Infanzia Adolescenza Giovinezza
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Informazioni su questo libro

«Ecco dunque che sono innamorato anch'io» pensai, mentre il mio carrozzino continuava la sua corsa.Infanzia è il primo scritto pubblicato daTolstoj (1852) quando aveva ventiquattroanni, a cui si aggiunge Adolescenza (1854) eGiovinezza (1857), che assieme ad una quartaparte mai scritta dovevano costituire illibro Le quattro età dello sviluppo. Operettameravigliosa di questo sommo scrittorerusso, che racconta l'incanto della vitainfantile, «un calmo e inavvertito trascorreredel tempo», come dirà lui stesso. Il raccontoè in larga parte autobiografico, e in parted'invenzione; il protagonista che narrain prima persona è anche un autoritratto, come lo saranno Pierre in Guerra e pace, oLevin in Anna Karenina. Tolstoj lo definiràromanzo; e il successo che subito avevaavuto lo spingerà decisamente (per nostrafortuna) alle grandi e indimenticabili operedella narrativa maggiore.E.C.

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Informazioni

Editore
Quodlibet
Anno
2020
Print ISBN
9788822903839
eBook ISBN
9788822911209
Argomento
Letteratura
Categoria
Classici

Giovinezza

Capitolo 1

Che cosa io considero come principio della mia giovinezza
Ho detto che l’amicizia con Dmitrij m’aveva rivelato un nuovo modo di vedere la vita, i suoi fini e i suoi rapporti. Sostanzialmente, questo modo nuovo consisteva nella convinzione che la destinazione dell’uomo sia di tendere al perfezionamento morale e che tale perfezionamento sia facile, possibile ed eterno. Ma fino allora m’ero soltanto trastullato con la rivelazione dei nuovi pensieri che scaturivano da tale persuasione e con il fare brillanti progetti d’un avvenire morale e operoso, mentre la mia esistenza continuava a svolgersi secondo quel medesimo ordine meschino, confuso e ozioso.
Quei pensieri virtuosi che nelle nostre conversazioni passavamo in rassegna insieme con il mio venerato amico Dmitrij, il magnifico Mitja, come talvolta lo definivo fra me in un sussurro, piacevano ancora soltanto alla mia mente e non ai miei sentimenti. Giunse però il momento in cui quei pensieri mi vennero in mente con una così fresca forza di scoperta morale, che io mi spaventai, pensando quanto tempo avessi perduto invano, e immediatamente, in quello stesso istante, volli applicare tali pensieri alla vita con la ferma intenzione di mai tradirli.
È questo momento che io considero principio della mia giovinezza.
Compivo allora i sedici anni. Gli insegnanti continuavano a venire in casa mia, St-Jérôme sorvegliava i miei studi ed io mi preparavo per forza e di malavoglia all’università. Al di fuori degli studi le mie occupazioni consistevano: in fantasticherie e meditazioni solitarie e incoerenti, in esercizi di ginnastica per diventare l’uomo più forte del mondo, nel gironzolare senza alcuno scopo o pensiero preciso per tutte le stanze e specialmente per il corridoio delle donne, e nel contemplarmi allo specchio, dal quale, del resto, sempre m’allontanavo con un pesante sentimento di sconforto e persino di repulsione. Il mio aspetto, m’ero convinto, non solamente era brutto, ma era tale che neppure potevo consolarmi con le consolazioni abituali in questi casi. Non potevo infatti dire d’avere in compenso un viso espressivo, intelligente o nobile. D’espressivo non v’era nulla: i lineamenti erano i più banali, volgari e brutti; gli occhi piccoli, grigi e, specialmente quando mi guardavo nello specchio, sembravano piuttosto stupidi che intelligenti. Di virile v’era ancor meno: benché non fossi piccolo di statura e per la mia età fossi assai robusto, tutti i lineamenti del viso erano molli, fiacchi, indefiniti. Anche di nobile non v’era nulla; al contrario, il mio viso era come quello d’un semplice mužik, e avevo piedi e mani altrettanto grandi; e ciò a quel tempo mi sembrava cosa assai vergognosa.

Capitolo 2

Primavera
Nell’anno in cui entrai all’università, la settimana santa cadde assai tardi, in aprile, sicché gli esami furono fissati per la settimana di san Tommaso1 e durante la settimana di Passione dovetti digiunare e nel contempo prepararmi seriamente.
Il tempo, dopo la neve mista a pioggia, che Karl Ivanyč soleva chiamare «il figlio che è venuto dietro il padre», già da tre giorni era calmo, sereno e tiepido. Nelle strade non si vedeva più traccia di neve, la sudicia poltiglia aveva lasciato il posto a un selciato umido e scintillante ed a rivoli veloci. Sui tetti già si scioglievano al sole gli ultimi ghiaccioli, sugli alberi del giardinetto si gonfiavano i germogli, nel cortile una stradicciola asciutta portava alla stalla passando vicino a un mucchio gelato di letame, e un’erbetta muschiosa verdeggiava fra le pietre accanto all’ingresso. Era quel particolare periodo della primavera che più fortemente agisce sull’animo dell’uomo: un sole sfavillante, che scintillava su tutto, ma senza calura, ruscelli e pozzanghere di neve sciolta, una odorosa frescura nell’aria e un cielo teneramente azzurro con lunghe e diafane piccole nuvole. Non so perché, ma mi sembra che in una grande città l’effetto di questo primo periodo di nascita della primavera sia ancor più sensibile e intenso: si vede di meno, ma si avverte di più. Stavo accanto alla finestra, dentro la quale, attraverso i doppi vetri, il sole mattutino gettava raggi polverosi sul pavimento della mia stanza di studio che m’era insopportabilmente venuta a noia, e andavo risolvendo su una lavagna una lunga equazione algebrica. In una mano tenevo una lacera Algebra del Franker2 in brossure e, nell’altra, un pezzetto di gesso con il quale m’ero sporcato entrambe le mani, la faccia e i gomiti della giacchetta. Nikolaj, in grembiule, con le maniche rimboccate, staccava con le tenaglie il mastice e i chiodi della finestra che dava sul giardinetto. Il suo lavoro e il rumore che produceva distraevano la mia attenzione. Inoltre, ero d’umore assai cattivo, scontento. Tutto pareva non riuscirmi: avevo commesso un errore all’inizio del calcolo sicché bisognava ricominciar tutto da capo, avevo lasciato cader due volte il gesso, sentivo che la mia faccia e le mie mani erano sudice, non trovavo più la spugnetta, e il rumore prodotto da Nikolaj scoteva dolorosamente i miei nervi. Provai il desiderio di adirarmi e di brontolare, gettai via il gesso, l’algebra, e mi misi a camminare per la stanza. Mi ricordai però che era il mercoledì della Passione, che bisognava confessarsi ed era necessario astenersi da ogni cattiveria; d’un tratto entrai in uno stato d’animo particolare, mite, e mi avvicinai a Nikolaj.
– Permetti che t’aiuti, Nikolaj – dissi, cercando di conferire alla mia voce l’espressione più mite; e il pensiero che, rintuzzando il mio dispetto e aiutando lui, agivo bene, mi confermò ancor più in quello stato d’animo di mitezza.
Il mastice era stato staccato, i chiodi piegati in giù, eppure, benché Nikolaj tirasse con tutte le sue forze le traverse, il telaio non cedeva.
«Se adesso il telaio esce d’un colpo3 mentre lo tiriamo insieme – pensai – vuol dire che tutto va male e non è più il caso di studiare per il momento». Ma il telaio cedette lateralmente ed uscì.
– Dove bisogna portarlo? – domandai.
– Permettete, me la sbrigherò io – rispose Nikolaj, evidentemente meravigliato e, a quel che pareva, scontento del mio zelo – non bisogna far confusione, perché là nel ripostiglio io li tengo ordinati per numero.
– Ci starò attento – dissi, sollevando il telaio.
Credo che se il ripostiglio fosse stato lontano due verste e il telaio fosse stato doppiamente pesante, ne sarei rimasto assai contento. Volevo affaticarmi rendendo quel servizio a Nikolaj. Quando ritornai nella stanza, i mattoncini e le piccole piramidi di sale4 erano già stati ordinati sul davanzale e Nikolaj con un piumino spazzava il terriccio e le mosche morte fuori dalla finestra spalancata. L’aria fresca e odorosa era già penetrata nella stanza e la riempiva. Dalla finestra si udiva il fragore della città e il cinguettìo dei passeri nel giardino.
Tutti gli oggetti erano chiaramente illuminati, la stanza s’era fatta gaia, un leggero venticello primaverile agitava le pagine della mia algebra e i capelli sulla testa di Nikolaj. Mi accostai alla finestra, mi sedetti su di essa, mi piegai verso il giardino e rimasi così a pensare.
Un sentimento per me nuovo, straordinariamente intenso e gradevole m’era penetrato a un tratto nell’anima. La terra umida, sulla quale qua e là spuntavano aghi d’erba d’un verde chiaro, con i gialli steli, i ruscelli splendenti al sole, nei quali turbinavano piccole zolle di terra e rami secchi, i virgulti rossastri del lillà con le gemme gonfie, che ondeggiavano proprio sotto la finestra, il cinguettìo indaffarato degli uccellini che pullulavano in quella pianta, la siepe nerastra, umida della neve che vi si era disciolta, e, soprattutto, quell’aria odorosa e umida e il sole gioioso, mi parlavano in modo suadente e chiaro di qualcosa di nuovo e di stupendo, che, se pur non potrò rendere così come mi si presentava, cercherò di rendere come lo sentii: tutto mi parlava di bellezza, felicità e virtù, mi diceva che sia l’una cosa sia l’altra erano per me facili e possibili, che l’una non poteva esistere senza l’altra, e persino che bellezza, felicità e virtù erano una sola cosa. «Come potevo non capirlo, com’ero stupido prima, come avrei potuto, e come potrei in avvenire esser buono e felice! – dicevo a me stesso – subito, subito, in questo stesso istante devo diventare un altro e cominciare a vivere in un altro modo». Nonostante ciò, tuttavia, rimasi ancora a lungo seduto sulla finestra, fantasticando e senza far nulla. V’è mai avvenuto d’estate di dormire di giorno, quando il tempo è tetro e piovoso, e, destandovi al tramonto del sole, aprire gli occhi e scorgere nel rettangolo dilatato della finestra, sotto la tenda di panno che gonfiandosi sferza il davanzale, l’ombroso lato violaceo, bagnato di pioggia, d’un viale di tigli e l’umida stradina del giardino, illuminata da vividi raggi obliqui, udire a un tratto l’allegra vita degli uccelli nel giardino e vedere gli insetti che turbinano nel vano della finestra, brillando al sole, avvertire l’odore dell’aria dopo la pioggia e pensare: «che vergogna perdere una serata simile dormendo»; e balzare frettolosamente in piedi per recarvi in giardino a godere della vita? Se questo vi è avvenuto, eccovi un piccolo esempio di quel sentimento intenso che io provai allora.



1 settimana di San Tommaso, così si chiama in Russia la settimana dopo la domenica in Albis.
2 Franker. Louis-Benjamin Franker (1773-1849), matematico francese, autore di alcuni manuali adottati in Russia negli istituti medi e superiori dal 1820 in poi.
3 Se adesso il telaio esce d’un colpo. È questo uno dei primi esempi di una caratteristica psicologica tipicamente tolstoiana che si ritrova spesso nei romanzi, e la quale fa sì che singoli personaggi si affidino al più casuale presagio della sorte per decidere anche questioni di importanza vitale.
4 i mattoncini e le picc...

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