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IL GRANATELLO
IL GIORNALISTA DEL GIORNALE LOCALE
«Di Domeeeeeeeee’, allora te si’ scetato stammatin’? Vuo’ ’na tazzulella ’e cafè? Vogliamo vedere un poco questo peschereccio che è affondato a Ischia? Che dici?»
«Sì, Nino. Ci sono. È un lancio d’agenzia?»
«È uscito ’ncopp’ all’Ansa, ’ncopp’ ’o telegiornale, se t’affacci n’atu ppoc’ si vede pure da qua. Jamm’, se devi andare al porto, vai!»
Nino era bello e caro, ma quando c’era una notizia di mezzo era meglio non fare tante discussioni. Solo obbedire e dire sì. Lo avevo imparato a mie spese il primo giorno di redazione. Gli avevo chiesto perché dovevo scrivere un articolo sullo stilista napoletano di Madonna. Un articolo già pubblicato da un altro giornale, per giunta. «Copiare, ma copiare bene», si era sollevato come un coro dalle scrivanie degli altri redattori. Era forse la più importante legge non scritta del giornalismo, e io l’avevo infranta al mio primo giorno. Nino non mi rivolse la parola per un’intera settimana. Mi rivalutò solo anni dopo quando, seguendo alla lettera il credo, l’ultima arrivata fece peggio di me e scopiazzò un articolo della concorrenza in ogni sua parte. Contenuto e titolo, virgole comprese.
«Allora Di Dome’? Jamm’ bell’ che oggi è l’11 agosto, è mezujuorn’, e voi già m’avete fatto scendere le palle fino al molo Beverello!»
Ancora oggi non so a chi si riferisse quel «voi», visto che nello stanzone bianco ospedale della redazione, solitamente deserta al mattino e tanto più ad agosto, eravamo seduti giusto lui ed io. Ma fu da Nino che sentii pronunciare per la prima volta la parola «Jolly» riferita a un mercantile: il Jolly Grigio della Linea Messina che l’11 agosto del 2011, a pochi minuti dalle nove del mattino, aveva affondato il peschereccio Giovanni Padre, con il suo equipaggio di tre uomini, davanti all’isola di Ischia.
E le cattive notizie non erano finite. Per me che da due anni frequentavo il giornale, prima da articolista, poi da stagista, per finire con una sfilza di co.co.co. – «perché», mi dicevano, «tanto se viene un ispettore tu sei venuto a portare un pezzo in redazione, ’e capito?» – ecco, per un abusivo come me, non riuscire a cavare mezzo ragno dal buco, non trovare altri particolari oltre a quelli già usciti nelle agenzie di un fatto successo praticamente fuori la porta di casa, era peggio di un manrovescio. Di quelli che mi prometteva sempre mia nonna da piccolo, quando facevo le smorfie a tavola.
L’unico sopravvissuto di quel peschereccio l’avevano ripescato e portato in ospedale, a Ischia. La mia fonte in capitaneria di porto era in ferie. Per di più, al Granatello di Portici, o più volgarmente abbasc’ ’o ’Ranatiello, dove partiva ogni notte il Giovanni Padre, tutti quelli che potevano essere d’aiuto o sapere qualcosa erano schizzati a Ischia pure loro.
Eppure, dieci minuti dopo, ricordo che aspettai il momento giusto, e poi con tutto il fiato che avevo in corpo gridai: «PEZZO PRONTO NINO!»
Volevo almeno togliermi il gusto di farlo saltare dalla sedia. E mentre Nino saltava, aggiunsi, con l’ultimo filo di voce: «Se vuoi dare uno sguardo... sennò lo puoi buttare in pagina così».
Non ricordo più se diede o meno un’occhiata. Era solo un «taglia e cuci» di agenzie titolato così: «Mercantile sperona peschereccio. Dispersi padre e figlio, arrestato ufficiale». Per certo so solo che Nino mandò subito il pezzo alla redazione centrale, a Milano. E che la redazione lo pubblicò all’istante. Non è che ad agosto ci siano tante notizie come quella di un mercantile che affonda un peschereccio. E Nino lo sapeva bene. Il catenaccio continuava su tre righe: «Esperti marinai, sono ricercati nelle acque del Golfo. Dal cargo: “Non ci siamo accorti dell’impatto”. Un terzo uomo è stato tratto in salvo». L’unico sopravvissuto.
Lo stesso uomo che avrebbe parlato per la prima volta di ciò che accadde quella mattina soltanto sei anni dopo, con me. Ma allora io, di tutta questa faccenda, vedevo soltanto un frammento piccolissimo. Oltre agli schiaffi che prendevo, giorno dopo giorno, dalla concorrenza. E a cui avrei preferito di gran lunga quelli di mia nonna.
Quello del Granatello è un porto storico. Due secoli e mezzo fa, nel 1738, un altro incidente di mare, questa volta scampato, costrinse Carlo III di Borbone e Maria Amalia di Sassonia ad approdare al Granatello di Portici, invece che al porto di Napoli. Un’improvvisa tempesta marina li aveva costretti a riparare nel porticciolo di una villa affacciata sul mare. Era la residenza di Emanuele Maurizio di Lorena, duca d’Elboeuf. Il porto di pescatori, che allora era piccolo ma operoso, era destinato a un futuro carico di promesse per quel piccolo borgo. Il re e la regina si innamorarono della villa che d’Elboeuf aveva commissionato all’architetto Ferdinando Sanfelice. E per riconoscenza all’atto di confiscare tutte le ville dell’aristocrazia napoletana dei dintorni per costruire la nuova reggia, salvarono solamente la villa del nobile che li aveva messi al riparo dalla furia del mare. La Reggia di Portici avrebbe avuto due boschi per la caccia, piscine con delfini e il Granatello, il porto sul mare, a due passi dall’antica e ancora sepolta Herculaneum, di cui proprio Carlo III avviò gli scavi.
Al Granatello c’ero stato diverse volte.
A partire da Portici, lungo la costa dove si affacciano Torre del Greco, Ercolano, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, le famiglie vivono ancora oggi di pesca e di mare. Da aspirante giornalista, a vent’anni, ci venivo spedito a scrivere cronache sul recupero di bombe della seconda guerra mondiale, sui sequestri dei lidi abusivi, sulla scoperta di scarichi sospetti in mare, sugli scioperi per l’aumento della nafta, ma un incidente come quello del Giovanni Padre – due morti, un sopravvissuto e due grandi città nella città di Napoli, come Portici ed Ercolano, sconvolte – non era capitato mai.
Ogni mattina usciva fuori un nuovo scoop sul caso. Prima le parole della scatola nera. Poi l’audio originale con le urla dei pescatori che avvertivano la capitaneria di quanto era accaduto: «È stata la Linea Messina, hanno mandato un peschereccio a funno!» Alla fine, anche le foto dei robot che avevano preso a setacciare il mare alla ricerca dei due poveri pescatori dispersi: Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di quarantatré e ventun anni. Intrappolati nello scafo del peschereccio a 450 metri di profondità.
Di loro oggi si sono scordati tutti. A parte i familiari, che ancora chiedono il recupero dei resti per seppellirli in un cimitero e piangerli sulla terra ferma. E i pescatori, che continuano a salpare la notte dallo stesso porto e a pescare nello stesso specchio d’acqua, la cosiddetta «spalla d’Ischia», lasciando una preghiera in mare.
Quella che preferisco è di Erri De Luca:
Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.1
«Allora, Di Dome’, n’atu scoop oggi?»
«Eh, Nino...»
«Tutte quant’ fanno ’e scoop e tu te ne fai ’e suonne, eh?»
«Nino, ma che ne so io come fanno?»
«E il bello è che non so manco giurnal’ ’e Napule. E comunque te stanno facenno ’na chiavica. Anzi, ce stanno facenno ’na chiavica. Agg’ capit’, vattenn’ in vacanza! Ma quando tuorn’, torna cu n’ata capa!»
Non avevo ancora trent’anni, e il meglio dell’estate l’avevo passato a soffrire. Mi ero giocato pure il Ferragosto, a Napoli. Nel caldo che attacca la pelle al materasso di notte. Volevo solo partire. Dalla città, da Nino, da quella corsia d’ospedale coi suoi morti e feriti che era il loft del giornale. Anche per questo salii su un treno e andai via senza rimpianti. Ci avrebbero pensato altri a raccontare la storia del Giovanni Padre.
Purtroppo non andò così. Dopo avere aperto i tiggì nazionali, quel caso rimase un companatico di mezza estate, e fu cancellato in fretta dalla memoria del grande pubblico, non solo dalla mia.
Ma questo lo capii soltanto sei anni dopo, il giorno della sentenza.
Avevo preso un giorno libero dal mio nuovo lavoro di portavoce di un sindaco che se la doveva vedere con gli interessi, talvolta velati, talvolta meno, della camorra. Qualche anno prima, proprio con la benedizione di Nino, avevo dato un ultimatum al giornale: o mi assumete o vado via. Una mossa suicida, che non funzionava più neppure nei film americani. E infatti. Non mi avevano assunto e io, dopo aver riflettuto a lungo, avevo deciso che era arrivato il momento di andare via. Nel frattempo, però, avevo cominciato ad essere come attirato da quei trafiletti che di tanto in tanto tornavano a occuparsi dell’incidente nelle pagine provinciali. Avevo chiesto invano se qualcuno dei miei contatti a Portici o Ercolano sapesse dove avrei potuto trovare Birra, il sopravvissuto al naufragio. E una volta cambiato lavoro, durante la mia quotidiana rassegna stampa per il sindaco, iniziai a ritagliare, fotocopiare e archiviare in una cartellina tutti gli articoli sulla storia del Giovanni Padre. E su tutti gli incidenti che avevano coinvolto i Jolly della Messina. Quando la cartellina era diventata un cassetto intero, su suggerimento di un amico giornalista, mi ero spinto a incontrare il direttore di un nuovo giornale. A lui avevo raccontato sei anni di articoli, letture, video, audio e ricerche che ruotavano intorno alla storia di quell’unico sopravvissuto. E c’era solo un posto in cui l’avrei potuto trovare.
«Buongiorno... Scusi, sto cercando il processo sul peschereccio».
«Il Giovanni Padre?»
«Sì, Jolly Grigio e Giovanni Padre. Ma lei è Vincenzo Birra, il pescatore?»
«No».
«Ah, mi scusi».
«Vincenzo è quel ragazzo là in fondo. È mio figlio. Perché?»
Faticavo a credergli. Non ci riuscivo, e le parole non mi venivano. Birra era diverso dal fantasma introvabile che mi ero immaginato. Non aveva il viso scavato, né la pelle rovinata dal sole, o gli occhi azzurro mare e la giacca da marinaio. Per una curiosa coincidenza, l’uomo che avevo immaginato era suo padre. Birra invece era un ragazzo, o poco più, che camminava in disparte, non lontano da noi. Aveva un paio di jeans strappati, una giacca a vento, e gli occhi scuri. Lo sguardo duro, ma basso e fisso al triste pavimento a bolle nero.
«Sono un giornalista», dissi a suo padre. «Pensavo ci fossero altri colleghi...»
Non volevo sembrare invadente e a dir la verità, be’, per me era già un successo avere trovato l’udienza in quella torre di Babele del tribunale di Napoli. In redazione le notizie arrivavano comodamente sulla mia scrivania portate dalle agenzie, o dalla cronista di giudiziaria.
«Non c’è nessuno. Non c’è mai nessuno», disse il padre di Birra.
Eppure, durante tutti quegli anni, pur relegati in taglio basso nelle pagine di cronaca dei giornali locali, di articoli ne avevo letti. Ma se non c’era mai nessuno in tribunale, chi era la fonte di quelle notizie? Forse avrebbero dovuto insospettirmi le parole della collega che aveva firmato alcuni di quei pezzi. Quando le avevo chiesto informazioni sul piano e l’aula in cui si sarebbe tenuta l’udienza mi aveva lasciato sospeso a...