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Un idillio ospedaliero
Il nuovo paziente era un pezzo d’uomo dal torace ampio, sui ventitré anni, e non sembrava affatto malato. Ma nell’attimo in cui entrò in punta di piedi nel reparto e si diresse verso il letto vuoto accanto a quello di Frank Garvey, in un pomeriggio di giugno durante l’ora di silenzio, Garvey capì che si trattava di un recidivo. I novellini avevano un’aria timida con addosso il pigiama dell’ospedale mentre percorrevano a piedi o in sedia a rotelle la lunga camerata dal soffitto alto. Si guardavano intorno a disagio passando davanti alle file di uomini coricati fra lenzuola in disordine, vaschette per l’espettorato e scatole di kleenex e fotografie di mogli, prima di abbandonarsi, esitanti, al letto pulito che da allora in poi sarebbe stato il loro, e di solito cominciavano subito a fare domande («E tu da quanto tempo sei qui? Diciotto mesi? No, cioè, quanto dura in media una terapia?»).
Ma questo era uno già scafato; lo dimostrava il fatto che un paio di veterani del reparto dal fondo della camerata lo salutassero con cenni della mano e grandi sorrisi. Rispettando le regole dell’ora di silenzio, mise i propri abiti piegati nel comodino badando meticolosamente a evitare qualsiasi rumore. Poi, vedendo che Garvey era sveglio, gli tese la mano attraverso lo spazio che separava i loro letti. «Non ha senso aspettare che qualcuno ci presenti ufficialmente», sussurrò, con un sorriso fanciullesco che infranse la salda durezza irlandese del suo viso. «Mi chiamo Tom Lynch».
«Frank Garvey; piacere di conoscerti. Sei già stato qui?»
«La prima volta per quindici mesi; poi mi sono stufato e ho firmato per uscire. È successo cinque mesi fa». Sorrise di nuovo. «Mi sono fatto cinque mesi di vacanza».
La signorina Baldridge, la caposala, troncò la conversazione con un ordine stridulo lanciato dalla porta, che fece fare un soprassalto a diversi uomini addormentati. «Va bene, Lynch, basta con le chiacchiere e ficcati a letto. Sai benissimo che non devi venire qui a fare chiasso prima delle tre».
Lynch, offeso, fece fare un mezzo giro alla sua mole per affrontare l’infermiera. «Senta un po’, noi non stavamo facendo...» Lei lo interruppe con un «Sh-sh-sh!» iroso, avanzò nella camerata e puntò un dito rigido verso il suo letto. «Dentro, ragazzo!»
Lentamente, Lynch si tolse le pantofole e s’infilò sotto le lenzuola. La signorina Baldridge rimase ferma a osservarlo, con le mani sui fianchi, pronta a lanciare l’urlo decisivo – «Ti faccio rapporto!» – al prossimo segno di impertinenza. Era una ex maggiore dell’esercito, votata alla disciplina infermieristica e pronta a criticare qualsiasi infermiera della sua squadra attuale, in particolare una biondina giovane e graziosa di nome Kovarsky, che dava del lei ai pazienti e prestava ascolto alle loro lamentele per tutto il tempo che desideravano, e quel giorno era in piena forma. La mattina aveva ordinato che le radio restassero spente mentre lei camminava su e giù per la corsia centrale tenendo una predica sulla fortuna di tutta la ventina di degenti del reparto. Se proprio uno doveva beccarsi la tubercolosi, riteneva lei, era una fortuna che ci fosse l’Ufficio Reduci a prendersi cura di lui, e una fortuna ancora maggiore essere ricoverato in quel particolare ospedale, vicinissimo a New York, con personale medico di prim’ordine. Pertanto, aveva fatto notare, con gli occhietti trionfanti sopra l’orlo della mascherina di lino regolamentare, il minimo che si poteva fare era cooperare. Garvey, che era stato assistente di Lettere e trascorreva gran parte del suo tempo a leggere, fu additato fra tutti per due capi d’imputazione: la pila disordinata di libri sul suo davanzale (era già fortunato ad avere il permesso di tenere qualche libro) e la cenere di sigaretta sul pavimento accanto al letto (era già fortunato ad avere il permesso di fumare; in molti ospedali per tubercolotici era vietato). E per quanto Garvey fosse restio ad assumere un’aria contrita, era altrettanto restio a rivolgerle un sorriso sciocco, oppure a perdere le staffe, due atteggiamenti che non avrebbero fatto altro che peggiorare le cose. Non c’era modo di difendersi, aveva stabilito con aria cupa, proprio come non c’era modo di difendersi da questo sconosciuto massiccio e affabile nel letto accanto, che sapeva benissimo che non doveva venire a far chiasso prima delle tre, e che adesso se ne stava disteso tutto sudato a pancia all’aria cercando di controllarsi. Nessun suono a parte il respiro dei pazienti e, dietro le veneziane abbassate, il rumore degli insetti che davano l’assalto alle zanzariere delle finestre, ronzando e sbattendo con frustrazione furibonda prima di volarsene via.
Soddisfatta, la signorina Baldridge girò sulle suole di gomma e si avviò alla porta.
«Seguiteci domani sullo stesso canale», disse una voce bassa all’altro capo della corsia, col tono profondo di un annunciatore radiofonico, «per un altro appassionante capitolo della vita di... Pru Baldridge, ufficialessa dell’esercito». Lei interruppe solo per un attimo la sua compassata uscita di scena, ma tanto bastò a far capire chiaramente che era stata punta sul vivo, poi aveva rinunciato ad attaccare come l’istinto le suggeriva e aveva optato per una rapida ritirata, fingendo di non aver udito. Mentre raggiungeva la porta la voce si alzò man mano, accompagnata ora da un coro di risate mal represse che si levavano da tutto il reparto: «Una soldatessa può trovare la felicità in un ospedale per reduci?» Era Costello, ex commesso viaggiatore diventato poi mitragliere dell’aeronautica, che aveva riportato un’abile vittoria, sbaragliando la caposala. Le risate si alzarono esultanti tutto intorno; lui si tirò su a sedere sul letto e parodiò un inchino di ringraziamento.
«Grazie», bisbigliò Lynch dall’altro lato della corsia, ma lo sentirono tutti.
«Non c’è di che», rispose Costello. «Quando vuoi». Era un trentenne smilzo e scuro con il viso precocemente increspato da quelle rughe che vengono sorridendo. Anche se era lì solo da pochi mesi, i suoi precedenti in fatto di abbandono della terapia ed espulsione dagli ospedali risalivano alla fine della guerra.
Coyne, un ragazzone brufoloso che era vicino di letto di Costello e che apprezzava sempre le sue battute, che fossero divertenti o no, ormai aveva quasi perso i sensi a forza di ridere, la faccia rossa come una barbabietola, il letto che tremava. Alle tre, quando la signorina Baldridge ricomparve per comunicare la fine dell’ora di silenzio, lui aveva ancora un largo sorriso. «Ehi, signorina Baldridge», le chiese, «una soldatessa può trovare la felicità in un ospedale per reduci?»
«Ah, Coyne», rispose lei, «vedi di crescere, per l’amor del cielo». E cominciò ad aprire le veneziane dando strattoni alle cordicelle, lasciando entrare il fulgore pomeridiano. La seguiva un inserviente ingrugnato, che distribuiva un termometro a ciascun paziente, e la signorina Kovarsky si muoveva aggraziata di letto in letto misurando il polso ai pazienti.
«Come sta oggi, signor Garvey?» La signorina Kovarsky parlava a bassa voce, le sue dita erano piccole e fresche sul polso di Garvey.
«Benissimo, grazie».
Lei gli sorrise, o perlomeno socchiuse gli occhi al disopra della mascherina bianca, e poi proseguì verso il letto di Lynch.
In men che non si dica le radio furono di nuovo accese sulla cronaca di varie partite di baseball, e nel reparto ripresero i colpi di tosse, le risate e il chiacchiericcio. Gran parte del pomeriggio fu imperniato su Lynch; quelli che lo conoscevano dovevano per forza dargli il bentornato, e quelli che non lo conoscevano dovevano inquadrarlo nel gruppo. All’inizio fu circondato dai veterani del reparto, uomini anziani che vivevano lì da anni e i cui ricordi arrivavano molto indietro. Dopo che l’ebbero messo al corrente degli ultimi pettegolezzi dell’ospedale, ridacchiando e grattandosi con le dita fiacche, e mentre uno di loro, il vecchio signor Mueller, se la svignava per spargere negli altri reparti la notizia del suo ritorno, Lynch scambiava nomi e notizie con Costello, Coyne e alcuni dei più giovani che erano arrivati dopo il suo periodo di degenza. Poi il signor Mueller tornò con un gruppo entusiasta di pazienti deambulanti, che Garvey non conosceva, alcuni dei quali indossavano la divisa di gabardine verde dei convalescenti. Dissero tutti che erano molto dispiaciuti di vedere che Lynch era tornato, e che doveva esser dura per lui ritrovarsi là, nello stesso reparto da cui era partito, e poi si misero comodi per parlare dei vecchi tempi, dei festini a base di birra nei gabinetti e delle visite clandestine (i reparti erano al pianterreno, e nei gabinetti c’erano delle uscite antincendio) ai bar del vicinato. Parlarono di un’infinità di bravi ragazzi che erano stati buttati fuori, oppure che stavano meglio o peggio, o che erano matti come al solito, o che adesso stavano «su in chirurgia», e di qualche bravo ragazzo che era morto. Garvey inforcò gli occhiali e si mise a leggere.
Poco prima di cena, la signorina Baldridge venne a disperdere la comitiva. «Va bene, tornatevene ai vostri posti», disse. «Tutti quanti». Quando gli altri se ne furono andati, Lynch tirò fuori una sigaretta dal pacchetto e lo offrì a Garvey.
«Da quanto tempo sei qui, Frank?»
Nel reparto non ci si chiamava quasi mai per nome di battesimo, e Garvey fu sorpreso di provare una vampata di piacere per l’atteggiamento amichevole del ragazzo. «Tre mesi», rispose. «Sono ancora agli inizi».
«Il peggio l’hai superato», gli assicurò Lynch. «Per me, almeno, so che quello è stato il periodo peggiore. Dopo il tempo passa più in fretta. Ci si abitua alla vita di qui, si conoscono persone diverse».
«Hai un’idea di quanto ti toccherà rimanere stavolta? Ti hanno detto niente?»
«Hanno detto che ho un’altra cavità e che sono risultato di nuovo positivo, il che vuol dire che vogliono operarmi al lobo. Probabilmente mi terranno qui a riposo per due o tre mesi, e poi mi porteranno su in chirurgia. Dopodiché non si può dire. Un anno; forse di più».
Un’operazione al lobo vuol dire una lobectomia, l’asportazione di un pezzo di polmone e delle costole circostanti; altro Garvey non ne sapeva, tranne che di solito l’intervento lasciava il paziente con il torace mezzo infossato e una spalla perennemente semisollevata, e che spesso sfociava in complicazioni. Era possibile che anche la malattia di Garvey richiedesse un intervento chirurgico, e non gli faceva piacere pensarci. «Be’», disse, «spero proprio che tu te la sbrighi in fretta. Come hai detto che ti chiami?»
«Tom».
Durante la cena e per il resto della serata continuarono a chiacchierare; se conoscendo persone diverse il tempo passava più in fretta, decise Garvey, forse avrebbe fatto bene a conoscerle. Si scambiarono aneddoti sul personale ospedaliero, trovandosi d’accordo sul fatto che la signorina Baldridge era un osso duro ma che gran parte delle altre infermiere e degli inservienti erano a posto, anche se Lynch aveva qualcosa da ridire su uno degli inservienti del turno di notte, un ometto effeminato con un che di sbarazzino di nome Cianci, il quale, raccontò Lynch, una volta gli aveva fatto delle avance. «Gli ho detto: “Senti, bel tomo, se vuoi fare il cretino ti sei scelto il tipo sbagliato, capito? Mi sa che è meglio se d’ora in poi non mi ricapiti più davanti”». Poi parlarono di quello che succedeva fuori e Lynch raccontò di suo padre che era andato in pensione dal corpo dei pompieri e di suo fratello minore che voleva diventare un peso medio professionista. Chiese a Garvey com’era fare l’insegnante e disse che anche lui aveva sempre voluto fare un lavoro del genere; da bambino aveva pensato di entrare nei gesuiti, e poi di diplomarsi e farsi assumere dal Ministero dell’Istruzione, ma ovviamente adesso era troppo tardi. Quello che avrebbe dovuto fare, disse, era sfruttare la legge sull’assegno di studio ai reduci per iscriversi al college dopo aver lasciato la marina, invece di starsene a bighellonare come aveva fatto, lavorando in un supermercato e giocando a football da semiprofessionista il sabato, finché la malattia non lo aveva beccato.
Ma divenne sempre più evidente, man mano che Lynch portava la conversazione sull’argomento, lo sfiorava e poi s’interrompeva timidamente contemplando la propria sigaretta, che quello di cui voleva parlare era la sua ragazza. «Ho cominciato a uscire con lei solo in quest’ultimo periodo che ho passato a casa», disse, dopo che Garvey gli ebbe facilitato le cose. «Poi abbiamo cominciato a fare sul serio. Lo so che sembra banale, ma non avrei mai immaginato di ammattire a quel modo per una ragazza. Non faccio altro che pensare a lei, in continuazione. Non so, lei è...» Lisciò piano il lenzuolo con il palmo della mano, accorgendosi, forse, che non esistevano parole abbastanza delicate per quello che stava cercando di dire. Poi sorrise, un sorriso ampio. «Ad ogni modo, l’unica cosa che voglio adesso è sposarmi. Appena esco di qui rimesso in sesto, con la malattia in remissione, me ne vado a ritirare la pensione d’invalidità, magari mi trovo qualche lavoretto comodo a mezza giornata, e poi mi sposo. Tu sei sposato, vero, Frank?»
Garvey disse di sì, che aveva due bambini.
«Maschi?»
«Un maschio e una femmina».
«Che bello, un maschio e una femmina. Vengono a trovarti qui?»
«Mia moglie sì; i bambini non li fanno entrare. Viene domani», aggiunse. «Te la farò conoscere. E magari riuscirò a conoscere la tua ragazza».
Lynch alzò gli occhi per un attimo. «No», rispose, «lei non ci viene qui. È impossibile».
«Troppo lontano?»
«No, abita nel New Jersey, non è per questo. È proprio impossibile, tutto qui». Una pausa piena d’imbarazzo. «Senti, non è che sto cercando di fare il misterioso o chissà cosa; non mi fraintendere. Ti spiego tutto qualche altra volta».
A disagio, per un po’ parlarono d’altro, e poi Lynch tirò fuori la scatola della carta da lettere e cominciò a scrivere una lettera. Alle dieci, quando si spensero le luci, ci stava ancora lavorando, stracciando fogli e ricominciando da capo, tanto che dovette accendere un fiammifero per farsi luce mentre metteva via il materiale per scrivere. Doveva essere passata mezzanotte quando Garvey fu svegliato da un suono stridulo, ripetuto, stranamente attutito; nel sogno gli era parso l’abbaiare di un cane in lontananza. Aprì gli occhi e rimase in ascolto. Era un pianto, disperatamente soffocato c...