L’azienda Prevost. Una storia di famiglia
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L’azienda Prevost. Una storia di famiglia

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L’azienda Prevost. Una storia di famiglia

Informazioni su questo libro

Quando Alessio Calandra mi ha interpellata per leggere la sua tesi di laurea ‘Il caso dell’Azienda Prevost’, prima di presentarla, ho subito pensato che, senza saperlo, avevo vissuto nella storia del cinema e che quella tesi avrebbe dovuto essere trasformata in un libro, portandola da testo puramente tecnico a racconto circondato da aneddoti.
Non che mentre ero in famiglia non sapessi o non ne conoscessi i prodotti e poi, dopo, da grande, lavorando in pubblicità e nel cinema, li avevo intorno tutti i giorni.
Ma la storia legata alle produzioni di macchine per il cinema, tutta così in fila, è stata una rivelazione.
Ho dunque partecipato con gioia a questo lavoro che narra l’evoluzione del cinema dietro le quinte, dall’inizio del muto
ai giorni nostri.
Un racconto emozionante e di nostalgia per i più ageé. Un’ennesima scoperta delle capacità umane per i più giovani.
Come spesso capita, traguardi che avevamo dato per scontati, in quanto ci vivevamo dentro o perché ce li siamo trovati belli
e pronti, ci sorprendono quando li approfondiamo.
Grazie dunque ad Alessio Calandra e alla sua oculata ricerca che ha dato il là, a Fausto Lupetti che ha approvato il progetto, a Maurizio Nichetti che ci ha regalato la copertina, a Ranuccio Sodi e Luciano Beretta per le loro testimonianze, a Eléonore Létang nipote di Jean Déjoux, Federica Sala, Paolo Prevost, Nicoletta Prevost per l’aiuto nella ricerca del materiale e bibliografia, a tutti i registi, direttori della fotografia e montatori del lungometraggio, del documentario e della pubblicità che hanno contribuito a far sognare il mondo.
Ci sarebbe piaciuto metterli tutti o almeno di più ma abbiamo scelto di restare il più possibile esclusivamente vicini alla traiettoria tecnologica tracciata da Alessio.
Renata Prevost

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788868742966
Argomento
Art
Categoria
Film & Video
La storia dei prodotti
L’evoluzione dei proiettori cinematografici delle ‘Officine Prevost’ e il conseguente progresso tecnologico sono strettamente legati a specifiche richieste del mercato cinematografico.
Il progresso tecnologico lo vediamo inizialmente nella sorgente luminosa con il susseguirsi delle lanterne a carbone, prima la ‘Splendor’ e poi la ‘Fulgor,’ per poi far spazio alle moderne lampade allo Xenon, all’aumentare di dimensioni del porta-bobina inizialmente di appena 600 metri (20 minuti circa) fino ad arrivare a 2000 metri (80 minuti circa), all’avvento del cinema sonoro e dei grandi formati panoramici.
Un proiettore cinematografico proietta su uno schermo l’immagine di un fotogramma impresso su una pellicola fatta scorrere attraverso un percorso meccanico, illuminata da una sorgente luminosa e messa a fuoco da un obiettivo.
Il proiettore è costituito da tre parti: un sistema ottico, un sistema di trascinamento delle pellicole e un sistema di raffreddamento.
Il sistema ottico di proiezione è composto da una speciale lampada o da una differente sorgente luminosa posta nel fuoco di uno specchio parabolico (S) e da un condensatore di luce (C) che concentra il fascio luminosa che lo attraversa, focalizzandolo sulla pellicola e da un obiettivo per la messa a fuoco dell’immagine sullo schermo.
Schema del sistema ottico presente sul proiettore Prevost Splendor.
Il sistema di trascinamento della pellicola invece trasferisce la stessa dalla bobina di svolgimento a quella di riavvolgimento, attraverso il sistema ottico.
Il sistema di raffreddamento invece, a circolazione forzata di aria o di acqua, ha lo scopo di non far surriscaldare il proiettore in modo che non si compromettano né la pellicola né i circuiti presenti all’interno.
Nell’epoca del muto (1895/1927) i filmati erano corti, in bianco e nero, una musica di sottofondo e tra una scena e l’altra comparivano cartelli con didascalie. Tutto era avallato dalla fotografia ma soprattutto dalla mimica e dai gesti degli attori.
La velocità di scorrimento della pellicola era molto lenta (16 o 20 fotogrammi al minuto) e la durata dei film era breve e contenuta in bobine di circa sette minuti.
Dei diecimila titoli dell’epoca resta poco o niente per via della caducità della pellicola di allora.
La particolare lampada a filamento metallico.
Uno dei primi prodotti di punta della ‘società Prevost’, fu la lampada a specchio con condensatore “Splendor” (1921/1922).
L’enorme successo di questa lampada veniva da anni di sperimentazione e di ricerca, infatti prima di questa esisteva il modello Record’. Questa prima lampada impiegava delle lampadine a filamento metallico o da 30 Volt - 30 Ampere o da 15 Volt - 40 Ampere ed era garantita per 500 ore.
Era studiata per delle proiezioni con dimensioni pari 4,50m per 6,00m.
Queste dimensioni di schermo che possono sembrare oggi ridotte, erano perfettamente in linea con gli schermi di inizio Novecento. Questo primo prototipo di lampada era abbinato al proiettore “Record”.
Nei primi anni del secolo l’industria cinematografica era agli albori e i primi filmati erano autoprodotti con piccoli budget e presentati in teatri presi in affitto o come corollario a spettacoli di varietà.
Infatti, la diffusione dei cinematografi era molto scarsa, perché c’era l’idea che il buio in sala potesse favorire una promiscuità sessuale e trappole mortali (Brunetta, 1995).
Sul primo numero della “Rivista Fono-Cinematografica” infatti nel 1907 si scriveva: “se Berlino conta 340 cinematografi, Parigi 120, Napoli 70, Roma 52, Milano ne conterebbe 1000 se i signori proprietari di ‘case’ non fossero tanto restii a concedere i loro locali (Tonini, 1907).
La lanterna Record.
Impianto con proiettore Record e lampada Record.
Nei primi proiettori si utilizzava una lanterna con lampada a filamento, per gli schermi più piccoli, oppure a carboni con arco voltaico.
I carboni utilizzati fungevano da catodi e anodi, per emettere la luce ed erano due.
Il bastoncino negativo (nella foto sottostante è quello verticale) emetteva elettroni negativi che bombardando il carbone positivo, “scavavano” un cratere sulla sua punta e lo consumavano.
Il cratere che si veniva a formare era chiamato “sole” perché era il punto dove si raggiungeva una luminosità fortissima e si doveva posizionare in corrispondenza del fuoco ottico di uno specchio parabolico che rifletteva e concentrava la luce sulla finestrella dove scorreva la pellicola.
La lanterna ‘Splendor’ fu l’inizio del successo della ‘Società Prevost’.
Una delle sue particolarità principali nell’utilizzare questa innovativa fonte luminosa era la trasformazione della corrente da alternata in continua.
Funzionamento della lampada a carboni Splendor.
Nel caso in cui si fosse utilizzata una corrente alternata, si sarebbe invertita la polarità di 50 volte al secondo e non si sarebbe formato l’arco voltaico sul carbone positivo e in pi...

Indice dei contenuti

  1. Prefazione: Una storia di famiglia
  2. L’azienda Prevost: Un’azienda di famiglia
  3. Le origini e Attilio Senior
  4. La seconda guerra mondiale
  5. Attilio Prevost JR.
  6. Paolo Prevost
  7. L’azienda
  8. La storia dei prodotti
  9. Le moviole
  10. La prima generazione (prima del 1920)
  11. La seconda generazione (1920-1953)
  12. Ultima generazione. Rivoluzione: la moviola combinata 16mm e 35 mm (1954-1975)
  13. Le moviole e il calcio (1967/1969)
  14. Ultimissima (1975/1988)
  15. Foto da collezioni private
  16. Foto dall’archivio Prevost
  17. Bibliografia
  18. Note e autore
  19. Copyright

Domande frequenti

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