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La Tradizione Buddhista della Trasformazione della Mente
- 176 pagine
- Italian
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La Tradizione Buddhista della Trasformazione della Mente
Informazioni su questo libro
Il Buddhismo Tibetano, una delle più importanti forme del Buddhismo Mahyana conosciuta anche con il nome di Vajrayana, presenta insegnamenti complessi e molto profondi che negli ultimi decenni hanno avuto una grande diffusione anche in Occidente. Peter Della Santina, grande studioso e praticante del Buddhismo Tibetano riesce in questo libro intenso e affascinante a spiegare i concetti più importanti del Vajrayana in modo semplice e comprensibile anche ai principianti senza rinunciare a far apparire tutta la complessità della profonda filosofia e pratica buddhista. Un testo basilare e utile a chiunque è interessato alla Spiritualità Buddhista che contiene anche degli esercizi di Meditazioni da poter praticare per conto proprio.
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Informazioni
Capitolo VI
LO STATO DI CALMA
In questo capitolo tratteremo un argomento che è al centro della tradizione Buddhista della trasformazione della mente, ovvero le tecniche per sviluppare la calma o la quiete (samatha). L’importanza di questo argomento nella tradizione Buddhista non dovrebbe essere sottovalutato, ma nemmeno, come vedremo più avanti, dev’essere sopravvalutato.
L’Importanza della Calma
Il raggiungimento della calma, di uno stato concentrato della mente, è una delle due componenti-chiave che trasformano il Pensiero d’Illuminazione convenzionale in Pensiero d’Illuminazione Ultimo. La calma insieme alla visione profonda sono le componenti principali nell’acquisizione della Realizzazione della Conoscenza.
Abbiamo precedentemente menzionato il fatto che le Perfezioni sono divise in due gruppi. Le prime tre Perfezioni – il dare, il giusto comportamento e la pazienza – appartengono al gruppo che porta all’accumulazione dei meriti. Le ultime due – la meditazione e la Saggezza – appartengono al gruppo che porta all’accumulo della conoscenza. La Perfezione che resta, l’energia, è richiesta per tutti e due i tipi di accumulazione.
Le prime tre Perfezioni sono le cause per l’acquisizione dell’aspetto fenomenico della Buddhità (Rupakaya), mentre le ultime due Perfezioni sono le cause per l’acquisizione dell’Aspetto Trascendentale della Buddhità (Dharmakaya). Perciò, osservando ‘la calma’, arriviamo alla prima delle due componenti chiave, che sono necessarie per arrivare alla Dimensione Trascendentale della Buddhità.
Realizzare l’Aspetto Trascendentale della Buddhità vuol dire cambiare il Pensiero d’Illuminazione convenzionale nel Pensiero d’Illuminazione Ultimo ossia nella Mente Illuminata, la Mente del Buddha.
La distinzione tra il Pensiero d’Illuminazione convenzionale e il Pensiero d’Illuminazione Ultimo è quella tra un’esperienza dualistica e un’esperienza non-duale.
Al livello convenzionale, abbiamo un bel po’ di dualità su cui lavorare. C’è la dualità tra l’esperienza non illuminata e l’Esperienza Illuminata. Consideriamo noi stessi come esseri in una condizione non illuminata con l’intento di raggiungere l’Illuminazione. Inoltre, vediamo noi stessi e gli altri esseri senzienti come esseri differenti. Pensiamo di dover salvare gli altri esseri senzienti dalla sofferenza, ecc. Ma, al livello della Mente Ultima, Illuminata, tutte le dualità cessano di esistere.
Una metafora comunemente usata per questa transizione dal Pensiero d’Illuminazione convenzionale al Pensiero d’Illuminazione Ultima è quella del sogno e del risveglio.
Per esempio, una ragazza vergine può sognare che ha dato alla luce un bambino, e poi può sognare che il bambino è morto. Prima farà esperienza di felicità e poi di sofferenza. Tuttavia, quando si sveglia, realizzerà che il bambino era mai né nato, né morto. Allo stesso modo, nella condizione non Illuminata, tutti i fenomeni, tutte le esperienze sono caratterizzate da nascita e morte, dal sorgere e dalla distruzione. Ma in uno Stato Illuminato si comprende che i fenomeni in realtà non sorgono, né muoiono.
Buddha disse che c’è un non-nato e un non-morente. Questo non-nato e non-morente, che è lo scopo del Sentiero Buddhista, non è qualcosa che si trova da qualche altra parte. La Realizzazione di ciò non comporta alcun movimento o viaggio ad un altro luogo. E’ un cambiamento soggettivo, un cambiamento nel modo di vedere le cose.
Quando ci si sveglia da un sogno, gli oggetti e le impressioni del sogno in verità non vanno da nessuna parte. Per poter realizzare questo cambiamento nella nostra mente, dal punto di vista convenzionale dualistico a quello della Mente Illuminata, le pratiche principali che si devono perfezionare sono lo Stato di Calma e la Visione Profonda.
Le Tre Fasi della Trasformazione della Mente
Nella tradizione Buddhista, la trasformazione della mente non è semplicemente una questione di sedersi a gambe incrociate davanti ad un’immagine o in un Tempio; non è neanche una questione di osservare il processo di inalazione ed esalazione del respiro: è qualcosa che deve essere integrata nelle nostre vite, applicata in ogni momento della nostra esistenza, per ciascuna azione consapevole. Questo si riflette nell’enfasi Buddhista sull’importanza della mente nel formare la natura della nostra esperienza, di come la mente colori e determini la natura della nostra esperienza. Ciò si riflette anche, in modo ancora più specifico, nei tre stadi del Nobile Ottuplice Sentiero che appartengono al gruppo della trasformazione della mente.
Questi tre stadi sono il giusto sforzo, la giusta consapevolezza e la giusta meditazione. Soltanto il terzo di questi, che è la meditazione, può in qualche modo essere descritto come la meditazione seduta formale, strutturata. Lo sforzo e la consapevolezza sono delle componenti che devono essere praticate in tutti i tipi di situazioni libere, non strutturate.
1. Il Giusto Sforzo
In generale, il giusto sforzo significa avere un approccio energico ed entusiasta per i propri impegni e per le proprie attività. È stato detto che, per praticare il giusto sforzo, si deve emulare il sentimento di un elefante che entra in uno stagno di acqua fresca durante il caldo del sole di mezzogiorno, oppure il sentimento di quando si entra in una stanza con l’aria condizionata dopo essere stati fuori al sole. Saremo entusiasti di entrare nel fresco delizioso della stanza. Allo stesso modo, il giusto sforzo dovrebbe essere espresso come una risposta entusiasta al compito che stiamo per intraprendere. Cerchiamo comunque di essere chiari su ciò che il giusto sforzo non è. Non è una ricerca faticosa, ostinata, inflessibile dei nostri obiettivi; piuttosto è un approccio energico e positivo per i nostri impegni.
C’è un’altra cautela riguardo al giusto sforzo. Non si dovrebbe essere in uno stato di tensione, o in uno stato agitato, eccitato, della mente. Il giusto sforzo dovrebbe essere intrapreso con un atteggiamento equilibrato, che unisca il massimo della nostra attenzione con il massimo o l’ottimale del rilassamento, poiché il giusto sforzo è quel tipo di equilibrio che combina la vigilanza con il rilassamento.
C’era una yogini Tibetana molto conosciuta che era solita dire ai suoi studenti: “Svegli! Svegli! Rilassatevi, rilassatevi!”. Proprio come una corda musicale che non è stata tirata né troppo stretta, né troppo lenta, così da produrre un suono più armonioso. Similmente il giusto sforzo è come “accordare” la mente in una maniera tale da non essere né troppo tesa né troppo indolente.
In modo specifico, nella tradizione Buddhista, il giusto sforzo è applicato in quattro modi: lo sforzo di evitare il sorgere di pensieri malsani, quello per abbandonarli una volta che sono sorti, quello di coltivare pensieri sani (pensieri liberi da avarizia, rabbia e illusioni), e lo sforzo di mantenere quel tipo di pensiero quando è sorto. Questi quattro sforzi si applicano alle nostre attività mentali, alla condizione della nostra mente, durante tutti gli stati consapevoli.
Questa enfasi che il Buddha ha posto sul giusto sforzo è completamente in armonia con la sua enfasi sull’individuo responsabile e che determina il proprio destino.
C’erano, al tempo di Buddha, come ci sono ora, altri punti di vista intorno alle forze che formano e decidono il destino dell’uomo. Un punto di vista predominante era quello che il destino dell’uomo fosse determinato da forze non soggettive, dal fato. C’era un maestro (Makkhali Gosala) che insegnò che la Liberazione sarebbe avvenuta in un certo momento predestinato. D’altra parte, c’erano altri che appartenevano alla religione sacrificale dei Veda, una scuola di pensiero che credeva nella clemenza di un essere supremo che poteva garantire la Salvezza. Secondo questi punti di vista ci si deve affidare a un potere al di fuori di se stessi per ottenere la Liberazione.
Buddha rifiutò tali idee e pose la responsabilità del conseguimento della Libertà o dell’essere legato al ciclo di nascita e morte, proprio sulle spalle dell’individuo.
La sua enfasi sulla necessità di metterci la propria energia, il proprio sforzo e di tentare comunque lo rende evidente. Una buona indicazione dell’importanza che il Buddha ha posto sul giusto sforzo, sulla giusta concentrazione e sulla giusta meditazione si trova nelle Trentasette Pratiche per ottenere l’Illuminazione. Queste pratiche sono importanti in tutte le Tradizioni Buddiste. Furono insegnate dal Buddha non molto tempo prima che entrasse nel Nirvana definitivo, e questo costituisce un’altra indicazione dell’importanza che aveva dato ad esse. Se diamo uno sguardo a queste Trentasette Pratiche, vediamo che oltre la metà riguardano l’energia, il tentare, lo sforzo, la consapevolezza e la meditazione.
2. La Giusta Consapevolezza
Il fattore successivo del Nobile Ottuplice Sentiero che fa parte del gruppo della trasformazione della mente è la consapevolezza: una continua consapevolezza meditativa della propria situazione, delle proprie azioni, parole e pensieri. Buddha disse che la mente è la radice, la fonte di tutte le buone qualità. Ha anche detto che la consapevolezza è “L’unica via verso la libertà dalla sofferenza, l’unica via verso l’Illuminazione”. Buddha enfatizzava la consapevolezza perché è l’essere presente che determina se si prende una nuova direzione nella propria vita, nella propria trasformazione.
In assenza di consapevolezza, tutti noi ci comportiamo in un certo senso come gli ingranaggi di una macchina. La maggior parte delle persone hanno familiarità con il lavoro psicologico di Pavlov e il fatto che i suoi cani iniziavano a salivare quando sentivano i passi di coloro che gli davano da mangiare. Questo è l’inizio del principio della risposta condizionata: il principio che insegna che si risponde agli stimoli in modo automatico, meccanico e pre-determinato.
Questo modello non è così sbagliato se consideriamo il comportamento ordinario, disattento, di molti di noi; tuttavia può essere cambiato diventando consapevoli della nostra condizione.
Per questo è stato detto che, quando cammini, Buddhismo significa non inciampare; quando guidi l’automobile, Buddhismo significa non avere un incidente; quando prepari una tazza di tè, Buddhismo significa farlo bene, perché stai attento a quello che fai. Non lasciare che la tua mente vaghi qua e là.
Questo tende a succedere a tutti noi: quando parli con qualcuno, la tua mente può essere occupata con qualcosa che è successo poche ore prima, o può “correre” in avanti a qualcosa che tu prevedi potrebbe accadere nel futuro. Le nostre menti sono molto raramente presenti in ciò che stiamo facendo: si trovano qua e là e da tutte le parti.
Tutto ciò può soltanto diminuire la nostra efficienza: questa è un’applicazione molto pratica della consapevolezza: se si volesse migliorare la nostra produttività ed efficienza, si dovrebbe praticare la consapevolezza, perché certamente quando la propria mente è focalizzata su ciò che si sta facendo, lo si farà con molta più efficienza.
Coltivare la consapevolezza può trasformare la propria vita in un modo molto specifico e radicale. Questo era inteso dal Buddha quando disse che la consapevolezza fonte di vita e la non-consapevolezza di morte. Questo si può interpretare in una maniera molto banale e prosaica, dicendo che se non si è attenti mentre si attraversa la strada si potrebbe finire per morire; ma ciò che il Buddha voleva dire è che la consapevolezza è la causa del Nirvana mentre la non-consapevolezza è la causa della ripetizione di nascita e morte nel ciclo del Samsara.
Il Buddha e altri maestri Buddhisti hanno citato degli esempi di individui che hanno cambiato le loro vite attraverso la pratica della consapevolezza. Nanda, il fratellastro di Buddha, era ossessionato dalla sensualità. Tuttavia, mediante la consapevolezza, fu in grado di controllare la sua ossessione e divenne noto per essere il più capace nel controllo dei sensi. Allo stesso modo, anche Angulimala modificò la propria vita.
La consapevolezza è particolarmente importante perché la tradizione Buddhista insegna che la mente è il bene più prezioso che abbiamo. Nelle fasi più evolute del Buddhismo – il Mahayana e il Vajrayana – la mente viene paragonata ad una gemma in grado di esaudire i desideri, poiché essa ci può dare sia il Nirvana che il Samsara.
La mente è la radice del ciclo di nascita e morte, ed è anche la radice dell’Illuminazione. La mente è anche paragonata a un cristallo: se mettete un cristallo davanti ad uno sfondo rosso, apparirà rosso, se lo mettete davanti ad uno sfondo blu, apparirà blu. La mente è fatta allo stesso modo. Se è influenzata dalle afflizioni – avidità, rabbia e illusione – allora apparirà il Samsara: ma quando è condizionata dagli opposti - che sono la non-avidità, la non-rabbia e la non-illusione – allora apparirà il Nirvana.
La mente è l’origine di tutte queste cose quindi è il bene più prezioso che abbiamo. Se la mente è così preziosa, è ragionevole porre la nostra attenzione su di essa. Si dovrebbe osservarla bene, con attenzione.
Nella tradizione Tibetana, si dice che se hai un bel cavallo dovresti guardarlo bene e prendertene cura. La stessa cosa vale per la mente: si dovrebbe tenerla d’occhio e prendersene cura.
Si dovrebbe liberare la mente dal coinvolgimento ossessivo dei piaceri sensuali. Questo non vuol dire che si dovrebbe evitare il mondo degli oggetti di senso. Non significa che si dovrebbe costruire simbolicamente un muro intorno a sé o che si dovrebbero chiudere gli occhi, tappare le orecchie e chiudere il naso. Buddha disse che gli oggetti dei sensi sono come trappole, ma il praticante che sa come evitare di essere catturato da loro è come un daino che può giacere su una trappola nella foresta senza essere catturato: è in grado di andare via.
Perciò, l’idea non è quella di scappare dagli oggetti dei sensi ma di evitare di esserne catturati. Consapevolezza vuol dire essere consci dei pericoli dell’impigliarsi nei piaceri dei sensi e controllare la mente. La consapevolezza ci permette di trattenere la mente dal correre in modo incontrollato dietro agli stimoli, di frenarla nel reagire in modo meccanico alle sollecitazioni dei sensi.
Precisamente, la tradizione Buddhista parla delle ‘quattro applicazioni’ o ‘condizioni della consapevolezza’ riferendosi alla sua applicazione riguardo al corpo, ai sentimenti, alle percezioni e alla mente stessa. Questa è un’applicazione sistematica e progressiva del principio di attenzione in aree specifiche dell’esperienza personale. Queste aree specifiche sono analoghe ai fattori fisici e mentali dell’esperienza individuale che abbiamo nell’Insegnamento dei cinque aggregati – le cose (nostro corpo e gli oggetti fisici intorno a noi), il sentimento (componente emotiva), la percezione (componente intellettiva), le costruzioni mentali (componente relativa alla volontà) e la coscienza. Le ‘quattro applicazioni della consapevolezza’ esauriscono le varie aree dell’esperienza personale.
In termini pratici, la consapevolezza è l’essere conscio di ciò che si fa nel mentre lo si fa. Per esempio, quando cammina il monaco sa che sta camminando. Quando sta seduto, sa che sta seduto. Quando è sdraiato, sa che è sdraiato. Quando ha l’esperienza di desideri di...
Indice dei contenuti
- Indice
- Prefazione
- Introduzione
- Capitolo I: Fiducia e Trasformazione
- Capitolo II: Opportunità e Impermanenza
- Capitolo III: Frustrazione e Karma
- Capitolo IV: Amore e Compassione
- Capitolo V: Pensiero dell’Illuminazione
- Capitolo VI Lo Stato di Calma
- Capitolo VII: Saggezza
- Capitolo VIII: Lluminazione e Buddhità
- Nota sull'autore
- Colophon