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Informazioni su questo libro
aut aut – numero 386 (giugno 2020) della rivista fondata da Enzo Paci. "Hannah Arendt e la questione sociale".
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Informazioni
La libertà di essere liberi.
Condizioni e significato della rivoluzione (1966-67)
HANNAH ARENDT
L’argomento di oggi, temo, è di un’attualità quasi imbarazzante. Da quando infatti, con la fine dell’imperialismo, così tanti popoli si sono sollevati per “assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui hanno diritto per Legge naturale e divina”,1 le rivoluzioni sono diventate eventi all’ordine del giorno. Così come una delle conseguenze più durature dell’espansione imperialistica è stata l’esportazione dell’idea di Stato-nazione ai quattro angoli della terra, allo stesso modo la fine dell’imperialismo, dovuta alla pressione esercitata dal nazionalismo, ha portato alla diffusione dell’idea di rivoluzione su tutta la superficie terrestre.
Tutte queste rivoluzioni – non importa quanto violenta possa essere la loro retorica anti-occidentale – si collocano sotto il segno delle tradizionali rivoluzioni occidentali. La situazione attuale è stata preceduta dalla serie di rivoluzioni susseguitesi in Europa dopo la Prima guerra mondiale. Da allora, e ancor più spiccatamente dopo la Seconda guerra mondiale, niente appare più certo del fatto che, in caso di guerra fra le potenze rimaste, un mutamento rivoluzionario della forma di governo, cosa ben diversa da un cambio di governo, farà seguito alla sconfitta – sempre che non si tratti di un totale annientamento. In ogni modo è importante notare che, anche prima che lo sviluppo tecnologico facesse diventare le guerre tra le grandi potenze letteralmente una lotta per la vita e la morte, dunque di autoannientamento, le guerre erano già diventate una questione di vita o di morte dal punto di vista politico. Ciò non era affatto scontato; significa, anzi, che i protagonisti delle guerre tra le nazioni avevano iniziato ad agire come se fossero impegnati in guerre civili. E infatti le piccole guerre degli ultimi vent’anni – Corea, Algeria, Vietnam – sono state chiaramente guerre civili che hanno interessato le grandi potenze, o perché la rivoluzione minacciava il loro ruolo, o perché creava un pericoloso vuoto di potere. In questi casi non si trattava più di una guerra che sfociava in una rivoluzione: l’iniziativa passava dalla guerra alla rivoluzione, alla quale, in alcuni casi ma non in tutti, ha fatto seguito un intervento armato. È come se improvvisamente fossimo tornati indietro nel xviii secolo, quando alla Rivoluzione americana fece seguito una guerra contro l’Inghilterra e alla Rivoluzione francese una guerra contro i poteri monarchici europei alleati tra loro.
Di nuovo, nonostante l’enorme diversità delle condizioni – tecnologiche e di altro tipo –, gli interventi militari sembrano relativamente incapaci di far fronte ai fenomeni rivoluzionari. Durante gli ultimi duecento anni un ampio numero di rivoluzioni ha avuto un esito tragico, ma relativamente poche sono state sbaragliate dalla superiorità nell’applicazione dei mezzi di violenza. Di converso, gli interventi militari, anche laddove hanno avuto successo, si sono dimostrati decisamente incapaci di riportare la stabilità e riempire i vuoti di potere. Persino la vittoria sembra incapace di rimpiazzare il caos con la stabilità, la corruzione con l’onestà, la decadenza e la disintegrazione con l’autorità e la fiducia nel governo.
La restaurazione che segue a una rivoluzione interrotta non fornisce, di solito, molto più che una sottile copertura, quasi certamente provvisoria, sotto la quale i processi di disintegrazione continuano inosservati. Una grande, potenziale stabilità futura è invece propria dei nuovi corpi politici che si formano intenzionalmente, e la Rivoluzione americana ne è la migliore dimostrazione. Ovviamente il principale problema sta nella rarità del successo delle rivoluzioni. Eppure nella situazione attuale, in un mondo in cui le rivoluzioni, nel bene e nel male, sono diventate gli eventi più frequenti e significativi – e così sarà, molto probabilmente, anche per i prossimi decenni –, sarebbe non solo più saggio ma anche più pertinente se, invece di vantarci di essere il paese più potente della terra, dicessimo che dalla fondazione della nostra repubblica in poi noi godiamo di una stabilità straordinaria, e che questa stabilità è stata conseguenza diretta della rivoluzione. Forse la competizione tra le grandi potenze, che non può più essere decisa dalla guerra, nel lungo termine potrebbe essere decisa dalla parte che meglio comprende cosa siano le rivoluzioni e che cosa in esse sia veramente in gioco.
Credo non sia più un segreto per nessuno, o almeno non lo sia dall’invasione della Baia dei porci, che la politica estera di questo paese si è mostrata inesperta o addirittura incompetente nel valutare le situazioni rivoluzionarie, nel cogliere la dinamica dei movimenti rivoluzionari. Anche se l’episodio della Baia dei porci è stato spesso attribuito alla cattiva informazione e al malfunzionamento dei servizi segreti, il fallimento ha radici molto più profonde. L’errore fu non aver compreso cosa significa quando un popolo stremato dalla povertà in un paese arretrato, in cui la corruzione ha raggiunto la dimensione della depravazione, improvvisamente si affranca, non dalla povertà ma dall’oscurità, e quindi dal fatto che la sua sofferenza non è intelligibile; cosa significa quando per la prima volta le persone sentono discutere pubblicamente della loro condizione e vengono invitate a prendere parte a questa discussione; e che cosa significa quando vengono portate nella loro capitale, che non hanno mai visto prima, e viene loro detto: “Queste strade, queste case e queste piazze, tutte queste cose sono vostre, di vostra proprietà, sono il vostro orgoglio”. Questo – o almeno qualcosa di simile – è successo per la prima volta durante la Rivoluzione francese. Curiosamente, chi lo comprese all’istante fu Immanuel Kant, un uomo anziano della Prussia orientale che non aveva mai lasciato la città natale di Königsberg, un filosofo e un amante della libertà non certo noto per il suo pensiero ribelle. Kant disse che “un fenomeno del genere nella storia umana non si dimentica più”,2 e in effetti non è mai stato dimenticato, ma al contrario, da quando è avvenuto, ha giocato un ruolo di primo piano nella storia mondiale. E anche se molte rivoluzioni sono sfociate in tirannia si è sempre ricordato, per usare le parole di Condorcet, che “la parola ‘rivoluzionario’ si applica solo alle rivoluzioni che hanno per fine la libertà”.3
Il termine “rivoluzione”, come ogni altro termine del nostro vocabolario politico, può essere usato in un senso generico, senza prendere in considerazione né la sua origine né il momento storico in cui venne applicato per la prima volta a un particolare fenomeno politico. Il presupposto di questo tipo di uso è che il fenomeno a cui si riferisce abbia la stessa età della memoria umana. La tentazione di usare il termine in questo senso generico è particolarmente forte quando parliamo di “guerre e rivoluzioni” insieme, in quanto in effetti le guerre sono antiche tanto quanto la storia documentata dell’umanità. Il termine “guerra” si potrebbe difficilmente usare in un senso diverso da quello generico, fosse solo a causa del fatto che la sua prima apparizione non può essere datata nel tempo o localizzata nello spazio. Non esiste però una simile giustificazione per un uso indiscriminato del termine “rivoluzione”.
Prima delle due grandi rivoluzioni della fine del xviii secolo, cioè prima che acquisisse il suo senso specifico, la parola “rivoluzione” non aveva affatto un ruolo di rilievo nel vocabolario del pensiero o della pratica politica. Quando il termine comparve nel xvii secolo, per esempio, era ancora strettamente legato al suo originario significato astronomico e si riferiva al moto eterno, irresistibile, ciclico dei corpi celesti; il suo uso politico era di natura metaforica, in quanto descriveva un movimento di ritorno a un qualche punto predeterminato, e quindi un moto, un’oscillazione pendolare verso un ordine prestabilito. La parola non fu usata per la prima volta quando in Inghilterra scoppiò quella che siamo soliti chiamare una rivoluzione, cioè quando Cromwell assunse la posizione di una sorta di dittatore, ma, al contrario, nel 1660, in occasione del r...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Premessa
- Materiali
- Il senso delle parole