Dopo la pubblicazione di Revolutionary Road, il primo romanzo di Richard Yates, il critico americano Alfred Kazin scrisse: «Questo romanzo riassume la nostra epoca con più spietatezza di ogni altro, ma anche con più pietà». Le undici storie qui raccolte presentano un altro momento della stessa ricerca e contengono forse quanto di più definitivo Yates abbia mai scritto: in ogni racconto non si potrebbe dire di più con meno parole, perché si intuisce sempre che è accaduto molto più di quanto è detto. La lezione di Hemingway – l'essenzialità della scrittura – è qui portata alle sue estreme conseguenze grazie alla capacità di far scaturire il significato di un'esistenza da un semplice fatto illuminante. I personaggi di Yates (impiegati mitomani, ragazzi disadattati, reduci senza gloria, coppie sprofondate nel mutismo postmatrimoniale) possono sembrare tratti da un libro di sociologia; ma un dialogo esatto, un ritmo infallibile, l'attenzione discreta ai particolari li rendono assolutamente unici, inconfondibili e perciò stesso universali.

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Undici solitudini
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Classici/
Undici solitudini
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Il dottor Geco
Del nuovo ragazzo era stato detto a Miss Price soltanto che aveva passato gran parte dei suoi anni in un orfanotrofio, e che gli «zii» piuttosto anziani con cui viveva ora erano in realtà genitori adottivi, pagati dall’ente pubblico di assistenza della città di New York. Un’insegnante meno appassionata e con minor fantasia avrebbe cercato di sapere qualcosa di più, ma Miss Price si accontentò. Era bastato quel rapido profilo a suscitare in lei uno spirito missionario che cominciò a trasparirle dagli occhi, chiaro come l’amore, fin dalla prima mattina in cui il ragazzo si presentò in classe.
Arrivò presto e si sedette nell’ultima fila, il busto eretto, i piedi incrociati ordinatamente sotto il banco e le mani serrate a pugno al centro di esso, come se la simmetria lo aiutasse a dar meno nell’occhio. Man mano che gli altri ragazzi entravano in fila e prendevano posto, lui ricevette da ciascuno un lungo sguardo inespressivo.
«Abbiamo un nuovo compagno di classe stamattina», disse Miss Price, presentando un fatto ovvio con un tono che fece venir da ridere a tutti. «Si chiama Vincent Sabella e viene da New York. Sono sicura che ognuno di noi farà del proprio meglio per metterlo a suo agio».
Questa volta si girarono tutti insieme a guardarlo, e lui reagì abbassando leggermente la testa e trasferendo il peso da una natica all’altra. In genere, il fatto che uno venisse da New York aveva un certo prestigio, poiché a gran parte dei ragazzi la città appariva come un luogo bello e terribile, da adulti, che ingoiava ogni giorno i loro padri e dove loro potevano andare di rado, vestiti degli abiti migliori, come a una gran festa. Ma subito, alla prima occhiata, tutti si accorsero che Vincent Sabella non aveva nulla a che fare coi grattacieli. Anche a voler trascurare i suoi arruffati capelli neri e il suo colorito grigiastro, gli abiti che aveva indosso lo tradivano: un paio di calzoni di velluto assurdamente nuovi, un paio di scarpe da ginnastica assurdamente vecchie e una maglietta gialla troppo piccola, coi resti di un disegno di Topolino stampati sul petto. Senza dubbio veniva da quella parte di New York che si attraversa col treno prima di arrivare alla Grand Central: cioè la zona dove la gente usa stendere le coperte sui davanzali delle finestre e starvi appoggiata tutto il giorno, seminebetita dalla noia; dove l’unico panorama è una teoria di strade lunghe e diritte, tutte eguali nel disordine dei loro marciapiedi e tutte brulicanti di ragazzi dalla pelle grigiastra, impegnati in qualche sfrenata versione del gioco della palla.
Le ragazze conclusero che il nuovo compagno non era molto simpatico e si voltarono subito, mentre i maschi continuarono nel loro esame, guardandolo dalla testa ai piedi con un debole sorriso. Era il genere di ragazzo che solevano definire «un duro», e aveva il tipico sguardo da cui a tutti loro era capitato di sentirsi intimiditi, una volta o l’altra, nell’attraversare un quartiere poco noto. Quella era un’occasione di rivincita più unica che rara.
«Come vuoi che ti chiamiamo, Vincent?», chiese Miss Price. «Preferisci Vincent, o Vince, o... come?» (Era una questione puramente accademica, perché anche Miss Price sapeva benissimo che i ragazzi lo avrebbero chiamato Sabella e le ragazze non lo avrebbero chiamato affatto.)
«Vinny», disse l’interrogato con una strana voce roca che, evidentemente, gli era diventata tale a furia di gridare lungo le squallide strade del suo quartiere.
«Non ho capito», fece la maestra, chinando la testa ben pettinata da un lato e in avanti così che un pesante ricciolo le rotolò sulla spalla. «Come hai detto? Vince?»
«Vinny, ho detto», ripeté il ragazzo, imbarazzato.
«Vincent? Bene, dunque, Vincent». Alcuni in classe ridacchiarono, ma nessuno si prese la briga di correggerla. Era più divertente lasciare che l’equivoco continuasse.
«Non perderò tempo a presentarti i tuoi compagni uno a uno per nome, Vincent», continuò Miss Price, «perché penso che sia più semplice lasciarti imparare i loro nomi man mano, col tempo. D’accordo? Naturalmente per i primi giorni non sei tenuto a partecipare attivamente al lavoro di classe. Prendi tempo. E se c’è qualcosa che non capisci, chiedi pure senza paura».
Il ragazzo fece uno strano verso e sorrise appena, quel tanto da lasciar vedere che le radici dei suoi denti erano verdi.
«E ora», continuò Miss Price mettendosi all’opera, «visto che è lunedì mattina, la prima cosa in programma sono le relazioni. Chi vuol venire per primo?»
Vincent Sabella fu dimenticato per un momento, e sei o sette mani si alzarono davanti a Miss Price che si ritrasse fingendo, divertita, il più grande imbarazzo. «Santo cielo, quante relazioni abbiamo stamattina!», esclamò. L’idea delle relazioni – un quarto d’ora ogni lunedì in cui i ragazzi venivano incoraggiati a riferire quel che avevano fatto durante il weekend – era stata di Miss Price, che ne andava comprensibilmente fiera. In una recente riunione degli insegnanti il direttore l’aveva lodata per questa iniziativa, rilevando come essa rappresentasse un’ottima maniera per collegare il mondo della scuola a quello della casa e insegnare ai ragazzi a essere ponderati e disinvolti. Certo, richiedeva un intelligente controllo da parte della maestra: i più timidi andavano stimolati e i più sfacciati tenuti a freno, ma in generale era un gran divertimento per tutti, aveva assicurato Miss Price al direttore. E sperava che lo fosse anche oggi, per aiutare Vincent Sabella a sentirsi a suo agio. Per questa ragione chiamò a cominciare Nancy Parker. Nessuno era più bravo di Nancy a intrattenere l’uditorio.
Gli altri tacquero tutti, mentre Nancy si dirigeva con grazia verso la lavagna; anche le due o tre ragazze che in cuor loro la detestavano dovettero fingersi incantate – era un personaggio troppo in vista – e tutti i ragazzi della classe che durante la ricreazione non sognavano che di spingerla nel fango, tra mille strilli, non riuscivano a guardarla senza un lieve sorriso da ebeti.
«Allora...», cominciò, e subito si batté una mano sulla bocca mentre tutta la classe rideva.
«Oh, Nancy!», fece Miss Price. «La sai la regola: non si comincia un discorso con un allora».
Nancy conosceva benissimo la regola, ma l’aveva trasgredita soltanto per provocare una risata. Lasciò quindi che la risata finisse, fece scorrere i suoi esili indici lungo le cuciture laterali della gonna, e riprese di nuovo nella maniera conveniente. «Venerdì, tutta la mia famiglia è andata a fare un giro con la macchina nuova di mio fratello. Mio fratello ha comprato una Pontiac la settimana passata e ha voluto portarci tutti a fare un giro, giusto per provarla, eccetera. Così siamo andati a White Plains, abbiamo pranzato in un ristorante del posto, e poi volevamo andare al cinema a vedere Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, ma mio fratello ha detto che era troppo impressionante e che io non ero abbastanza grande per capirlo – oh! mi ha fatto veramente arrabbiare! Poi... aspettate... Sabato sono stata a casa tutto il giorno e ho aiutato la mamma a fare l’abito da sposa per mia sorella. Mia sorella è fidanzata e presto si sposerà, e la mamma le sta preparando l’abito da sposa. Dunque, il sabato l’abbiamo passato così, e domenica è venuto a pranzo da noi un amico di mio fratello, poi tutt’e due la sera stessa sono dovuti tornare al college, e io ho avuto il permesso di star alzata fino a tardi per salutarli. Penso che non ci sia altro da raccontare». Nancy aveva sempre l’accortezza di fare una relazione breve... o piuttosto di farla sembrare più breve di quel che non fosse in realtà.
«Benissimo, Nancy», disse Miss Price. «Ora, chi vuol venire?»
Si fece avanti Warren Berg, che percorse il corridoio tra i banchi tirandosi su con cura i pantaloni. «Sabato sono andato a pranzo da Bill Stringer», cominciò nel suo stile diretto e confidenziale, mentre Bill Stringer seduto in prima fila si dimenava arrossendo. Warren Berg e Bill Stringer erano grandi amici e spesso le loro relazioni si sovrapponevano. «Poi, dopo pranzo, siamo andati a White Plains in bicicletta. Solo che noi Il dottor Jekyll lo abbiamo visto». E a questo punto fece un cenno col capo in direzione di Nancy, e Nancy si guadagnò un’altra risata emettendo un piccolo lamento di invidia. «Ed era un bel film», continuò Warren con eccitazione crescente. «È la storia di un tizio che...»
«Di un uomo che», lo corresse Miss Price.
«Di un uomo che mescola delle sostanze chimiche, no?, e le beve. E tutte le volte che beve questo preparato chimico, si trasforma in un mostro. Lo si vede bere, e poi si vedono le mani che cominciano a ricoprirsi tutte di scaglie, come un rettile, eccetera, e poi si vede la faccia che comincia a trasformarsi in una faccia orribile, con le zanne, eccetera... che gli spuntano fuori dalla bocca».
Le ragazze rabbrividirono di piacere. «Bene», disse Miss Price, «penso che il fratello di Nancy avesse ragione a non volere che lei vedesse questo film. Che cosa avete fatto dopo il cinema, Warren?»
Ci fu un «uuuh!» generale di disappunto. Tutti erano ansiosi di saperne di più sulle scaglie e sulle zanne, ma Miss Price preferiva sempre evitare che le relazioni degenerassero nel racconto di un film. Warren continuò senza molto entusiasmo: tutto quel che avevano fatto dopo il cinema era stato giocherellare nel cortile di Bill Stringer fino all’ora di cena. «E poi, la domenica», riprese Warren animandosi di nuovo, «Bill Stringer è venuto a casa mia, e il mio papà ci ha aiutati ad attaccare un pneumatico a una lunga corda, che abbiamo appeso a un albero. Dietro casa mia c’è una scarpata molto ripida, una specie di burrone, per dire, e noi abbiamo appeso il pneumatico in maniera tale che poi si faceva così: lo afferravamo, correvamo per un pezzetto, sollevavamo i piedi e dondolavamo, in avanti sopra il precipizio e di nuovo indietro».
«Deve essere molto divertente», osservò Miss Price dando un’occhiata all’orologio.
«Eh, sì, è molto divertente», ammise Warren. Si tirò su di nuovo i calzoni e aggiunse corrugando la fronte: «Naturalmente, è piuttosto pericoloso. Se non ti reggi bene, fai un cascatone di quelli! Vai a sbattere contro la roccia e, chissà, puoi romperti una gamba, o la schiena. Ma il mio papà ha detto che si fidava di noi due, che sicuramente sapevamo stare attenti».
«Bene, purtroppo per questa volta dobbiamo smettere, Warren», disse Miss Price. «C’è giusto il tempo per un’altra relazione. Chi viene ora? Arthur Cross?»
Ci fu una leggera protesta perché Arthur Cross era il più tonto della classe e le sue relazioni erano sempre una gran noia. Questa volta si produsse nel monotono racconto di una gita fatta a Long Island per andare a trovare uno zio. A un certo punto fece uno sbaglio, disse «botomarca» invece di «motobarca», e tutti giù a ridere con quella particolare punta di disprezzo riservata ad Arthur Cross. Ma la risata s’interruppe all’improvviso quando dal fondo della classe si unì al coro generale un suono aspro e roco. Era Vincent Sabella che rideva anche lui, a piena bocca, coi suoi denti verdi. Tutti stettero a guardarlo finché non la smise.
Finite le relazioni, ognuno si concentrò sulla lezione normale dimenticando completamente Vincent Sabella. Al momento della ricreazione i compagni si ricordarono di nuovo di lui, ma solo per garantirsi che rimanesse escluso da ogni cosa. Vincent Sabella infatti non stava né col gruppo dei ragazzi che si accalcavano intorno alla sbarra orizzontale in attesa del proprio turno per attaccarvisi e dondolare avanti e indietro, né col gruppo che parlava piano piano in fondo al cortile, complottando per far cadere Nancy Parker nel fango con uno spintone; né con quello più numeroso di ragazzi, tra cui c’era persino Arthur Cross, che s’inseguivano in circolo in una sfrenata variazione del gioco dell’acchiapparella. Non poteva naturalmente unirsi alle femmine, o ai ragazzi delle altre classi, e così rimase solo solo, sul marciapiede al bordo del cortile, vicino alla scuola, fingendo per la prima parte della ricreazione di essere tutto occupato coi lacci delle sue scarpe. Si accucciava per slegarli e legarli, poi si alzava e faceva qualche passo di prova alla maniera scattante degli atleti, quindi si riabbassava e cominciava di nuovo a maneggiare i lacci. Dopo cinque minuti di questo esercizio la smise, raccattò una manciata di sassi e prese a tirarli lontano verso un bersaglio invisibile. Il gioco andò bene per cinque minuti, ma ce n’erano altri cinque da passare e Vincent non seppe trovare di meglio che starsene là, prima con le mani in tasca, poi con le mani sui fianchi, e infine con le braccia conserte in maniera dignitosa.
Miss Price seguì tutta la scena dalla soglia della scuola, e trascorse l’intera ricreazione a domandarsi se non avrebbe dovuto intervenire e fare qualcosa per Vincent. Ma ritenne meglio di no.
Lo stesso impulso riuscì a frenarlo durante la ricreazione del giorno dopo, e di tutti i giorni di quella settimana, sebbene ogni volta la cosa le riuscisse più difficile. Quel che non riusciva a frenare era la tendenza a lasciar trasparire in classe la sua ansia. Tutti gli errori nei compiti di Vincent Sabella venivano pubblicamente scusati, anche quelli che non c’entravano nulla col suo essere nuovo nella scuola, e a tutti i suoi successi veniva dato un particolare rilievo. La sua campagna per sostenerlo era penosamente ovvia, e lo diventò ancor di più quando tentò di condurla in maniera più sottile. Una volta, per esempio, mentre spiegava un problema di aritmetica, disse: «Ora, supponiamo che Warren Berg e Vincent Sabella vadano in un negozio con 15 cents ciascuno per comprare delle barrette di cioccolato. Se ogni barretta costa 10 cents, quante barrette ciascuno possono comprare i due ragazzi?»
Verso la fine della settimana Sabella era sulla buona strada per diventare il peggior tipo possibile di beniamino della maestra: quello che è vittima della pietà dell’insegnante.
Il venerdì Miss Price decise che la miglior cosa da fare era parlargli a quattr’occhi per cercare di scuoterlo. Tanto per cominciare poteva dirgli qualcosa dei lavori che aveva fatto nell’ora di disegno; decise dunque di affrontarlo durante l’intervallo di mezzogiorno.
L’unico guaio era che l’intervallo per il pranzo, dopo la ricreazione, era la parte più difficile della giornata di Vincent Sabella. Invece di andare a casa per un’ora come tutti gli altri, si portava i...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Indice
- Prefazione di Paolo Cognetti
- Yates scritto da Yates profilo bio-bibliografico
- Bibliografia
- Undici solitudini
Domande frequenti
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