C'è un trentenne alle prese con la sua ex che ha deciso di sposare una vecchia fiamma. C'è lei, Manola, dedita unicamente alla ricerca del piacere sessuale e ossessionata da un servizio fotografico che la ritrae in 1400 pose diverse. Ci sono altre donne (madri, sorelle, amiche) che entrano ed escono dalla vita sempre troppo confusa del protagonista. C'è una piccola città della provincia italiana con i suoi due bar (il Punjab e il DeLeuze) dove prosperano storie e bivaccano persone, e intorno la campagna piemontese della lentezza e delle tradizioni. C'è sesso, c'è amore, c'è nostalgia, c'è divertmento, ci sono deriva esistenziale, noia, amarezza e brillante ironia, in queste cronache di epica quotidiana di uno dei più promettenti scrittori italiani di oggi.

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Cronache da chissà dove
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Letteratura generale1. CHISSÀ DOVE, POCO PRIMA
Durante la notte l’ho avuta accanto, come sempre. L’ho avuta lì, stesa, appoggiata a un sonno illibato, inaudito in una donna poco affidabile. Finita la notte, poi, vai e vieni dal posto di lavoro, e vai e vieni dopo aver trascorso l’intera giornata in un edificio malsano, condannato dalla sua stessa funzione, dopo aver trascorso l’intera giornata intensamente e senza tregua pensando a lei. E dunque, poi, alla fine della giornata, di questa intera giornata da pianto in gola, azzerato dallo sfarfallio micidiale dei neon negli uffici, riattraverso le vie e i quartieri, supero gli anziani sul marciapiede, desolati quanto (e mai meno di quello che) ci si aspetta da soggetti anziani, e torno da lei, inquieto, teso, voglio vedere come sta. Anche se... anche se lei (lei) sta sempre bene.
2. IN STRADA, IN CASA
Nascondo la testa tra le spalle. Cammino così per tutto il marciapiede. Sembro un gobbo. Ho anche un giubbottino celeste con cerniera che starebbe bene a un gobbo. Incrocio figure sfumate che si scostano, e scarpe. Scarpe di tutti i tipi. Per lo più, ora e qui, scarpe da donna bianche e da uomo nere. Poi svolto di brutto contro una porta verde, la porta si apre e io sparisco dal sole bianchissimo e, accecato, salgo gli scalini due alla volta. Il terzo piano mi trova scoppiato ma io mantengo lo stesso ritmo fino al sesto. Poi mi fermo a respirare forte. Faccio sette respiri lunghi col naso (l’espirazione più lunga e lenta dell’inspirazione) e mi do un’asciugata col fazzoletto. Devo avere macchie di rossore diffuse ovunque, le immagino fino intorno all’ombelico, che ho pieno di cotonina.
Dentro c’è Manola che è venuta ad aprire con la faccia mezza truccata e mezza no. Mette su la caffettiera nonostante l’ora e mette su anche la musica e lascia la porta del bagno aperta. Io cammino per le stanzette minuscole e ho le mani in tasca. Sbuffo. Canticchio. La radio fa un casino di pubblicità. Cancelli automatici. L’Apecar. Il cocktail bar.
Manola dice che lo sposa: “Lo sposo. Ai miei l’ho detto oggi. Tutto bene. Meglio per tutti”.
Io scuoto la testa. Le dico: “Manola, che cazzo”.
Ma ora la sua faccia è truccata al cento per cento e dunque lei è un’altra donna. Un’altra donna che alza gli occhi serissima e mi guarda e, con quel tono di merda che le donne assumono quando hanno gli occhi serissimi come lei, dice che mica può assistere senza fiatare all’eterno ritorno del medesimo e stare in prova con lui tre anni (lei sposa uno che era già stato il suo fidanzato prima di me) e che poi magari litigano e tutto finisce prima.
“Prima di cosa, cazzo, Manola? Ma ti rendi conto che me l’hai menata per anni e anni che lui... che eri felice di averlo lasciato? Ti ricordi?”
Se ricorda non lo dice. La cosa terribile sono questi suoi occhi seri, del tutto lontani. Terribile è anche il fatto che le parole sono soltanto parole mentre le cose sono anche e soprattutto cose.
Io sono uno che sembra gobbo e che, col giubbottino celeste con cerniera, sembra ancora più gobbo e come gobbo mi sento, un gobbo. Un gobbo.
3. CHISSÀ DOVE
Non ho mai preso in considerazione la possibilità di diventare un pagliaccio a trent’anni. Non mi sono mai detto, in confidenza, per consolarmi: “I tuoi fallimenti saranno spettacolosi, vedrai...”
Manola abita con me. O sono io ad abitare con lei. Dovrò aiutarla a traslocare (o dovrò traslocare io direttamente). Le cose, la casa, tutto da dividere, tutto da ricordare e da dimenticare subito dopo per evitare magoni del cazzo. Manola, ogni tanto, mi sembra un po’ scema ed è così che mi piacciono: che sembrino un po’ sceme ma che – forse – non lo siano, che giusto all’ultimo si raddrizzino e dimostrino al mondo fatto di ex compagni di scuola e attuali colleghi di lavoro che sono spregiudicate e simpatiche, cariche di personalità e molto meno rincretinite di loro. L’ambiguità è il sale di questa caratteristica che tanto mi piace di Manola: è scema o no? Se non è scema, allora perché dice tante cretinate quando parla con le persone che non conosce e magari si improvvisa latinista quando è ragioniera? (e perché è ragioniera?) Se è scema, allora come fa a insegnarmi quotidianamente a vivere? Il suo aggrovigliato modo di agire mette alla prova la mia attitudine alla sopravvivenza e la mia resistenza al crollo nervoso in ogni istante della mia vita su questa terra, e tutto questo presuppone una discreta intelligenza semi-criminale, sempre meglio che niente in questi tempi di vacche magre.
4. MOBILETTO DEL TELEFONO
La madre di lei, al telefono, già m’ha sempre parlato con una punta di acredine schifosa. Del tutto parrucchiera, quella donna, del tutto. Ora che poi Manola, sua figlia, si sposa con l’ex di cinque anni fa e dunque, di fatto, molla l’attuale compagno, cioè io... Lei non sa che io ero il suo attuale compagno. Cioè. Attuale non va bene. Nel senso: lei non sa che io sono io. Lei crede – però lo sa che io sono io, sono sicuro che lo sa – lei crede che... lei ufficialmente crede che io e sua figlia abbiamo semplicemente la casa in comune, però mi ha sempre trattato come quello che si scopa la figlia e ha fatto bene, nel senso che mi scopavo sì la figlia, però è anche vero che se se la scopava un altro non è che dovesse essere per forza meglio di me. Adesso Manola si sposa con quello che mi odia perché negli ultimi anni lei era con me che andava nei posti (cinema, teatro, mare, piscina, letto, vacanze) e non con lui.
La madre di lei, al telefono, mi dice che è felice perché per tutti questi anni ha avuto paura che io fossi il ragazzo di Manola e che davamo proprio quell’impressione lì.
“Certo che io ero il ragazzo di Manola. Ero io che mi godevo le trecce color noce dei suoi capelli e le menate delle allergie ai pollini. Perché? C’è qualcosa che non va in me? Già, lei ha sempre avuto quest’aria perplessa, quando aveva a che fare con me, signora. Mica è giusto. Se la prenda piuttosto con quel troione di sua figlia Manola, che se non c’è qualcuno che la tiene a bada fa stragi a tutto andare!”
“Lei troione a mia figlia non lo dice!”
“Ma non è il fatto che io lo dica, signora, è il fatto che Manola è un troione, è un tro-io-ne! È un troione anche se a lei non l’ha mai fatto capire. Le piace così tanto l’uccello, a Manola, che lei, signora, non se ne fa un’idea. Per un uccello farebbe pazzie, e infatti è per l’uccello di quell’altro che sta facendo questa pazzia! Lo capisce o no?”
“Lei è un esaltato, ma io la denuncio. La denuncio!”
5. ALLO SPECCHIO DEL BAGNO
“Si sta insieme, si fanno certi discorsi. Si vedono le cose da un angolo che è quasi lo stesso. Ci si ama e ci si ama, si avverte che c’è un magico linguaggio comune, si smette di girare a vuoto come dei ciechi che vogliano imparare la mazurka tutta in un colpo. Ecco come siamo stati io e te, Manola. Ciechi che insistevano con una cazzo di mazurka senza speranza e l’orchestra che si divertiva a usare poliritmi sempre meno rilassati, e i ciechi dietro, via, vai, a capofitto. E poi? Arriva il momento in cui ci si siede ed è bello starsene seduti su una sedia anche scomoda ma seduti, a guardare la gente che passa. Basta misteri, basta tranelli, basta mazurke”.
E invece: la profondità d’abisso delle cose non dette, spalancata di un colpo sotto i piedi. La peggiore amica che un uomo solo possa trovare per farsi compagnia.
“Quello che stai facendo non è quello che vorresti davvero fare. Voi donne, quando vi vengono certe illuminazioni, dovreste aspettare che alla tv facciano un po’ di pubblicità, magari uscire a comprare un nuovo smalto, anche addebitare al vostro uomo un anello che vi piace tanto. Basta. Finita così. Non dovreste alzarvi e disfare la vita altrui, disfarne una, costruirne un’altra, girare l’interruttore e via. Come la mettiamo con i concetti della correttezza e della pura e semplice umanità? Magari questa tua decisione, che adesso ti sembra perfettamente perfetta, da qualunque angolo visuale la vogliamo considerare, fra pochissimi mesi ti renderà asmatica. Ti sentirai soffocare non appena lo vedrai. Magari vuoi sposarlo soltanto per vendicarti: magari farai di tutto per fargli passare i peggiori momenti della sua vita, del tutto inconsciamente. Sei consapevole che certe scelte del cazzo non le fai tu ma le fa un’altra te stessa al posto tuo, e che poi quando quest’altra te stessa si farà da parte tu ti troverai in mezzo a una cosa che non volevi, non volevi assolutamente?”
Ripeto a Manola (in pausa pranzo) il discorso imparato allo specchio e lei mastica pensierosa una fetta biscottata e non dice niente. Quando apre la porta per andarsene mi molla uno sconfortante bacino sulla guancia anche se sua madre le ha riferito il nostro colloquio telefonico. Il fatto è che la pausa pranzo è un momento sconsigliabile per convincere qualcuno a cambiare la propria vita a tuo favore dopo che a) hai ripetutamente definito il qualcuno in questione troione con la madre; b) tutto il resto; c) eccetera eccetera.
6. CHISSÀ DOVE
Lui, l’ex fidanzato e poi futuro sposo di Manola, ha una quarantina d’anni e una specie di beatitudine idiota sulle cose della vita che me lo rende del tutto insopportabile. Un benedetto sereno della terraferma che fotografa delle cose e delle persone e poi vende queste fotografie a caro prezzo e alla fine gli rende più quello che non il negozio di articoli sportivi che, infatti, ha passato al fratello. Io al confronto spacco il culo anche se sono giorni che ascolto un disco di Cat Stevens dietro l’altro e mi aggiro spettinato e in ciabatte per la casa vuota del mattino, in attesa delle ultime tesissime sere con Manola. Meglio saperla morta per sempre (morta per sempre?) che immaginarla con lui. Uno dovrebbe avere una specie di farmaco per troncare con malattie come la gelosia e l’orgoglio. Una pasticca che ti sconvolge e ti lava via le scorie deleterie di una donna sbagliata.
La cosa triste e divertente è che io, del tutto innocentemente, sono passato di moda. Lui le ha fatto quel servizio leggendario anni fa, ricordiamocene. La notte pensavamo a quel servizio, non è forse vero? Era minacciosamente presente nella vita di lei, ancora e per sempre. E poi diciamocelo: dopo qualche anno si puzza. Arriva un altro con il cazzo discretamente attivo e una luce di merda negli occhi, esattamente come la nostra. Una luce di insensato dibattersi in un’esistenza già rivalutata dieci volte e ora definitivamente da sfasciare.
Ci sono diverse cose che danno il batticuore: una di esse è il caffè e un’altra è l’amore. Il telefono che suona o, meglio, il tu-tu del telefono che si fa suonare a casa della persona amata. Sai che fra un po’ sarà lui/lei a rispondere e già pregusti il tutto.
Il dolore fisico dell’abbandono è cosa forte e isterica.
Le mattinate del sabato andrebbero abolite e sostituite con quattro ore supplementari di oblio nel sonno assoluto, o quattro ore di ginnastica obbligatoria in palestra.
Il weekend si spalanca e mi sento già come un vecchio perso nell’agosto più caldo delle metropoli. La domenica, poi, nessuno è in casa. Nessuno risponde al telefono. I negozi sono sbarrati e mostrano il peggio di sé: le serrande abbassate e piene di graffiti scarabocchiati male o griglie come prigioni.
7. SU E GIÙ PER LE SCALE
Com’è che uno scatolone che aspetta sul pianerottolo del sesto piano può contenere così tanta esistenza? Ordinario contenitore che per attimi imprendibili diventa mezzo insostituibile di trasbordo di vite umane. Le scale inumidite. Un’aura d’afa sulla pioggerella ribollente di luglio aggiunge quel po’ di senso di soffocamento che m’ammazza anche se spacco il culo a tutti lo stesso. Aiutarla...
Indice dei contenuti
- Copertina
- 1. Chissà dove, poco prima
- 2. In strada, in casa
- 3. Chissà dove
- 4. Mobiletto del telefono
- 5. Allo specchio del bagno
- 6. Chissà dove
- 7. Su e giù per le scale
- 8. Nel reparto verniciatura
- 9. Chissà dove (a tratti lungo viali estivi)
- 10. In trattoria
- 11. Al lavoro
- 12. In casa o chissà dove (mezzogiorno e dieci)
- 13. In casa again and again and again
- 14. Chissà dove
- 15. In casa ma in un certo senso a Spotorno (SV), pineta e albergo eccetera eccetera
- 16. All’aria aperta
- 17. Caffè De Leuze
- 18. Nella stanza del pianoforte, a casa dei miei, a finestre aperte (un mucchio di gas di scarico inquina le mie facoltà percettive)
- 19. In casa mia
- 20. Da Maria (casa dei suoi)
- 21. In macchina
- 22. Liguria
- 23. In casa
- 24. Casa dei miei
- 25. Cucine pericolose
- 26. Al caffè e poi in macchina
- 27. Casa dei miei
- 28. Caffè De Leuze
- 29. Da Emma
- 30. Al Body Girls
- 31. Chissà dove
- 32. Un viale
- 33. Taxi
- 34. Redazione
- 35. In macchina
- 36. In casa
- 37. Al Punjab
- 38. In casa
- 39. Chissà dove
- 40. Qua e là
- 41. Caffè De Leuze
- 42. Boh
- 43. In casa, credo
- 44. Al Punjab
- 45. Lavanderia Biancomat
- 46. Casa
- 47. Chissà dove
- 48. Scala a chiocciola
Domande frequenti
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