Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura
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Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura

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Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura

Informazioni su questo libro

Bernard Malamud ha consacrato tutta la sua vita alla scrittura. Ha esordito con Il migliore e anni dopo ha vinto il National Book Award. Alla narrativa ha affiancato la professione di insegnante di scrittura presso prestigiose università americane. Le lezioni agli studenti, le interviste e i saggi che ha scritto per far luce sul suo dono («una benedizione capace di sanguinare come una ferita») sono un tesoro di consigli per aspiranti scrittori e un invito alla lettura delle sue pagine. Scritti, discorsi e opere narrative racchiudono materiale che dà forma a un libro a parte. Una guida al lavoro di scrittore, ai suoi tormenti e alle sue letture, in cui Malamud rivela il rapporto con i colleghi, con l'ebraismo e con la critica. Il curatore Francesco Longo ha estrapolato dall'opera di Malamud i passi in cui l'autore riflette sulla sua vocazione, svela segreti ed elargisce consigli. Il risultato è una storia d'amore, quella dello scrittore con la letteratura, una passione narrata tante volte, celata nelle numerose pagine romantiche dei suoi testi.

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Informazioni

Anno
2015
eBook ISBN
9788875216931

MANUALE DI SCRITTURA

È uno scrittore, Malamud, ma ragiona come un architetto. Si occupa di fondamenta, di strutture, di progetti, di contesti. Le storie devono avere una giusta esposizione, come le finestre delle case, per fare entrare luce, sole e calore. Certo, il disegno iniziale può essere stravolto in corso d’opera. L’importante è avere pilastri solidi, muri portanti ben piazzati. L’idea dell’Uomo di Kiev, in cui racconta la storia di un ebreo condannato ingiustamente, era molto diversa da come poi è stata realizzata: Malamud voleva scrivere un romanzo sulle ingiustizie subite dai neri negli Stati Uniti. Per quanto il progetto mutò, l’idea di occuparsi di un caso in cui le sofferenze erano inflitte ingiustamente era così resistente che l’impianto originario restò saldo e inalterato.
I consigli sulla narrativa, riuniti in questa parte, affrontano tutti gli aspetti della composizione letteraria. Dall’ossatura agli orpelli, dalla ricerca di uno stile alla psicologia dei personaggi fino all’edificazione della trama. Molte precauzioni che usava Bernard Malamud per innalzare le sue cattedrali romanzesche restano invisibili al lettore che affronta le sue pagine. Proprio come le cattedrali gotiche avevano decorazioni in punti nascosti all’occhio umano, cesellature che avrebbe potuto vedere solo Dio, così nei suoi romanzi ci sono incisioni che restano invisibili al lettore. Ci sono tuttavia alcuni elementi della costruzione più evidenti. Qualcosa che forse a una prima lettura si registra solo a livello inconsapevole. Tra questi l’importanza che occupa il conflitto in tutte le sue storie. Scrive Malamud: «Non siate mai soddisfatti di un personaggio bidimensionale. Provate a dare spessore a ogni essere umano. Dotate il vostro personaggio di un inconscio, e se ci riuscite mettetelo in conflitto con se stesso».
Di solito nei suoi romanzi i protagonisti sono colpiti da un destino avverso. Prima ancora che con gli antagonisti, cioè, devono lottare contro la crudeltà della vita, che li sottopone a torture tremende. Oltre a queste lotte esterne ci sono anche quelle interne, ancora più feroci: le guerre interiori, fatte di tregue solo apparenti, che si combattono nell’animo dei personaggi. C’è sempre qualche desiderio a cui non vogliono o non riescono a dare voce, un istinto da sedare e una legge morale contro la quale rimbalzano molte ambizioni.
Il protagonista del Commesso, Frank Alpine, ha due sassi nel cuore che sfregano uno contro l’altro e non sa come dominare questo focolaio. Ama Helen. È una storia delicata e romantica, con grandi salite e discese. «Gli venne voglia di precipitarsi fuori, tirare Helen sotto un portone e dichiararle la grandezza del suo amore per lei. Ma non fece nulla». Ci sono sempre due correnti che soffiano in queste anime incendiate. Anche visto da fuori, Frank non è mai né lineare né bidimensionale. Malamud ricordò sempre di donare l’inconscio inquieto ai suoi eroi. Frank è così: «Sospirava spesso, borbottava tra sé e se si accorgeva di essere osservato faceva finta di nulla. I suoi gesti sottintendevano sempre qualcosa. Sembrava che avesse due anime. Con una era lì, con l’altra altrove. Anche quando leggeva, faceva qualcosa di più che leggere».
Aspirano a essere onesti e rubano di nascosto. Trattengono segreti da confessare, si macchiano di piccole colpe che pesano su coscienze ipersensibili. Il professore di Una nuova vita dice a se stesso: «Devo essere un uomo responsabile, applicare a me stesso questa scoperta che è mia. La ragazza si fida di me, non posso tradirla. Se voglio il sesso devo essere preparato ad amare, e amore può voler dire matrimonio. (Vivo secondo la mia natura, non quella di Casanova.) Se non sono disposto a sposarla, meglio stare alla larga. Si esortò: insegnale soltanto la grammatica, i paradigmi dei verbi, l’ortografia, la punteggiatura: nulla che non sia in programma. Non avrebbe permesso che la casuale carezza di un seno di fanciulla contro la sua manica lo inducesse a comportarsi disonorevolmente».

L’utilità della scaletta

È molto utile avere in mente una scaletta quando si inizia a scrivere, perché aiuta a farsi un’idea di come sarà il testo finito. Se si riesce a inserire già nel piano dell’opera qualche indicazione che riguarda lo stile, si intravedrà in anticipo quale sarà la forma più adatta per ciò che si vuole scrivere. La scaletta dà un’idea della totalità e ci dà una mano a organizzare il lavoro. Inoltre, lavorare molto a una scaletta può portare la storia a svilupparsi. Ci sono persone che non cominciano a scrivere finché non hanno elaborato un bel po’ di scalette. Tra queste persone mi ci metto anch’io. Di solito quando ho un’idea per un libro penso a un’ossatura di base della storia, a volte qualcosa di più articolato e dettagliato. Poi per un po’ non ci penso più, la tengo da parte. Faccio passare qualche mese e la riprendo in mano. Di solito è nel riguardarla che mi rendo conto delle potenzialità di quella storia, anche per quel che riguarda il modo in cui la scriverò. Se vedo che il tutto mi emoziona, mi convince e mi ritengo soddisfatto, allora posso cominciare a scrivere. Al contrario, se ciò non avviene e sento che manca ancora qualcosa, ricomincio proprio dalla scaletta da cui sono partito. La riscrivo e ci lavoro anche due o tre volte finché non mi sembra che finalmente ci sia qualcosa che suggerisca anche la forma in cui la dovrò rendere. Vado avanti così. Tanto che se non sono ancora soddisfatto la rimetto da parte una seconda volta e ci torno sopra dopo che è passato altro tempo, sperando che nel frattempo mi vengano altre idee, che le parti incomincino a connettersi tra loro, che le singole idee si irrobustiscano e prendano una forma più compiuta. A quel punto ricomincio, e solo quando ritengo di avere tra le mani qualcosa di promettente, quello che per gli scienziati è una valida ipotesi da cui partire, mi dico: va bene, da qui credo proprio di poter scrivere un libro. Da quel momento in poi, come se stessi scommettendo su qualcosa, scrivo.

L’uomo di Kiev, come nascono le storie

Dopo il mio ultimo romanzo stavo fiutando l’aria per un’idea che avesse a che fare con l’ingiustizia nello scenario statunitense, in parte per ovvie ragioni – era un periodo di passi avanti rivoluzionari per i diritti dei neri – e poi perché l’argomento mi coinvolgeva stimolando artisticamente la mia immaginazione. Speravo di raccontare un’esperienza americana, forse con un protagonista nero, ma non andava bene per scriverci un romanzo. Facendo qualche ricerca in questa direzione pensai al caso di Sacco e Vanzetti, ma dopo aver letto qualche libro su di loro ho capito che non potevo inventare altro oltre alla leggenda che si era creata. Raccontare semplicemente la loro vita e la loro storia non mi interessava. A quel punto un’idea, forse un residuo di qualcosa che avevo letto, prese forma intorno alla figura di un uomo (non necessariamente un uomo virtuoso) arrestato per un crimine che non ha commesso e che passa alcuni anni in prigione. Le sofferenze e la rabbia che deve sopportare lo portano a fare un esame della propria vita e dei propri valori. La storia avrebbe parlato di come sarebbe cambiato una volta finito in prigione. Tutto il resto avrebbe dovuto riguardare la crescita dell’idea di libertà nella mente di quest’uomo sottoposto a una grave ingiustizia.
Partendo da questi elementi stavo cercando una storia del passato che magari sarebbe potuta accadere di nuovo. Volevo un legame storico, così da poterla trasformare in mito. In altre parole, quasi senza pensarci, volevo mostrare quanto siano ricorrenti alcune nostre esperienze storiche negative. Meditai se basare il romanzo sulla vita di Caryl Chessman, e poi sul caso Dreyfus, ma per diverse ragioni nessuna di queste idee mi piacque. Poi mi ricordai – non lo avevo mai davvero dimenticato – il nome di Mendel Beilis, di cui mi aveva raccontato mio padre quando ero un ragazzo, una storia che mi aveva commosso e spaventato. Beilis, capufficio in una fattoria di mattoni di Kiev ai tempi dello zar, era un ebreo accusato di aver commesso un omicidio rituale: aver ucciso un bambino cristiano e averne preso il sangue per farne dei matzah per la Pasqua ebraica. Questa superstizione, che nei tempi antichi era usata contro i primi cristiani, fu utilizzata per accusare e imprigionare gli ebrei e continuò a persistere in Europa durante il Medioevo, diffondendosi in seguito tra le masse della Russia prerivoluzionaria, tanto che anche al giorno d’oggi, ogni tanto, in Unione Sovietica vengono tirate fuori accuse di questo tipo.
Beilis aveva trentanove anni quando venne arrestato per aver ucciso il bambino e averne nascosto il cadavere in una grotta. Per quasi due anni e mezzo fu tenuto in prigione senza un’accusa formale. Soffrì immensamente, finché fu condotto davanti a un tribunale e assolto. Nell’Uomo di Kiev mi sono riferito a quell’esperienza, ma senza rifarmi direttamente allo stesso Beilis, in parte perché nella realtà non ottenne molto rispetto dopo aver sofferto, e in parte perché avevo bisogno di spazio per inventare. Aggiunsi ai suoi processi in tribunale elementi dei casi di Dreyfus e di Vanzetti, dando una forma che potesse suggerire il nocciolo della sofferenza degli ebrei sotto Hitler. Ho gettato tutte queste sofferenze addosso al povero Yakov Bok, trentenne, il tuttofare e risolutore1 del romanzo, un pover’uomo alla ricerca di un futuro migliore che per una volta cade in trappola. Arriva a Kiev sul cavallo del suocero, salva un antisemita che sta per soffocare nella neve, accetta come ricompensa di questo gesto un lavoro nella fabbrica di mattoni, e lì lo arrestano per l’omicidio di un dodicenne che lui un giorno aveva semplicemente cacciato dalla fornace. Yakov ha molto da imparare, e forse qualcosa apprende. Le sue esperienze in prigione lo portano a cambiare: è il lato tragico del libro.
Così, un romanzo che è iniziato con l’idea di rappresentare l’ingiustizia dell’America contemporanea è diventato un libro ambientato in Russia cinquant’anni fa nel quale ho affrontato il discorso sull’antisemitismo. L’ingiustizia è ingiustizia.

Come sviluppare un’idea

1. Usare un quaderno per gli appunti e bozze per riconoscere, sviluppare e consolidare un’idea, per indizi e anticipazioni di quella che sarà la struttura.
2. Lo scrittore dovrebbe cambiare i suoi personaggi e le sue idee e creare combinazioni diverse per testarne la forza drammatica. Per testare le idee deve averle, ed è così anche per il senso del tragico.
3. Quando le idee non sono ancora fissate e sembra che se ne possa far nascere una storia, lo scrittore dovrebbe provare con una sinossi più complessa. Da quella si potranno poi desumere le parti mancanti, e che sono necessarie. Lavorando più volte sulla sinossi potrà arrivare al tema centrale dell’opera o al finale. Recentemente in The Living Novel John Brooks ha scritto che «per quanto riguarda il tema, be’, è meglio lasciare che si sviluppi da solo. Se inizi con il tema finisce che scrivi una lezione». È un ris...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Colophon
  3. Frontespizio
  4. Dedica
  5. Prefazione di Francesco Longo
  6. Per me non esiste altro
  7. La vocazione. Davanti al foglio bianco
  8. Manuale di scrittura
  9. Elogio dell’immaginazione
  10. Moralità della scrittura
  11. Contro i vizi
  12. Il racconto e la poesia
  13. Scrivere la propria vita
  14. Scrivere l’ebraismo
  15. Simboli, significati, letture