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La fabbrica di Pinocchio
Dalla fiaba all'illustrazione, l'immaginario di Collodi
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Informazioni su questo libro
Pinocchio ci accompagna fin da bambini: è uno dei primi personaggi che abbiamo conosciuto, forse il primo di cui abbiamo condiviso le avventure, le marachelle, le debolezze; il primo che abbiamo sentito vicino a noi. Eppure, siamo così sicuri di conoscerlo bene? Come è nato il nostro burattino? Cosa si nasconde nella bottega di Collodi? Il volume ci guida proprio all'interno di quella bottega: attraverso un'originale rilettura del libro italiano più amato al mondo e sulla scorta delle più recenti e innovative teorie della comparazione, Veronica Bonanni ricostruisce il metodo compositivo dell'autore e rintraccia nel romanzo l'ampio ricorso alla riscrittura e al riuso originale di materiali letterari propri e altrui. Come Geppetto fabbrica il suo «burattino maraviglioso» a partire da un ceppo grezzo e «due pezzetti di legno stagionato», così mastro Collodi assembla il suo burattino attingendo alle fonti più diverse: dalle fiabe di Perrault e Madame d'Aulnoy, che aveva tradotto in italiano, ai miti di Ovidio e Apuleio, dalle fiabe di Basile alle raccolte popolari di Imbriani; senza dimenticare il ruolo giocato dal ricco patrimonio iconografico: le illustrazioni di Gustave Doré e Bertall per le fiabe francesi e quelle di Enrico Mazzanti per le opere di Collodi. Dopo le tante e più o meno autorevoli riletture di Pinocchio, da Manganelli al cardinale Biffi, e le più disparate etichette – libro laico, religioso, esoterico, massonico o alchemico –, riscopriamo finalmente in questa indagine, rigorosamente incentrata sul testo e sulle immagini, e saldamente ancorata al contesto culturale dell'epoca, la vera natura del burattino. Perché Pinocchio, troppo spesso ormai lo si dimentica, ha come primi destinatari i ragazzi, anche se è certamente, senza distinzioni di pubblico, un grande classico della letteratura.
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Argomento
LetteraturaCategoria
Arte generaleIV. Gli animali
1. Gli animali in Pinocchio.
I bambini, si sa, amano molto gli animali: adorano osservarli, giocare con loro e prendersene cura. Forse perché, a differenza degli adulti, si sentono ancora parte di una natura libera e selvaggia, anziché di una specie umana «civilizzata» ormai separata dal regno animale1. Proprio per questo, nelle storie per bambini, è così diffusa la presenza degli animali, o meglio, come scrive Savater, «la fratellanza con gli animali»2, termine che non indica, semplicemente, una prossimità, ma un’ancestrale parentela. Basti pensare a certi classici come Il libro della giungla di Kipling, in cui il «cucciolo d’uomo»3 Mowgli viene adottato da un branco di lupi, al Tarzan che Burroughs fa allevare dalle scimmie, al Peter Pan dei Giardini di Kensington che in origine è un uccello, o al bambino che nel Giardino segreto parla con gli animali; ma anche a tutti quei libri, fumetti, cartoni animati e film d’animazione in cui gli animali sono protagonisti o comunque personaggi di rilievo, a partire dai celebri topi e paperi della Disney.
Di animali ce ne sono moltissimi anche nelle Avventure di Pinocchio: secondo il conteggio di Roberto Ferretti, «complessivamente più di cinquanta tra mammiferi, pesci, uccelli, insetti, crostacei, rettili e sauri»4. Non sono animali fantastici, come i draghi delle fiabe, ma piuttosto comuni: che siano domestici o selvatici, «tutti, comunque, sembrano appartenere al cortile, campagna, bosco che circonda un ipotetico abitato toscano»5. Non è del resto la prima volta che Collodi esibisce una tale varietà di fauna: in Giannettino, un intero capitolo6 è dedicato alla classificazione e alla descrizione del «Regno animale», sull’esempio dell’enciclopedico Giannetto del Parravicini7. Ma se tutti gli esemplari di «volitanti», «insettivori», «rosicanti», «marsupiali», «cetacei», «rettili», «miriàpodi», «aracnidi», «crostacei» e altri animali impagliati esposti al Museo di storia naturale costituiscono un bestiario inanimato, semplice strumento didattico per una lezione di scienze naturali, quelli di Pinocchio, che agiscono e interagiscono con il burattino, formano invece uno straordinario bestiario animato.
Molti di loro, eredi della tradizione favolistica, sanno parlare; ma non tutti possono intenderli: solo Pinocchio e la Fata ne sono capaci8. E poiché solamente Pinocchio, tra tutti gli umani, è in grado di vedere la Fata, se ne deduce che il burattino, la Fata e gli animali appartengono a un universo magico che si incontra con il mondo reale. Alcuni animali, d’altra parte, sono servitori ufficiali della Fata (il Falco, il Can-barbone), mentre altri (come la Lumaca) potrebbero essere suoi travestimenti; unica sicura metamorfosi animale della Fata è la capretta turchina. In tutti gli altri casi, si possono fare soltanto delle ipotesi, non comprovabili dal testo; ma è proprio questa indecidibilità, questa indeterminatezza a creare quel senso di mistero di cui è perfuso il romanzo. Anche Pinocchio, come la Fata, si animalizza, assumendo l’aspetto di un asino che è caricatura della sua ignoranza. Ma già prima di questa metamorfosi diventa animale, almeno agli occhi degli altri, quando è scambiato per un granchio dal pescatore verde o trattato come se fosse un cane dal contadino cui ha rubato l’uva. Agli animali che mantengono in permanenza il loro statuto, anche se dotati di caratteri umani quali la parola o il senso morale (si pensi al cane Alidoro o al Gatto e alla Volpe), devono quindi aggiungersi gli animali dalla presenza soltanto metaforica e quelli temporanei, effimeri, esito di metamorfosi poi compensate da una contrometamorfosi; ma queste categorie, come vedremo, sono molto più sfumate e permeabili all’interno del romanzo.
Alcuni animali sono fuggevoli comparse (il Merlo9, la Lucciola, la Marmottina), che spariscono subito dopo aver pronunciato la loro battuta; altri sostano più a lungo sul cammino di Pinocchio (il Serpente); altri ancora, invece, sono personaggi determinanti per l’intreccio (il Gatto e la Volpe) e con una personalità ben delineata. Diversi sono anche i loro ruoli: possono costituire una minaccia (il Gatto e la Volpe) o un ostacolo (il Serpente), fornire consigli (il Grillo, il Merlo, il Granchio) o aiuto (il Colombo, il Tonno), oppure rivolgersi al burattino in tono canzonatorio (il pulcino)10. Tra questi, i dispensatori di saggi consigli e note moraleggianti sono in gran numero; a loro viene delegato il compito di istruire il burattino e il pubblico da parte del narratore, che così può evitare di intervenire direttamente dall’alto della sua adultità. Una strategia che Collodi aveva adoperato, anche se in misura minore, fin da Giannettino, il cui omonimo protagonista ha un pappagallo, Ciuffettino-blu, che in più occasioni lo ammonisce o lo mette in guardia esprimendosi per proverbi11. Contrariamente agli animali impagliati del Museo di storia naturale, quindi, Ciuffettino-blu è un personaggio vero e proprio, così come il ciuco Baffino, l’adorato compagno di scorribande di Minuzzolo12. Il ciuchino, a differenza del pappagallo, non sa parlare, ma in alcuni casi il narratore traduce in parole i suoi pensieri, rendendolo un animale quasi-parlante13.
Non è mia intenzione, tuttavia, fare una casistica o una classificazione minuziosa degli animali in Pinocchio, né individuare il loro significato simbolico14, come peraltro diversi critici hanno già tentato di fare15; quanto esaminare alcuni episodi in cui intervengono gli animali per rintracciarne gli intertesti e analizzarne il processo di rielaborazione, al fine di comprendere meglio il senso degli episodi stessi e la loro funzione nel romanzo. La casistica qui abbozzata, in effetti, non conta tanto in sé, sul piano formale, quanto sul piano funzionale: a seconda della loro condizione e del loro ruolo, gli animali stabiliscono interazioni comunicative o relazionali diverse con il protagonista, delle quali bisognerà tenere conto nella comparazione per capire come queste possano articolarsi diversamente rispetto ai testi con cui Pinocchio verrà confrontato.
2. Il Grillo.
Come la Fata, il Grillo-parlante ama i travestimenti e la recitazione in ruoli diversi. Discreto abitatore dell’umile dimora di Geppetto, diviene un fantasma che infesta di notte le campagne, per poi ricomparire in veste di stimato medico e di proprietario di una capanna di paglia, dono della capra dal vello turchino. Non cambia completamente aspetto, non si trasforma; rimane grillo, ma assurge a diversi gradi di antropomorfizzazione: nella casa di Geppetto si arrampica su un muro, e nella capanna se ne sta immobile su una trave del soffitto, proprio come farebbe un suo simile privo di parola; mentre nel palazzo della Fata si atteggia a dottore sapiente, assumendo connotati più umani. Muta, invece, la sua condizione vitale: vivo, poi morto, poi redivivo, anche lui come la Fata sembra sempre trovarsi in uno stato di sospensione tra la vita e la morte. In comune con la Fata ha anche la straordinaria longevità – abita nella stamberga di Geppetto da più di cent’anni, come la Fata abita nel bosco da più di mille anni – e il legame con la casa: se la Fata pare sempre spostarsi assieme alla sua casa, riadattata a seconda delle esigenze di scena (la casina, il palazzo, la lapide, lo scoglio, il condominio, l’appartamento dell’isola delle Api industriose), il Grillo sembra invece stabile inquilino della casa di Geppetto, dove si trova all’inizio e alla fine del romanzo, sebbene abbia il permesso di entrare pure nel palazzo della Fata, dove offre la sua consulenza al capezzale di Pinocchio. Nume tutelare della casa, protettore dell’abitazione in cui Pinocchio dovrà vivere anche una volta divenuto ragazzo, egli fa dunque da tramite fra le due diverse ambientazioni domestiche, quella realistica di Geppetto e quella fantastica della Fata. Relegata nello spazio fiabesco, la Fata deve ricorrere al suo più fedele servitore per avere accesso all’alloggio del padre di Pinocchio, dove di persona non entra mai.
Nonostante i suoi camuffamenti, il Grillo è sempre riconoscibile per un suo tratto caratteriale costante: la saccenza pedagogica, della quale è infarcito ogni suo discorso. Profeta inascoltato di sventure – predice il carcere, gli assassini, la truffa, la metamorfosi in somaro –, soltanto alla fine viene riconosciuto nella sua saggezza da Pinocchio, che lo chiama graziosamente «Grillino»16 dopo averlo definito, al momento del loro primo incontro, «Grillaccio del mal’augurio»17. Le prediche del Grillo-parlante cadono nel vuoto, non hanno alcun effetto sul comportamento del burattino. Solo l’amore infatti potrà smuovere Pinocchio dal suo individualismo per farlo accedere a una dimensione etica. La Fata, che pure ha una certa propensione per le ramanzine, ben lo sa, e agisce piuttosto con l’esempio (mostrandosi cresciuta a Pinocchio) e con il ricatto affettivo. Il Grillo, invece, è un pedagogista mancato, che affida l’educazione esclusivamente alla parola – non per nulla il suo nome completo è Grillo-parlante – senza curarsi di costruire quel rapporto tra maestro e discente che è alla base di ogni apprendimento. Tuttavia, la sua tenacia predicatoria non risulta del tutto inutile. I suoi consigli si rivelano infine giusti, le sue profezie si avverano puntualmente, dimostrando la correttezza del...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Introduzione
- I. Dai Racconti delle fate a Pinocchio
- II. Nascita di Pinocchio
- III. La Fata
- IV. Gli animali
- V. Il finale
- VI. Uno sguardo d’insieme
- Bibliografia
- Elenco delle illustrazioni
Domande frequenti
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