La felicità
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La felicità

Risplendere, nonostante tutto

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La felicità

Risplendere, nonostante tutto

Informazioni su questo libro

Che cos'è la felicità? Il bagliore di un lampo che se ne va o lo splendore di una vita? La felicità capita o si può conquistare? Corrisponde a uno stato di beatitudine e frivolezza o anche di profondità e serietà? Sono molte le vie con cui si può parlare della felicità; l'autrice prova a rispondere a questi interrogativi con Aristotele, che nelle Etiche ha mostrato i molti aspetti della vita felice: è il fine ultimo ( télos ) ma non la fine, è piacere ma anche condotta e virtù ( areté ), attività e pienezza ( enérgheia ) ma anche opera ( érgon ) con la quale si edifica giorno dopo giorno il capolavoro che noi siamo.
In quest'ottica la felicità non è una conquista per sempre, ma il compito forse più lungo e difficile con cui realizziamo la nostra vita, e richiede fatica, impegno, consapevolezza; un cammino non di perfezione, ma di imperfezioni e anche di dolore, che però non perde di vista il bene e ci consente di diventare, per dirla con Platone, sempre «più alati e leggeri», sempre più in grado di volare.

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Informazioni

1. Non c’è luce senza ombre

«Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso, né crescita.» (Carl Gustav Jung)

Nell’Etica Eudemia (I, 5, 1215 b 17-18) di Aristotele si legge che ci sono molte cose difficili da conoscere ma che, tra tutte, la più difficile è capire «che cosa, tra le realtà che caratterizzano l’esistenza, sia da scegliere e che cosa, una volta conseguito, sia in grado di appagare completamente il desiderio».
Secondo il Filosofo greco, infatti, la felicità non capita, non si incontra per caso, ma rappresenta una conquista; è qualcosa che si tratta di conseguire, su cui lavorare con impegno e con costanza, facendo le scelte corrette e imboccando le strade giuste.
Inoltre la felicità, secondo Aristotele come anche secondo Platone prima di lui, costituisce una esperienza di pienezza. La felicità, infatti, riempie l’esistenza, la fa espandere e lievitare in tutte le sue dimensioni.
L’elemento della pienezza, peraltro, rappresenta il fulcro di ogni riflessione e di ogni esperienza di felicità. Quest’ultima, infatti, comunque la si intenda, è sempre (e, forse, prima di tutto) soddisfazione, appagamento, pienezza, appunto. Nessuna vita può essere detta felice se è vuota, o se è stata riempita solo a metà, se le potenzialità di cui era dotata sono state solo parzialmente attuate, se i suoi fiori non si sono completamente aperti, se si arriva solo ad un passo dal traguardo.
Che cosa significa, però, pensare a una vita piena, a un’esistenza appagata, pienamente soddisfatta? Significa pensare a una vita satura, definitivamente saziata dal raggiungimento del proprio obiettivo? Così sazia da risultare pesante? Così colma da traboccare? In effetti certe esperienze di felicità sono così forti ed esaltanti che addirittura straripano dal soggetto che le sperimenta, e generano un tale sentimento di pienezza e di espansione che non riescono ad essere contenute all’interno del perimetro dell’io. «Vi sono momenti di spinta e vertici ove sembra, come si dice, che l’uomo “tocchi il cielo con un dito”, e spesso senza sapere perché… In questi momenti, come ben sapevano i greci, pare di somigliare agli dèi. E Agostino non manca di notare quanto questi attimi di pienezza siano brevi quando dice che la felicità afferra e passa “raptim quasi per transitum”. In questo breve passaggio è come se l’uomo afferrasse la felicità per la coda, ma sarebbe meglio dire che è la felicità ad afferrarlo senza ragione. E così pure a lasciarlo», ha ricordato Salvatore Natoli (La felicità di questa vita. Esperienza del mondo e stagioni dell’esistenza, Mondadori, Milano 2000, p. 89).
Ci sono, infatti, felicità così acute (e, proprio per questo, inevitabilmente puntuali e momentanee), che coloro che si trovano a sperimentarle «si direbbe quasi tengano chiuso il loro cuore, come un bicchiere colmo che il minimo movimento può far traboccare o rompere» (Jules Amédée Barbey d’Aurevilly).
Nel Fedro (255 B 3-C 4) di Platone c’è un passo di una bellezza accecante, in cui il fenomeno dell’innamoramento viene descritto proprio ricorrendo all’immagine del liquido che riempie l’esistenza dell’innamorato e si riversa sull’amato:
«e quando l’innamorato… si accompagna all’amato, incontrandolo nelle palestre e in altri luoghi di ritrovo, allora la fonte di quel flusso di cui ho parlato, che Zeus quando si innamorò di Ganimede chiamò flusso d’amore, scorrendo abbondante verso l’amante, dapprima penetra in lui, e dopo che lo ha completamente riempito, trabocca».
Il godimento dell’attimo felice, dunque, può essere descritto proprio come esperienza di pienezza, come riempimento totale e completo. Si tratta di picchi di felicità altissimi, di momenti di appagamento così completi che sembrano far esplodere il cuore, così potenti da togliere il respiro. Ma, proprio per questo, si tratta anche di esperienze di felicità talmente intense da annullare tutto il resto, da cancellare ogni altra esperienza. È come se la vita, investita da tanta pienezza, si bloccasse; è come se tale riempimento appesantisse, intorpidisse e impedisse di procedere oltre. Ci sono infatti esperienze onniavvolgenti, esaltanti ma, proprio per questo, brevi, insostenibili a lungo. Si tratta di esperienze che svuotano l’esistenza con quella stessa rapidità con cui l’hanno riempita, che saziano momentaneamente, ma che non nutrono e che, pertanto, non fanno crescere.
È a questo scenario di pienezza che Aristotele pensava quando definì la felicità come quel bene che, una volta conseguito, appaga pienamente il desiderio di un essere umano? È in questi termini che il Filosofo elaborò la celebre nozione di felicità come entelécheia, ovvero come attuazione e come compimento della propria natura, come télos, ovvero come fine ultimo?
Già Platone, ne...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. 1. Non c’è luce senza ombre
  6. 2. “Non sprechiamo i dolori”. L’esistenza umana tra ferite e cicatrici
  7. 3. La “pienezza leggera” della vita felice
  8. 4. La felicità come “abito sartoriale” e come “energia inesauribile” (enérgheia)
  9. 5. Una rondine non fa primavera
  10. 6. E tu splendi, invece
  11. Risvolto di copertina
  12. L’autore
  13. Collana “L’arca di Scholé”