"«Chi si allontana dal gruppo è preda del falco» recita un proverbio del popolo ashanti: il mondo è crudele e i forti hanno sempre oppresso i deboli con la violenza. In assenza di un'autorità centrale l'unica protezione è rifugiarsi in una gabbia – spesso opprimente – di norme, tradizioni e alleanzetra clan. Viceversa, uno Stato forte può proteggere gli individui, ma rischia di mutarsi in un mostro, in una dittatura oppressiva. Per gran parte della storia umana, in ogni luogo e tempo, la libertà non è stata qualcosa di scontato e naturale, ma una conquista sofferta ottenuta solo imboccando una vera e propria strettoia. Questo corridoio virtuoso esiste quando i poteri dello Stato e della società sono in equilibrio: quando le istituzioni sono forti, in grado di fornire servizi e far rispettare le leggi; e quando, al tempo stesso, i cittadini hanno la capacità di tenere sotto controllo e chiamare in causa le autorità.La strettoia analizza il modo in cui le nazioni sono riuscite a bilanciare queste due forze in equilibrio precario. Ripercorre la via attraverso cui alcune sono entrate nel corridoio della libertà e altre ne sono rimaste fuori o ne sono dolorosamente uscite. Esplora la storia della democrazia in Grecia, della nascita degli Stati Uniti e di quella delle nazioni create da Maometto e Shaka a partire da terre e popoli divisi. Traccia le origini di un'Europa dai molteplici centri di potere e di una Cina dominata da un'autorità centrale, con i loro percorsidrammaticamente diversi. Indaga le radici del fallimento di molte rivoluzioni nel Medio Oriente e delle speranze per il futuro dell'Africa.Dopo il best seller Perché le nazioni falliscono, Acemoglu e Robinson aggiungono un nuovo tassello fondamentale al loro grande mosaico che ritrae la storia delle società umane. E ci ricordano, oggi più che mai, che la libertà non è dovuta, ma è una vittoria che dipende da un fragile equilibrio di forze, in bilico tra il caos e l'oppressione."

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La strettoia
Come le nazioni possono essere libere
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World History1. Come finisce la storia?
Un’anarchia prossima ventura?
Nel 1989 Francis Fukuyama vaticinò la «fine della storia», con una convergenza di tutti i paesi verso le istituzioni politiche ed economiche degli Stati Uniti, e la definì «una vittoria incontrastata del liberalismo politico ed economico». Appena cinque anni dopo Robert Kaplan dipinse un quadro radicalmente diverso del futuro nel suo articolo «The Coming Anarchy». Per illustrare la natura di questo caos fatto di illegalità e violenza, si sentì in dovere di iniziare dall’Africa occidentale:
L’Africa occidentale sta diventando il simbolo [dell’anarchia] […]. Malattie, sovrappopolazione, crimini gratuiti, scarsità di risorse, migrazioni di profughi, la crescente erosione degli stati nazionali e dei confini internazionali e il potenziamento di eserciti privati, servizi di sicurezza e cartelli internazionali della droga trovano la loro dimostrazione più efficace nell’Africa occidentale. L’Africa occidentale rappresenta l’introduzione perfetta a questi problemi, spesso alquanto sgradevoli da discutere, con cui la nostra civiltà dovrà ben presto confrontarsi. Per capire come sarà la mappa politica del pianeta tra qualche decennio […] trovo necessario partire dall’Africa occidentale.
In un articolo del 2018, «Why Technology Favors Tyranny», Yuval Noah Harari ha fatto un’altra previsione ancora per il futuro, sostenendo che i progressi dell’intelligenza artificiale preannunciano l’ascesa di «dittature digitali», dove i governi saranno in grado di monitorare, controllare e perfino dettare il nostro modo di interagire, comunicare e pensare.
Insomma, la storia potrebbe ancora finire, ma in un modo ben diverso da quello prospettato da Fukuyama. Ma come? Il trionfo della democrazia immaginato da Fukuyama, l’anarchia o la dittatura digitale? L’aumento del controllo dello Stato cinese su internet, sui media e sulle vite dei cittadini comuni potrebbe indicare che ci stiamo dirigendo verso una dittatura digitale, mentre la storia recente del Medio Oriente e dell’Africa ci ricorda che un futuro di anarchia non è uno scenario tanto azzardato.
Per ragionare su tutto questo, però, dobbiamo adottare un approccio sistematico. Come suggerito da Kaplan, partiamo dall’Africa.
Lo Stato dell’articolo 15
Se si continua a percorrere la costa dell’Africa occidentale in direzione est, il golfo di Guinea alla fine vira verso sud, in direzione dell’Africa centrale. Dopo aver superato la Guinea Equatoriale, il Gabon e Pointe-Noire, si arriva alla foce del fiume Congo, punto di ingresso della Repubblica Democratica del Congo, un paese considerato spesso come l’epitome dell’anarchia. Fra i congolesi gira una battuta: da quando il paese ha ottenuto l’indipendenza dal Belgio, nel 1960, sono state emanate sei costituzioni diverse, ma l’articolo 15 rimane sempre uguale. Il celebre primo ministro francese dell’Ottocento Charles-Maurice de Talleyrand disse che le costituzioni dovrebbero essere «brevi e oscure». L’articolo 15 soddisfa questo requisito, visto che dice semplicemente débrouillez-vous, cavatevela da soli.
È normale pensare a una costituzione come a un documento che delinea responsabilità, doveri e diritti dei cittadini e degli stati. Questi ultimi dovrebbero risolvere i conflitti fra i loro cittadini, proteggerli e fornire servizi pubblici essenziali, come istruzione, assistenza sanitaria e infrastrutture, a cui gli individui non sono in grado di provvedere da soli in maniera adeguata. Una costituzione non dovrebbe dire débrouillez-vous.
Il riferimento all’articolo 15 è uno scherzo, non esiste nella Costituzione congolese. Ma in un certo senso è come se esistesse. I congolesi se la sono dovuta cavare da soli, per lo meno a partire dall’indipendenza (e prima le cose andavano anche peggio). Lo Stato si è ripetutamente mostrato incapace di fare una qualunque delle cose che dovrebbe fare, e ci sono vaste aree del paese in cui è del tutto assente. Nella maggior parte del territorio, tribunali, strade, cliniche e scuole sono in stato comatoso. Omicidi, furti, estorsioni e intimidazioni sono all’ordine del giorno. Durante la Grande guerra africana, che imperversò nel Congo fra il 1998 e il 2003, la vita della maggior parte dei congolesi, già difficilissima, si trasformò in un vero e proprio inferno: si stima che siano morte cinque milioni di persone per le violenze, le malattie o la fame.
Anche nei periodi di pace, lo Stato congolese non è mai riuscito a far rispettare le disposizioni effettive della sua Costituzione. L’articolo 16 recita:
Tutte le persone hanno diritto alla vita, all’integrità fisica e al libero sviluppo della loro personalità, nel rispetto della legge, dell’ordine pubblico, dei diritti altrui e della pubblica morale.
Ma gran parte della regione del Kivu, nell’Est del paese, è ancora controllata da gruppi ribelli e signori della guerra che depredano, stuprano e uccidono civili e contemporaneamente saccheggiano la ricchezza mineraria del paese.
Ma che cosa dice il vero articolo 15 della Costituzione congolese? Inizia così: «Le autorità pubbliche provvedono allo sradicamento della violenza sessuale». Eppure nel 2010 un funzionario delle Nazioni Unite definiva il paese africano «la capitale mondiale degli stupri».
I congolesi sono lasciati a loro stessi. Débrouillez-vous.
Un viaggio attraverso il dominio
Il concetto del débrouillez-vous non si applica soltanto ai congolesi. Se risaliamo il golfo di Guinea, arriviamo al luogo che sembra riassumere al meglio la cupa visione kaplaniana del futuro: Lagos, la capitale economica della Nigeria. Kaplan la descrisse come una città «con un crimine, un inquinamento e un sovraffollamento tali da renderla il cliché per eccellenza della disfunzionalità urbana nel terzo mondo».
Nel 1994, all’epoca in cui Kaplan scrisse il suo libro, la Nigeria era sotto il controllo dei militari, con il generale Sani Abacha come presidente. Abacha non riteneva che il suo compito fosse risolvere in modo imparziale i conflitti o proteggere i nigeriani: lui passava il tempo a far fuori i suoi avversari ed espropriare le ricchezze naturali del paese. Le sue ruberie sono stimate come minimo in 3,5 miliardi di dollari circa, forse di più.
L’anno prima lo scrittore e premio Nobel Wole Soyinka era tornato a Lagos attraversando il confine terrestre da Cotonou, la capitale del vicino Benin (che viene mostrata nella mappa 1). «Già arrivare al confine con la Nigeria la diceva lunga su come stavano le cose. Per chilometri, fino a Seme, costeggiammo una lunga fila di veicoli parcheggiati sul ciglio della strada, che non volevano o non potevano proseguire.» Le persone che si erano avventurate a oltrepassarlo «nel giro di un’ora erano tornate con il veicolo danneggiato o le tasche vuote, poiché erano state costrette a pagare una sorta di pedaggio anche solo per arrivare fino alla prima barricata eretta dai ribelli».
Senza farsi scoraggiare, Soyinka passò in Nigeria per trovare qualcuno che lo portasse fino alla capitale, solo per sentirsi dire: «Oga Wole, eko o da o» (Signor Wole, non si può andare a Lagos). Un tassista si fece avanti indicandosi con la mano fasciata la testa altrettanto fasciata. Poi iniziò a raccontare dell’accoglienza che aveva ricevuto: mentre procedeva a tutta velocità in retromarcia, era stato inseguito da alcune bande assetate di sangue.
Oga […]. Questi delinquenti mi hanno fracassato il vetro. Grazie a Dio, mi sono salvato […]. Eko ti daru. [A Lagos è scoppiato un gran casino.]

Mappa 1 Africa occidentale: il Regno ashanti, il territorio yoruba,
il territorio tiv e il tragitto di Wole Soyinka da Cotonou a Lagos.
il territorio tiv e il tragitto di Wole Soyinka da Cotonou a Lagos.
Alla fine, Soyinka trovò un taxi per Lagos, anche se il guidatore, molto restio, gli aveva detto: «La strada è messa male. Ma-lis-si-mo». Come racconta Soyinka, «Così ebbe inizio uno dei viaggi più spaventosi della mia esistenza». E continuava:
Per erigere le barricate erano stati utilizzati barili di petrolio vuoti, pneumatici, volanti di automobili, chioschetti in disuso, tronchi d’albero, ceppi di legno, rocce […]. Gruppi di balordi indipendenti avevano assunto il comando […]. Alcuni posti di blocco pretendevano che si pagasse un pedaggio, anche se poi il salvacondotto era valido soltanto fino alla transenna seguente. A volte lasciavano passare le automobili – ma solo fino alla barricata successiva, bene inteso – soltanto dopo aver succhiato qualche gallone di benzina dal serbatoio […]. Alcuni veicoli erano stati esposti a un impietoso tiro al bersaglio, al fuoco incrociato di bastoni e pugni; altri sembravano appena usciti dal film Jurassic Park: anzi, c’era chi giurava di aver visto impresso sulla carrozzeria il morso di denti abnormi.
Mentre si avvicinava a Lagos, la situazione peggiorava.
Di solito per arrivare in centro a Lagos ci volevano due ore. Ne erano già passate cinque e avevamo percorso solo cinquanta chilometri. […] Alla fine venne l’angoscia pure a me. Più ci avvicinavamo a Lagos, più la tensione nell’aria si faceva palpabile. Aumentavano a vista d’occhio i posti di blocco, i veicoli danneggiati e, peggio ancora, i cadaveri.
I cadaveri non sono uno spettacolo insolito a Lagos. Una volta che sparì un ufficiale di polizia, gli agenti cercarono il suo corpo nelle acque sotto un ponte. Gettarono la spugna sei ore e ventitré cadaveri dopo: nessuno di loro era quello che cercavano.
Mentre i militari nigeriani saccheggiavano il paese, gli abitanti di Lagos dovevano impegnarsi parecchio per cavarsela da soli. In città, il crimine dilagava e l’aeroporto internazionale era così disfunzionale che i paesi stranieri vietavano alle loro compagnie aeree di atterrare a Lagos. Bande criminali chiamate area boys prendevano di mira gli uomini d’affari, estorcendo loro denaro e a volte addirittura assassinandoli. Gli area boys non erano gli unici rischi da evitare. Oltre agli occasionali cadaveri, le strade erano infestate da ratti e spazzatura. Un reporter della Bbc commentò nel 1999 che «la città sta […] scomparendo sotto una montagna di spazzatura». Lo Stato non forniva né elettricità né acqua corrente. Per avere la luce dovevi comprarti un generatore. O le candele.
Gli abitanti di Lagos conducevano una vita da incubo. Non solo perché vivevano in strade infestate dai ratti, ricoperte dalla spazzatura, con i cadaveri sui marciapiedi, ma perché vivevano in preda a una paura costante. Vivere nel centro di Lagos con gli area boys non era divertente. Anche se avevano deciso di risparmiarti quel giorno, potevano sempre venire due giorni dopo, soprattutto se osavi lamentarti di quello che stavano facendo alla tua città o non ti mostravi remissivo come volevano. Questa paura, questa insicurezza e incertezza possono essere debilitanti come la violenza vera e propria perché, per usare un termine introdotto dal filosofo politico Philip Pettit, sottopone le persone al «dominio» di un altro gruppo di esseri umani.
Nel suo libro, Il repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo, Pettit sostiene che il principio fondamentale per una vita appagante e dignitosa è il non dominio, la libertà dal dominio, dalla paura e da un’insicurezza estrema. È inaccettabile, per dirla con le parole di Pettit, l’idea di
essere costretti a vivere alla mercè di qualcun altro, di dover vivere in un modo che ti espone a un male che l’altro è in condizioni di importi arbitrariamente.
Questo dominio viene sperimentato da:
la moglie che si trova in una condizione tale per cui il marito può picchiarla a piacere, e senza alcuna possibilità di ottenere giustizia; dall’impiegato che non osa levare la pur minima lamentela contro il proprio datore di lavoro e che è soggetto a ogni genere di abuso […] che il datore di lavoro può decidere di perpetrare ai suoi danni; dal debitore che deve dipendere dalla grazia del creditore o del funzionario di banca, per sfuggire alla completa indigenza e rovina.
Pettit riconosce che la minaccia di violenza o abusi può essere grave quanto la violenza e gli abusi reali. Certo, si può evitare la violenza ottemperando ai desideri o agli ordini di altre persone. Ma il prezzo da pagare è fare qualcosa che non volete fare ed essere soggetti a quella minaccia giorno dopo giorno. (Come direbbero gli economisti, la violenza può essere «fuori dalla traiettoria di equilibrio», ma questo non significa che non influisca sul vostro comportamento o che non abbia conseguenze negative quasi equivalenti alla violenza reale.) Secondo Pettit, queste persone
vivono in uno stato di inquietudine permanente anche se nessuno leva la mano contro di loro. Vivono nell’incertezza quanto alle reazioni altrui e nella necessità di mantenere un occhio vigile sui loro eventuali sbalzi d’umore. Si trovano […] incapaci di guardare gli altri da pari a pari, costretti talora persino ad assumere gli atteggiamenti più servili o adulatori nel disperato tentativo di ingraziarseli.
Ma il dominio non è originato solo dalla forza bruta o dalle minacce di violenza. Qualunque relazione di potere iniqua, imposta da minacce o da altri strumenti sociali, come le consuetudini, creerà una forma di dominio, perché è come essere
soggetti a una potestà arbitraria; essere soggetti alla volontà potenzialmente capricciosa o al giudizio potenzialmente idiosincratico di qualcuno.
Affiniamo il concetto di Locke e definiamo la «libertà» come l’assenza di dominio, perché chi è dominato non può compiere scelte libere. La libertà, o per dirla con Pettit, il non dominio, significa
l’emancipazione da ogni subordinazione del genere, la liberazione da ogni dipendenza del genere. Richiede la capacità di stare faccia a faccia con i propri concittadini, in una comune consapevolezza che nessuno possiede il potere di interferire in maniera arbitraria nella vita degli altri.
Un punto fondamentale è che la libertà presuppone non solo il concetto astratto di essere liberi di scegliere le proprie azioni, ma anche la capacità di esercitare tale libertà. Questa capacità viene a mancare quando una persona, un gruppo o un’organizzazione hanno il potere di obbligarvi, di minacciarvi o di usare il peso delle relazioni sociali per soggiogarvi. Non può esistere quando i conflitti sono risolti con l’uso della forza o la sua minaccia. Ma allo stesso modo non può esistere quando i conflitti vengono risolti sulla base di rapporti di potere disuguali imposti da consuetudini radicate. Per fiorire, la libertà ha bisogno della fine del dominio, qualunque sia la sua fonte.
A Lagos, di libertà non ce n’era neanche l’ombra. Il conflitto veniva risolto a favore del più forte, dello schieramento meglio armato. C’erano violenze, furti, omicidi. Le infrastrutture si sgretolavano a ogni angolo. Il dominio era ovunque. Non era un’anarchia prossima ventura: era un’anarchia già presente.
La warre e il Leviatano
Alla maggior parte di noi, che viviamo nella sicurezza e negli agi, la Lagos degli anni novanta può sembrare un’aberrazion...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Prefazione
- 1. Come finisce la storia?
- 2. La Regina Rossa
- 3. Volontà di potenza
- 4. L’economia fuori dal corridoio
- 5. L’allegoria del buon governo
- 6. Le forbici europee
- 7. Il mandato del Cielo
- 8. Quando la Regina Rossa si inceppa
- 9. Il diavolo nei dettagli
- 10. Che cos’ha di così speciale Ferguson?
- 11. Il Leviatano di carta
- 12. I figli di Wahhab
- 13. Quando la Regina Rossa sfugge al controllo
- 14. All’interno del corridoio
- 15. Convivere con il Leviatano
- Ringraziamenti
- Saggio bibliografico
- Fonti delle mappe
- Bibliografia
- Fonti delle immagini
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