere là, su una qualsiasi di quelle barche a guardare il mare. Magari qualcuno avrebbe messo la musica, o forse l’avremmo suonata noi. Magari si sarebbe riso, quella sera. E là in mezzo, avrei sentito sul viso il soffio del vento di mare, quello che dà sempre l’idea che il mondo sia migliore e a portata di mano, e mi sarei stretto nel maglione, trattenendo un brivido… o forse mi sarei stretto a Lei, chiunque fosse Lei, e dovunque si fosse nascosta. Poi qualcuno mi avrebbe passato una lattina di birra o forse un bicchiere di Vermentino fresco e tutti avrebbero sgranato gli occhi, col naso in su, mentre in cielo l’arazzo di fiori di fuochi d’artificio avrebbe iniziato a sbocciare…
Mi ridestai.
Tante cose mancavano ancora, prima che la notte fosse compiuta. E alcune dovevo farle io.
Non era ancora tempo di completare tutto, ma lo desiderava il cuore, lo desiderava il corpo… e soprattutto la suola, che premeva sull’acceleratore. Affrontai i tornanti al limite del testacoda, inseguito da un’urgenza improvvisa. Il buio benigno dell’abitacolo mi cingeva e mi faceva sentire protetto. Dentro la macchina, in sottofondo, aleggiava un sottile lezzo nauseabondo, come di spazzatura dimenticata in casa durante il week end.
Questa volta non avrei permesso un processo indiziario, ipnotizzato da una qualche divinità invidiosa e golosa delle mie disgrazie. Questa volta avevo un vantaggio. Non mi sarei chiesto quale fosse la colpa. Lo sapevo già. Qualcosina l’avevo commessa – oh, se l’avevo commessa. E sapevo pure il motivo.
Angelo Cherubino, catechista, matematico, filosofo, poliziotto e figlio di puttana avrebbe dovuto giocare a carte coperte. Sapevo anch’io di cosa stavamo parlando. Sapevo cosa ribattere. Poi… che andasse come voleva andare, a questo punto era questione di poco conto.
Fissavo ipnotizzato la linea della mezzeria accompagnando la curva. Ines, Monica, Sonia. Continuavano a schizzarmi davanti agli occhi con i loro sorrisetti di sufficienza, con le loro battute dozzinali ed i silenzi di sottintesi… ma c’era ancora qualcosa che non capivo. Ero colpevole, certo. Adesso lo ero. Le avevo fatte a pezzi, quelle poverette…
…poverette? …ma cosa stavo dicendo?
Ora avevo senza ombra di dubbio delle colpe, povere anime.
…povere…?
Un pensiero difficile da afferrare questo. Sfuggiva da tutte le parti, sfilacciandosi come certi banchi di nubi sottili che affollano il cielo certe sere d’estate… Appurato che ero in colpa verso di loro… Ecco, sì. Come cazzo facevano a saperlo prima, tutte e tre? E volendo sottilizzare: e tutti gli altri? Perché la mia colpa era lì ben visibile agli occhi di tutti, fuorché ai miei, nei secoli dei secoli…
Amen.
Ci stava alla perfezione, questa volta.
Ricapitoliamo: avevo una colpa. Ok, ce l’avevo. Ma prima? Voglio dire in quello scorcio di anni settanta, ero ancora innocente. Parecchi anni dopo avrei compromesso l’integrità fisica delle mie amichette. Ma questo molto dopo.
Ora. Che loro già lo sapessero ci stava pure. Era una punizione preventiva, quella…
Ah ecco. Adesso ho capito. Ora è, finalmente, tutto chiaro. La pena, in questo caso, aveva preceduto la colpa. Non fa granché differenza, visto dalla fine dei secoli. La somma fa pari, se il calcolo è algebrico.
Per esempio, Angelo Cherubino lo sapeva già prima.
Forse era una questione d’odore. Forse sì. Come quando hai l’alito che puzza e gli altri lo sanno ma non lo dicono, perché non vogliono offenderti.
Ma se l’avessero detto…
Insomma, potevo fare qualcosa. Tutti stronzi. «Ehi…», disse a quel punto una vocina proprio dietro la nuca, «…è proprio quel che ha detto Angelo…». Ma di che cosa stai parlando? “Tutti stronzi al mondo eh?”. Cristo, sì. Aveva detto proprio così, Angelo Cherubino. Tutti stronzi al mondo eh?
Mi accodai insofferente ad una Panda che procedeva incerta al centro della carreggiata cercando lo spazio per superare. Un filo di disagio si faceva strada nel petto affannando il respiro. Lo scacciai con violenza.
Non era più tempo per i dubbi. Forse prima, forse una volta, cinque minuti fa. Non ora. Oramai era tardi, i dubbi non erano un lusso che potevo concedermi. Scalai la marcia per buttarmi in sorpasso.
Fui da lui in un attimo, si fa per dire. In un attimo dei miei, in quella manfrina temporale in cui qualcuno mi aveva arroccato.
Mi diede uno strano brivido, passare sotto il ponte della ferrovia e aggirarmi per le strade di allora. Non ci tornavo… da allora, appunto. Intorno, avviluppati in insistenti ragnatele di zucchero filato, gli altri si aggiravano per la strada al rallentatore…
“E bravi!”, pensai, “andate a vedere i fuochi del Palio? Andate, andate… che buon pro vi faccia. Tanto, finché io non ho finito… La conoscete quella di Achille pie’ veloce e della tartaruga? Adesso ve la spiego. Funziona così: non ci arriverete mai, a vedere i fuochi! Mai, perché ci sarà sempre un’altra ragnatela di zucchero filato da scavalcare, un altro guado di melassa da evitare, una pozzanghera di cioccolata a trattenervi il piede… almeno finché io non avrò terminato l’opera mia”.
Ero alla scalinata dove abitava lui da ragazzo, e non avevo il minimo dubbio che vivesse ancora lì. Parcheggiai di fronte al portone. Guardai le finestre del secondo piano, che pulsavano di una luce che sembrava gelatina al limone. Era lì, non c’erano dubbi.
Mi arrampicai lungo il tubo della grondaia e salii in terrazza, da dove arrivava il rumore di un televisore acceso. Mi chiesi come facesse, il suono, a penetrare l’ineffabile bozzolo di tempo che mi avvolgeva. Sentivo la realtà scrocchiare sotto le suole, come canditi sbriciolati.
Sfondai la finestra con un calcio, e restai a vedere i vetri che vorticavano lentamente nell’aria senza rassegnarsi a cadere, come in Matrix. Annusai l’aria: caffellatte, varechina e brodo di dado.
Infine lo vidi, abbandonato su una poltrona accuratamente rivestita di una fodera a fiori, le palpebre grevi socchiuse. L’azzurro ospedale di quegli occhi mi diede immediatamente la nausea. Intorno a lui il bozzolo di zucchero candito era denso, tignoso.
«Lo sapevo che non c’eri andato, a vedere i fuochi. Ti piace soffrire in silenzio, eh? Lontano da tutto, contemplando l’evidenza di essere assolutamente troppo, per il resto del mondo».
Insomma, un discorso lunghissimo e lievemente involuto, che attirò il suo sguardo stupito, ma neanche un accenno di...

Indice dei contenuti

  1. [prefazione]
  2. [uno]
  3. [due]
  4. [tre]
  5. [quattro]
  6. [cinque]
  7. [sei]
  8. [sette]
  9. [otto]
  10. [nove]
  11. [dieci]
  12. [undici]
  13. [dodici]
  14. [tredici]
  15. [quattordici]
  16. [quindici]
  17. [sedici]
  18. [diciassette]
  19. [diciotto]

Domande frequenti

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