Da secoli la fiducia nell'autorità e nel prossimo è un decisivo collante sociale e il funzionamento dellasocietà si basa sul fidarsi l'un l'altro degli esseri umani: guardiamo con sospetto il politico (disonesto?), il banchiere (ladro?) e lo scienziato (ciarlatano?), ma alla fine votiamo, investiamo, prendiamo le medicine. Ma nell'epoca dell'infodemia, della pseudoscienza social e delle fake news, com'è possibile fidarsi? E di chi? Con la rabbia prima e il distanziamento sociale poi,anche il prossimo è un untore, un estraneo di cui diffidare. Antonio Sgobba ricostruisce la storia e la filosofia della fiducia nel passato e ne descrive il mutamento, per capire cosa ne sarà in futuro: come combineremo legittimo sospetto e autorità? Di chi ci potremo fidare per distinguere informazioni accurate e bufale? Torneremo mai ad aver fiducia nel prossimo?

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Argomento
Scienze socialiCategoria
Sociologiaparte quarta
Ci possiamo fidare degli esperti?
coro: Bel potere è il tuo, Popolo, tutti ti temono come un tiranno. Ma tu sei un credulone, godi ad essere adulato e imbrogliato, e stai sempre a bocca aperta davanti a chi parla: hai la testa presente… da un’altra parte.
popolo: La testa è quella che non avete sotto i vostri capelli, se pensate che io sia stupido. Io faccio lo stupido apposta.
Aristofane, I cavalieri
15. Che cosa c’è dopo la peste?
429 a.C. Socrate e il problema degli esperti
«Coronavirus, esiste da sempre. Si cura con il farmaco AntiCD13.» A condividere con un post su Facebook un articolo (di una testata giornalistica registrata) con questo titolo è stato il presidente dei biologi italiani.1 L’affermazione è per metà incompleta e per l’altra metà falsa. È vero che il coronavirus esiste da sempre: la famiglia dei coronavirus è stata scoperta negli anni sessanta, esistevano anche prima ma non erano ancora stati isolati e studiati. Non era di certo conosciuto Covid-19. Per quel che riguarda l’AntiCD13 stiamo parlando di una soluzione omeopatica, non contiene principi attivi e non cura un bel niente.2 Eppure la tesi per cui il virus è già noto e curabile viene sostenuta, anche da chi dovrebbe avere delle competenze. Un cittadino privo di competenze in ambito medico come dovrebbe comportarsi? Come può scegliere tra due esperti, o sedicenti tali, in contraddizione?
Di chi possiamo fidarci? Come possiamo distinguere un vero esperto da un ciarlatano?
Ci facciamo queste domande ogni giorno, ma sono domande vecchie quanto la storia della filosofia. Anche quando sono state poste per la prima volta si era alle prese con un’epidemia. Una coincidenza? Non credo.
«Un tale contagio e una tale strage non erano avvenuti in nessun luogo a memoria d’uomo. Ché non bastavano a fronteggiarla neppure i medici, i quali, non conoscendo la natura del male, lo trattavano per la prima volta; anzi loro stesso morivano più degli altri, in quanto più degli altri si accostavano al malato, e nessun’altra arte umana bastava contro la pestilenza.»3
Così Tucidide descrive la peste di Atene. L’epidemia si presentò in due diversi momenti – la prima volta la peste durò due anni, tra il 430 e il 429, la seconda, per un altro anno, nel 427 a.C. – e mise a dura prova la città, uccidendo complessivamente oltre 4400 opliti, 300 fanti e tantissimi civili; in quattro anni si portò via un quarto della popolazione ateniese. Le difficoltà della scienza del tempo di contenere il contagio ci ricordano quelle della medicina contemporanea alle prese con la pandemia del 2020. E abbiamo già visto un’altra analogia: le teorie del complotto sull’origine della malattia, attribuito già allora agli stranieri («si disse anche che i Peloponnesii avevano gettato dei veleni nelle cisterne»4). Ma ci sono dei tratti specifici della pestilenza ateniese su cui può essere utile soffermarsi ancora.
Per la drammaticità degli effetti, la perdita di valore dei giuramenti, delle dichiarazioni e della morale fino a quel momento condivisa, la situazione della peste ad Atene non poteva che riportare in mente ai suoi abitanti la sanguinosa guerra civile appena svoltasi nella città alleata di Corcira (di cui abbiamo parlato nel sesto capitolo). C’è però una differenza fondamentale tra i due casi. In questo periodo, infatti, nonostante tutto, ad Atene l’attività politica andò avanti: si svolsero le assemblee, venne approvata la proposta di Pericle di continuare la guerra senza mandare altri ambasciatori a Sparta, furono mandate imbarcazioni nel Peloponneso, assediata Potidea, vinta una battaglia navale, domata la rivolta di Lesbo. Insomma, anche con la peste, Atene non si ferma.
«L’Atene di Pericle conservò forme di fiducia verticale e orizzontale anche in quelle circostanze» sottolinea lo storico della politica Ryan Balot.5 Anche se Tucidide afferma che sotto la peste gli aristocratici si erano ormai abbandonati ai piaceri effimeri, gli ateniesi non arrivarono mai a dividersi in fazioni e a distruggere il linguaggio e la morale comune come i corciresi, ma continuarono in qualche modo ad agire in modo coeso. «La ragione» continua Balot «sta nel fatto che gli ateniesi avevano sviluppato una solida fiducia, sia verticale sia orizzontale. Condividevano una concezione delle virtù democratiche». Il racconto di Tucidide non risparmia – a noi e ai suoi coevi – la descrizione degli atroci sintomi sui corpi e sulla mente: la sofferenza di ognuno era immediatamente visibile e presente ovunque; ciò nonostante, insiste lo storico, i cittadini non arrivarono mai a macellarsi tra di loro, bensì continuarono a fare politica e a combattere. Non ci furono, in definitiva, i segni di un’erosione della fiducia.
A sottolineare la differenza rispetto alle altre polis, Tucidide giustappone la descrizione della peste al celebre discorso di Pericle – che morì proprio a causa dell’epidemia – agli ateniesi, mostrando dapprima nelle parole dello statista l’immagine di una città ordinata la cui forza deriva dalla condivisione delle regole del vivere civile:
Noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati delle discussioni prima di entrare in azione […] mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza.6
E descrivendo subito dopo come sarebbe potuto apparire un luogo finito preda degli istinti più bassi della popolazione e dell’assenza di leggi. Se il discorso di Pericle aveva come obiettivo quello di educare il suo pubblico, il racconto degli anni della peste mostrava come gli ateniesi avessero interiorizzato quegli ideali.
Un esempio di come procedessero le cose ad Atene durante la peste lo troviamo in un dialogo platonico scritto tra i quaranta e i cinquant’anni dopo ma ambientato proprio in quel periodo, per la precisione nel maggio del 429 a.C., il Carmide.7
Nella primavera precedente al 429 Atene era stata colpita dalla peste, e il contagio era arrivato fino a Potidea, punta occidentale della penisola calcidica, sull’Egeo nordoccidentale, dove aveva ucciso 1050 dei 4000 ateniesi impegnati nell’assedio della città. Potidea era sia alleata di Atene, a cui versava tributi, sia una colonia di Corinto: si era ribellata ad Atene con l’appoggio del re macedone Perdicca e gli ateniesi non l’avevano presa bene, inviando sul luogo una flotta e intimando agli abitanti la distruzione delle mura, la consegna degli ostaggi, la rottura dell’alleanza con il re macedone.
I fatti di Potidea, insieme alla precedente battaglia di Sibota (433 a.C.), che come abbiamo visto aveva coinvolto anch’essa i due fronti opposti di Corinto e Atene attorno al destino di Corcira, furono tra le cause principali della guerra del Peloponneso vera e propria, con i corinzi che, messi alle strette dagli ateniesi, si trovarono a invocare l’intervento di Sparta. Dopo una vittoria (432 a.C.) alle porte della città ribelle, l’esercito ateniese si trovò impegnato per due anni in un faticoso assedio, prima che gli stremati e affamati potidei si arrendessero nell’inverno tra il 430 e il 429. Tra gli assedianti c’era un trentasettenne che mostrò ai suoi commilitoni di saper sopportare le fatiche più degli altri, resistendo alla fame e al freddo e riuscendo persino a salvare la vita a un soldato illustre e senza voler neanche prendersene il merito: era Socrate.8
Il Carmide, tra i primi dialoghi socratici di Platone, prende le mosse proprio da qui, con Socrate di ritorno dalla guerra. Il dialogo è dedicato alla definizione di un concetto sfuggente, la sophrosyne, parola che di solito viene tradotta nei vari contesti come «saggezza», «temperanza», «moderazione», «disciplina», ma, come abituale nei dialoghi socratici (chiedo venia per lo spoiler), alla fine una definizione soddisfacente di che cosa sia non arriverà, e tutte le proposte saran...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Sommario
- Premessa
- Prima parte
- Seconda parte
- Intermezzo
- Terza parte
- Quarta parte
- Epilogo. Come va a finire?
- Ringraziamenti
Domande frequenti
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