Il Grande Poeta Azerbaigiano Nizami Ganjavi
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Il Grande Poeta Azerbaigiano Nizami Ganjavi

  1. 176 pagine
  2. Italian
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Il Grande Poeta Azerbaigiano Nizami Ganjavi

Informazioni su questo libro

Il libro consente al lettore di accostarsi all'opera del grande poeta azerbaigiano Nizami Ganjavi attraverso i fatti salienti della sua vita e la descrizione dell'epoca in cui egli visse e creò. Il nome di Nizami è caro anche agli iraniani, poiché il poeta scriveva in lingua persiana. Scienziato, filosofo e umanista, Nizami è stato un incorruttibile pensatore che visse a Ganja. Il libro è impreziosito da un ricco apparato iconografico ed è uno strumento indispensabile per far conoscere in Italia questo gigante della Cultura, al quale è stata di recente dedicata una statua nel centro di Roma.

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Informazioni

Anno
2020
Print ISBN
9788899918828
eBook ISBN
9788831492119
Argomento
Historia
III. L’opera del poeta
Finora abbiamo brevemente considerato l’epoca e la vita di Nizami. Nell’ultima sezione del saggio passeremo in rassegna le opere del grande poeta. Naturalmente, non sarà possibile fornire un resoconto esauriente. Analizzare in modo esaustivo tutta la loro ricchezza oltrepassa le capacità del singolo ricercatore e, dal momento che solo da poco ha avuto inizio il lavoro di studio delle opere di Nizami, tale compito non potrebbe non risultare di improbabile realizzazione.
Il nostro intento sarà del tutto privo di pretese. A oggi, la produzione di Nizami non ha ancora trovato modo di riflettersi appieno nelle traduzioni delle varie lingue della nostra grande patria, e la lingua originale in cui le opere furono scritte è accessibile solo a una cerchia relativamente ristretta di lettori. Perciò ci limiteremo a: 1) delineare nei tratti generali il contenuto della singola composizione; 2) indicare i legami di ogni opera con i propri antecedenti letterari; 3) stabilire il significato sociale e letterario delle opere di Nizami. Concluderemo questa rassegna con delle considerazioni circa la lingua e lo stile del nostro poeta. In questo modo, il lettore non specialista riuscirà a farsi un’idea dell’importanza e del posto che Nizami occupa nella produzione letteraria dei popoli dell’Urss, mentre allo specialista, che si accinge allo studio dei manoscritti originali e a cui spetta superare molte difficoltà prima di familiarizzare con lo stile caratteristico di questo poeta, confidiamo di aver reso più leggero, fino a un certo punto, il proprio lavoro.
LO SCRIGNO DEI SEGRETI
Nizami si impegnò nella composizione della sua prima grande opera già in età matura. Dobbiamo pensare che la sua stesura sia stata preceduta da un lungo lavoro preparatorio, prevalentemente nel campo della lirica. Soltanto così si spiega la straordinaria perfezione tecnica che contraddistingue ogni singolo verso di questo poema, cui l’autore diede il nome di Makhzan al-Asrar, tradotto come Lo scrigno dei segreti.
Da stimolo a questa creazione letteraria servì la rinomata opera del poeta ghaznavide Mahmud Sanai (morto tra il 1141 e il 1181), che porta il nome di Chalidat al-Chakaik (Il giardino delle verità). Ne parla Nizami stesso:
Da due celebri luoghi provennero due libri,
ambedue col sigillo dei due Bahramsah.
I due versi si riferiscono al fatto che il poema di Sanai fosse dedicato al ghaznavide Bahramshah (regnante dal 1118 al 1152), mentre il poema di Nizami al Bahramshah che governava sulla provincia di Erzincan. I due “luoghi celebri” sono i due poeti: Sanai e Nizami stesso.
Si noti come, nonostante questo legame letterario, il nostro poeta abbia scelto un metro poetico diverso, privilegiando il cosiddetto sari, la cui struttura può essere rappresentata dal seguente schema metrico:
∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | —
nel quale il primo segno — indica la sillaba lunga, indica la sillaba breve, e la linea di demarcazione | rappresenta il segno di cesura tra un piede e l’altro.
Il contenuto del poema di Sanai, che costituisce una sorta di raccolta dei temi principali delle dottrine sufi, ha fatto sì che autorevoli studiosi europei considerassero anche quest’opera di Nizami un trattato di mistica sufi e non le attribuissero una particolare importanza, ritenendola di interesse per i soli specialisti che si occupano di studiare le religioni e le filosofie del Vicino Oriente.
Eppure, uno sguardo più attento al poema mostra come, da questo punto di vista, difficilmente si possa concordare con tali affermazioni. È vero che Nizami ha dato al testo la forma di opera letteraria sufi: i capitoli introduttivi possiedono un taglio marcatamente misticheggiante, i venti capitoli in cui il poema si divide hanno titoli che richiamano la sapienza del sufismo, ma, nonostante ciò, l’opera in questione è davvero lontana dalla scolastica arida e astratta di Sanai e dei teorici sufi a lui vicini1. Del resto, gli intenti di Nizami si differenziano in maniera considerevole dagli obiettivi minimi che si era posto Sanai e perciò conferiscono al suo poema un tono del tutto diverso: il fatto stesso di definirlo quale opera sufi deve essere accolto con moltissime riserve.
In precedenza abbiamo cercato di descrivere in breve le attività della setta degli akhi, alla quale Nizami era vicino. Si è visto come a tale setta, ma sarebbe più corretto dire a questa organizzazione, fossero estranee le “estasi ultraterrene” proprie dei dervisci. Gli akhi si fissavano scopi assolutamente concreti, realizzabili su questa terra, mirati al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione urbana e contadina. Seguendo gli insegnamenti dei suoi maestri, Nizami accolse nella propria stilistica le forme tipiche della poesia sufi. In primo piano, a quanto sembra, si trovavano le enunciazioni delle norme religiose, eppure basta appena inoltrarsi all’interno di questo involucro, verso l’essenza stessa del poema, che diventa chiaro come il suo scopo fondamentale fosse quello di servire da guida ai rappresentanti del potere, all’autorità, al fine di riorganizzare questa vita terrena e diffondere la felicità e la prosperità presso il popolo. A questo fine, certo, le concezioni della religione conservavano la loro forza, né poteva essere altrimenti in quell’epoca, ma tali postulati non venivano articolati nell’interesse dei potenti, ma solo come norme di riferimento per proteggere i diritti e la libertà dei sudditi.
In ognuno dei capitoli del Makhzan al-Asrar troviamo una sezione introduttiva, di impronta teorica, alla quale segue una breve narrazione che illustra il contenuto concettuale di fondo dell’intero capitolo. Colpisce il coraggio con cui Nizami descrive tutti i fatti orribili e tremendi del suo tempo. I suoi versi potenti sono colmi di una protesta sdegnosa: è la voce della città, che comincia a riconoscere i propri diritti e coraggiosamente li afferma dinanzi al castello del signore e del feudatario.
Mi sembra che la chiave interpretativa di tutto il poema si trovi nel breve racconto del quattordicesimo capitolo:
C’era un sultano, che tormentava il popolo,
Hajjaj2 – nella sua arte esperto dell’intrigo.
Quanto di notte iniziava e di giorno cresceva,
già all’alba il cuore suo lo conosceva.
Un mattino si recò da lui un tale, che i segreti svelava
meglio della luna e della luce diurna.
Dalla luna faceva incetta di inganni notturni,
dall’alba aveva appreso i trucchi delle spie.
E disse: «Un vecchio ti chiama assassino
di innocenti e spietato oppressore».
Il sultano fu colto dall’ira:
«Rapida sarà la sua rovina!».
Comandò di stendere un tappeto in pelle, e spargervi
della sabbia3,
anche un demone sarebbe fuggito dal terrore
della sua collera.
Allora un giovane corse dal vecchio a dirgli:
«Il sultano ti ha condannato!».
Il vecchio compì l’abluzione e raccolse il lenzuolo funebre,
si recò dal sultano e si preparò a rispondergli.
Rapido alla decisione, il sovrano si sfregava le mani,
lo sguardo basso in preda all’ira.
Disse: «Ho sentito che vai in giro a fare discorsi,
che mi chiami assassino implacabile di innocenti.
Ma tu sai che il mio regno è simile a quello di Salomone,
e allora perché mi chiami diavolo e tormentatore?».
Il vecchio gli rispose: «I miei occhi non dormono.
Direi di te cose peggiori di quelle che hai detto.
Per le tue opere vecchi e fanciulli vivono nel pericolo,
le città e i villaggi sono devastati dai tuoi misfatti.
E io – elencando le tue colpe – reggo dinanzi a te
del bene e del male uno specchio.
Lo specchio riflette a modo la tua figura, come essa è.
Puoi romperlo, ma frantumare uno specchio non è saggio.
Comprendi ora, che dico il giusto, e ascoltami.
E se così non è, allora inviami al patibolo!».
L’impressione che se ne deduce è che il vecchio non fosse altri che Nizami. Lo specchio rappresenta la sua prima opera presentata al Bahramshah. Il poeta ammette la pericolosità delle proprie azioni: non è possibile dire la verità al sultano, si ripete sempre in Oriente. Ma esprimere questa grande verità esige da parte di Nizami un atto di inflessibilità, come quello di mostrare il proprio specchio al volto ferino del sovrano.
Ecco un altro esempio di breve racconto, nel quale si espone una descrizione veridica della vita di un contadino:
Un giorno, non sapendo come occupare il tempo,
il vento di Salomone4 spiccò il volo verso il Sole.
La sua terra si faceva via via steppa,
Il suo trono si alzava fino alle smaltate travi5.
Fu così che vide, e la vista gli dilaniò il cuore,
un vecchio contadino in quella piatta steppa.
Questi portava dalla sua dimora una giumella di chicchi
e li spargeva nell’ubertoso ventre della fecondità6.
Spargeva semi in ogni dove,
e da ogni germe gli crescevano spighe.
Quando di quel grano raccolse la provvigione,
si udì il linguaggio alato7 di Salomone.
Disse: «Sii gentile, mio buon vecchio,
ma, a quel che vedo, quanto possiedi,
tanto mangi.
Non soffiarmi via, e al vento non lanciare parole8,
ma dimmi: non hai vanga e il campo non ari,
né cerchi l’acqua o semini l’orzo.
Noi abbiamo sparso di acqua e semi la terra,
ma, di quanto seminammo, dov’è infine il raccolto?».
E il vecchio gli rispose: «Non ti indisponga la mia risposta,
ma non mi curo di terra e acqua.
Né col secco e col bagnato ho a che fare.
I chicchi – di cui mi nutro – vengono dal Signore.
Ecco la mia acqua! È il sudore della mia schiena.
Ecco la mia vanga! Sono le dita della mia mano.
Non mi cruccio per il reame e il potere,
finché vivo solo un chicco mi basta».
È un’immagine possente, vera, che non era insolita in quei tempi: un misero contadino, senza attrezzi per coltivare la spoglia terra della steppa, che viveva nella speranza delle piogge primaverili e degli agenti della natura, senza attendersi aiuti esterni.
Come si può comprendere, non tutti gli episodi narrati nel poema contengono tratti di denuncia contro i potenti, ma raccomandazioni e consigli di natura politica sono sparsi quasi in ogni pagina, ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Indice
  4. Nota introduttiva
  5. Nota del traduttore
  6. I. L'epoca del poeta
  7. II. La vita del poeta
  8. III. L'opera del poeta
  9. Conclusione
  10. Collana Historos
  11. Novità

Domande frequenti

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