Scompartimento per lettori e taciturni
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Scompartimento per lettori e taciturni

Articoli, ritratti, interviste

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Informazioni su questo libro

Recensioni e interviste, premi letterari, la vita di tutti i giorni nei libri e i libri dentro la vita di tutti i giorni: Scompartimento per lettori e taciturni è tutto questo. Grazia Cherchi visse per la letteratura incarnando una voce autorevole e libera, cercando di proporre al pubblico e alle case editrici un nuovo filtro critico. Collaboratrice editoriale e scout – tra le sue scoperte, Stefano Benni, Alessandro Baricco e Massimo Carlotto – rifiutò sempre di figurare nelle giurie di premi letterari, verso i quali non nutriva alcuna fiducia, restando invece un'accesa sostenitrice del giudizio dei lettori. Dai suoi articoli emerge la personalità di una grande donna prima che di una grande giornalista, una lettrice militante con un'unica missione: far scoprire il piacere della lettura a tutti senza distinzioni.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788875218164

INTERVISTE

Franco Fortini

Hai rimorsi nei confronti degli altri?
Eschilo ha ragione a pensarla, su questo punto almeno, come Volponi: i rimorsi sono gli incisivi della colpa, e quindi ci azzannano soprattutto nei corridoi di famiglia e su per le scale di Eros. Ma ho rimorsi anche per gente lontana, che ho ferito. Per essere spesso stato ingiusto. Non è megalomania dire che ho rimorso di non aver risposto meglio e diversamente a quel che m’è stato domandato (anche a te ora, voglio dire).
E di te stesso?
Soprattutto per inadempienza.
C’è stato, nel passato, un momento cruciale che avrebbe potuto orientare in altro modo la tua vita?
I momenti cruciali orientano, sempre, dopo che le scelte sono state compiute. L’altra scelta non è che la vita di un altro.
È vero secondo te che chi è veramente intelligente nasconde di avere ragione?
Solo l’intelligenza dell’avarizia può anteporre il successo alla verità, e nascondere di aver ragione perché il mondo se ne stupisca e la invidi. Poi c’è un’intelligenza ulteriore: che è fiducia – o astuzia bianca – nella discorsività e nella persuasione, e dice quel che pensa perché accetta, come un limite prezioso, i confini della convenzione comunicativa, rifiutando l’idea di una verità occulta, destinata agli iniziati. Ma c’è un altro grado, più alto: di chi può apparentemente nascondere di avere ragione perché sa di possedere altri percorsi per indurre a riconoscere il vero; ossia che il vero percorre molte altre vie oltre quelle dell’intelligenza. Costui è quello che diciamo un maestro.
Spesso nei tuoi scritti sei stato profetico. Cosa ne pensi della frase di Canetti secondo cui spesso chi predice le cose lo fa per svalutarle?
Non capisco. Vuoi dire, come quel pentametro di un Esopo medievale, che una freccia prevista è meno dolorosa? Ma questa funzione autodifensiva agisce solo per le profezie di sventura. E le altre? Pasolini scherzò, una volta, in un suo verso su «Fortini ammutolito per il realizzarsi delle sue profezie». E poi sono tutto lividi di lapidazioni e legnate ricevute, lungo quasi tutta la vita, per aver avuto ragione un po’ prima di quanto fosse permesso dai Superiori; e per non aver voluto saperne dell’intelligenza di primo grado, di cui alla risposta n. 4. Ma non scherziamo: il dono di profezia non è che attitudine a sapere che il nostro futuro è oggi il presente (o è stato il passato) di altri; ed esercitarsi a descriverlo.
Qual è il rimprovero più ricorrente che muovi agli amici?
Di scarsa fermezza o coerenza, intellettuale o morale o politica. E me li ha fatti perdere quasi tutti. Perdita tanto più a me insoffribile quanto meglio conosco ormai che quasi ogni accusa è un’autoaccusa. Se oggi sono quasi solo e largamente odiato, ciò posso ascriverlo a onore; ma che gli amici mi lascino indifeso alla calunnia o allo scherno, questo rischia di dare troppa ragione al mio vizio di accusatore; preferirei aver torto. Ma ho quel che merito; almeno in questo. Con un gesto talvolta oratorio, quei miei «rimproveri» volevano evocare di fronte a loro e a me stesso una folla di giudici muti. Tanta mancanza, in me, di carità e di buon senso è davvero intollerabile, lo so. Eppure ho sempre onorato e amato l’amicizia. L’ho fatto in un secolo che l’aveva resa impossibile. Ma il tempo di quella virtù sta, credo, per ritornare.
E a te stesso?
Come fa piacere parlare di sé. Sì, di non aver saputo rimediare alle deficienze gravi della mia formazione, soprattutto nell’esercizio della volontà e nell’ordine del lavoro. Di incapacità nell’affrontare certi luoghi interiori di ben difesa incoerenza che, anche nella scrittura, hanno represso o stravolto, credo, alcune mie possibilità.
C’è un paese in cui ameresti vivere?
Per quasi trent’anni dopo la guerra ho creduto non di potere ma di dovere vivere in Italia; oggi non più. Oggi mi piacerebbe vivere (è perfino ridicolo, tanto è ovvio) nella campagna del Sussex...
Resiste in te un desiderio che pure sai irrealizzabile?
Anche in questo, meglio dire il più banale: saper scrivere correntemente in inglese.
Erano noti in passato certi tuoi furori che potevano provocare rotture gravi nei rapporti con gli altri. Anche se il più delle volte avevi ragione, talora avevi torto sotto il profilo psicologico. C’è in te una certa mancanza di interesse per il livello psicologico?
Credo oggi che il meccanismo psicologico (meglio: psicoanalitico) di quei «furori» possa essere chiaro come un diagramma. «Farsi di ragione torto» è un processo difficilmente rimediabile, e ha a che fare con le domande 4, 5 e 6. Quanto alla «psicologia», fra il 1945 e il 1965 ho creduto, e non ero solo, che si dovesse combattere la sottocultura nella quale ero cresciuto e che faceva coincidere «psicologia» con intelligenza e intelligenza con intellighenzia, cioè con se stessa. Certo, il lungo e giusto odio portato a quella sottocultura di classe che ciclicamente ripropone come valori supremi l’intuito, il tatto, la delicatezza, il senso dell’opportunità, il saper fare, l’ironia e il buon gusto (gli elementi che Bourdieu chiamò la distinction), non mi ha reso gradevole a nessuno e men che mai a me stesso. Oggi posso solo dire che la formula imperativa di quell’odio e di quell’etica (che gli sciocchini chiamano ideologismo o moralismo), ossia: «perdersi di vista», è consiglio di poesia o di santità, ma nella vita quotidiana può voler dire perdere di vista i compagni di viaggio.
Ricordi qualcuno a cui devi molto?
Siamo tutti fatti di altri, vicini o lontani, vivi e morti; la pagina dei miei acknowledgment coincide con tutto quel che scrivo.
Provi fastidio nei confronti dei «dilettanti»?
Sì, perché mi sento uno di loro.
Sei intollerante solo con gli intolleranti?
Con tutti.
Hai delle riserve nei confronti di te stesso quanto a impegno politico?
In quanto scrittore, no. Sì, se penso ai difetti di cui alle risposte 5, 6 e 11.
I giovani dicono che non ci sono più «maestri». Se è vero, è un bene o un male?
È vero sempre, ma solo per gli infelici che un maestro non saprebbero mai, comunque, riconoscere. Ed è un male perché, di maestri, con la domanda diminuisce l’offerta. Ma i veri maestri, come i veri discepoli, sono merce rara: dunque un bene. Quella società è bene ordinata (o è alla vigilia di una profonda rivoluzione) nella quale maestri veri e discepoli veri si cercano e si trovano a vicenda: ognuno, spesso, sotto la qualifica dell’altro.
«Ho provato per la prima volta che cosa voglia dire non avere nessuno qui sul posto cui poter dire le cose migliori e più difficili della vita», scrive Nietzsche. Ti è capitato?
No. E bisogna proprio essere Nietzsche nei suoi momenti meno buoni, cioè più nietzschiani, per sentire una mancanza simile. Ho sempre avuto accanto persone capaci di parlarmi delle cose migliori e più difficili della vita; se le sapevo meritare. E ho invece sempre sofferto della difficoltà o incapacità, le cose migliori e più difficili della vita, di dirle a me stesso e di scriverle.
Ti riconosci più nell’attività critica o in quella poetica?
Se riconoscersi significa avere conferma della propria identità, certo l’io che ti sta rispondendo somiglia molto a quello delle mie scritture saggistiche o critiche. Solo in qualche tratto di minore interesse vi riconosco invece l’autore dei miei versi. Ma questo sopra ogni altra cosa mi riempie di gioia. Perché promette l’adempimento del più profondo dei miei desideri. E cioè che in quei versi, e più domani che oggi, i lettori riconoscano non me ma se stessi.
Linus, febbraio 1980

Cesare Cases

Hai rimorsi nei confronti degli altri?
No. Sono proibiti da Spinoza (Lib. III, Ethica Prop. XVIII, Schol. II) perché ingenerano dolore e non giovano né a sé né agli altri. Poi naturalmente si hanno lo stesso.
E di te stesso?
Idem come sopra.
Che cosa esigi principalmente dagli amici?
Che non pretendano un rapporto convenzionale, ma nemmeno privilegiato. Il vero amico è quello che, anziché farti sentire «anima bella» di fronte a un’altra, ti dà l’impressione che tutti i rapporti umani dovrebbero ovviamente essere come quello che hai con lui.
Sei tra i pochi che sanno ancora scrivere lettere. Hai affidato alle lettere una parte importante dei tuoi pensieri?
Direi di no, o molto raramente. Considero la lettera come un genere a parte, simile alla conversazione, in cui si misura la vicinanza o la distanza tra gli uomini. Le idee possono non avervi alcuna parte. Se ce l’hanno, benissimo, ma devono essere ballons d’essai, devono avere qualche cosa della non impegnatività del genere, cui devono essere funzionali. Se diventano trattati, la lettera non è più tale. Si deve sentire che non si tratta di arrivare a un risultato ma di collaudare due intelligenze. Del resto, chi scrive più lettere? Neanch’io, checché tu dica. Conoscerò l’arte, ma non la uso. Inoltre la mia stessa concezione della lettera è anacronistica. Se nel nostro secolo ci sono stati epistolari importanti, sono il contrario della mia definizione: sono piuttosto confessioni, monologhi, parte integrante dell’opera o rovescio (nel senso di rovescio dei pantaloni) dell’opera stessa.
Hai il dono – in via d’estinzione – dell’ironia. Che ruolo gioca nei tuoi rapporti personali?
Scarso, poiché l’ironia presuppone l’autoironia, che a sua volta presuppone una certa consistenza dell’ego. L’insicurezza, soprattutto dei giovani, rende impossibile l’ironia: si offendono (e offendono) per un nonnulla, e non si può neanche serbargliene rancore, perché non è colpa loro.
Hai una figlia molto giovane. Che cosa significa per te essere padre?
Avere un po’ più voglia di vivere e più paura che non serva a niente. E poi mia figlia, finché dura, ha il senso dell’ironia.
Qual è il rapporto tra te studioso di germanistica e la tua vocazione saggistica?
Qualunque sia, non è drammatico. Il mio precoce interesse per la letteratura tedesca è dovuto al fatto che è impregnata di pensiero, cioè alle stesse ragioni per cui Cassola la odia. Certo, nella germanistica ci sono aspetti tecnici che mi sono sempre rimasti estranei o poco noti, ma più per difetti di formazione che per disdegno. Come insegnante non ho complessi (c’è sempre abbastanza da insegnare, anzi, certe volte un po’ di ignoranza serve a essere più vicini agli studenti), come studioso sì. Non lascerò tracce nella storia della germanistica, ma questo capita anche a molti che non hanno la vena saggistica.
Qual è il tuo maggior rimpianto?
Culturalmente, forse quello di Fortini, di non aver mai imparato l’inglese. Non tanto o non soltanto perché mi manca una grande lingua di cultura (dopotutto me ne mancano altre, e l’inglese scritto se non altro lo decifro), ma perché mi manca la lingua oggi più mercificata, più atta ai mass media e più presa a modello dall’imbarbarimento linguistico delle altre lingue europee. È come prendersela con un avversario attraverso un interprete: resta sempre il sospetto che sia meglio, o almeno più autentico di quanto non lo dipinga il doppiaggio.
C’è un altro lavoro che avresti fatto volentieri?
Sì, il portiere di un vecchio palazzo fatiscente (per esempio quello della Gazzetta del popolo a Torino), che ha poco lavoro, molto tempo per leggere e deve solo dare di tanto in tanto, in tono affabile e servizievole, indicazioni chiare e precise sul modo di raggiungere qualche stanza del labirinto. Mi rendo conto che questo ideale antikafkiano (o piuttosto prekafkiano) è evidentemente solo l’allegoria del mio desiderio di essere un intellettuale illuminista in tempi in cui questa figura, almeno nel suo aspetto non problematico, è diventata improponibile. E di non avere responsabilità di cui non possa venire a capo.
Le sofferenze psichiche hanno mai bloccato la tua attività?
Certamente, a esse (tra l’altro) si deve il fatto che scrivo così poco. Ma mi minacciano solo quando sono solo, mentre almeno finora non mi hanno mai impedito il lavoro organizzato, per esempio quello dell’insegnante.
Vorresti spesso essere altrove?
Una volta mi piaceva viaggiare moderatamente, oggi non più, è un...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Indice
  3. Per Grazia di Giovanni Giudici
  4. Le idee, i libri e l’amicizia di Piergiorgio Bellocchio
  5. Nota del curatore
  6. Scompartimento per lettori e taciturni
  7. Il lavoro editoriale
  8. Critici e lettori
  9. Ex libris
  10. In margine
  11. Interviste
  12. Ritratti
  13. Appendice
  14. Dai Quaderni piacentini

Domande frequenti

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