La complessità delle connessioni fra umano e non-umano ha trovato nella tradizione poetica statunitense sviluppi estetici originali per ampiezza e profondità. Al contempo, volendo articolare nel testo letterario il silenzio della natura e le sue conseguenze, l'indagine estetica si è sempre più caricata di valenze assiologiche ed epistemologiche, in un crescente intrecciarsi di estetica ed etica. In queste pagine, tre delle maggiori poetesse del Novecento americano aiutano ad illuminare proprio questo spazio di riflessione, ancora ampiamente inesplorato dalla critica. La lettura di Denise Levertov, Mary Oliver e Louise Glück rivela una tensione relazionale il cui fulcro immaginativo ed etico è qui rintracciato nel dialogo muto ma costitutivo fra io lirico e natura. Poesia dopo poesia fiorisce l'impegno poetico a tradurre per il lettore quel tacito conversare che intesse il rapporto fra soggetto umano e mondo naturale e che contiene e mantiene le polarità costitutive di un'interazione in apparenza impossibile, silenziosa eppure sensibile, differita eppure presente, ineffabile eppure reale. Questa lirica esalta e potenzia il carattere relazionale e perfino dialogico dell'esperienza. L'espressione poetica si configura, allora, come un tentativo di con-versare, di costruire insieme all'altro, natura e lettore, la poesia.

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Un tacito conversare
Natura, etica e poesia in Mary Oliver, Denise Levertov e Louise Glück
- 178 pagine
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Un tacito conversare
Natura, etica e poesia in Mary Oliver, Denise Levertov e Louise Glück
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Literature3. Denise levertov e la testimonianza di un dialogo impossibile
Nata in Inghilterra nel 1923, Denise Levertov esordisce nel panorama inglese con The Double Image (1946) che riverbera l’impronta neoromantica della formazione da autodidatta. Eppure, Levertov è annoverata fra le maggiori poetesse americane della sua generazione: nel 1948, infatti, segue il marito Mitchell Goodman oltreoceano, dove la sua voce poetica troverà piena maturazione nell’incontro con la vivace scena del dopoguerra statunitense. Nel 1997, anno della morte a Seattle, la produzione di Levertov conta circa venti raccolte di poesia e numerosi saggi ed è considerata parte integrante del canone poetico americano.
Alle porte degli anni Sessanta, Levertov si afferma sulla scena letteraria statunitense, anche grazie ai rapporti e alle amicizie con alcuni degli scrittori contemporanei più attivi – Kenneth Rexroth, Robert Duncan e Robert Creeley per citarne alcuni. Accolta come vera erede di William Carlos Williams, è inclusa nella seminale antologia di Donald Allen, The New American Poetry 1945-1960 (1960). Il tracollo della situazione storica e sociale, però, induce Levertov a esplorare nuove tematiche politiche e autobiografiche – la Guerra in Vietnam, la crisi ambientale, la maternità, il divorzio – e a sperimentare nuovi modi, forme e generi – dalla lirica breve al diario, dal poemetto alla prosa poetica. Questa produzione più impegnata e militante procura a Levertov le prime stroncature e divide la critica che, ancora oggi, cerca di conciliare i versanti apparentemente opposti di una poesia talvolta intima, domestica e mistica e talvolta sanguigna, impegnata e apertamente militante. Ma la poesia di Levertov ha una configurazione fluida, dinamica e, come l’esperienza dell’autrice, sfugge a rigide compartizioni. Così, ad esempio, l’alto tasso di sperimentalismo formale, che inizialmente ne aveva garantito l’ascesa poetica nell’ambito delle avanguardie, in realtà si situa in profonda continuità con le proprie origini: lo sviluppo della forma organica e il realismo pragmatico e impegnato si innestano su un’espressione da sempre votata alla ricerca del trascendente e all’immagine poetica come corrispondenza fra soggetto e realtà esterna. Pur nelle profonde trasformazioni stilistiche, infatti, ciò che rimane costante in Levertov è piuttosto l’esigenza di una poesia che sia davvero autentica e attuale, ovvero un’espressione fedele all’esperienza personale e insieme radicata nelle esigenze del suo tempo. La poesia di Levertov porta iscritte le istanze e le urgenze di una crisi personale, storica e sociale e, vedremo, la ricerca per rispondervi.
È in questa prospettiva che prende forma anche il versante naturalistico di questa produzione. In questo capitolo la rappresentazione della natura è presentata come un fattore di continuità duttile e versatile, polimorfo e significativo nella produzione di questa autrice. Nelle sue diverse declinazioni, la raffigurazione del mondo naturale segue il plasmarsi delle poetiche di Levertov: dalla contemplazione imagista e celebrativa, passando per la crisi espressiva che si lega all’urgenza sanguigna della politica, fino alla rielaborazione delle diverse istanze verso una nuova poetica della relazione, personale ed eticamente consapevole. L’analisi di queste diverse fasi intreccia le modalità espressive del non-umano con la continua calibrazione di istanze estetiche ed etiche, metaforiche e metonimiche. Come per Mary Oliver, il mondo naturale offre fin da subito la possibilità di raccontare un legame unico e fondante, da cui l’io è percosso e risvegliato, richiamato a se stesso. Ma se Oliver opera e scrive sempre dalla prospettiva privata e personale del singolo, Denise Levertov scopre e tematizza l’urgenza di un’etica che sia viabile e condivisa nella dimensione comunitaria della soggettività. L’intera parabola di questa autrice mostra chiaramente il tentativo di convogliare e calibrare nel singolo componimento istanze etiche ed estetiche, affinché sia proprio dall’interno del gesto a lei più familiare, quello artistico, che si dispieghi al mondo una possibilità di vita ed esistenza nuova, più autenticamente umana. Infatti, in Levertov la relazione con il mondo naturale si offre come caso esemplare proprio perché solo la parola poetica può veicolare l’indagine del dialogo potenziale, impossibile eppure sperimentato fra il soggetto e questa alterità. Nel corso del capitolo, seguendo l’evoluzione della poetica naturale di Levertov, diventa inevitabile soffermarsi sul proliferare di motivi antropomorfici, in particolare del volto e della voce, la cui analisi qui riprova l’attitudine dialogica fra umano e natura e, osservandone la progressiva maturazione, rivela la pervasività del legame fra estetica ed etica. In questo senso risulta fuorviante la tendenza critica a privilegiare l’espressione più esplicitamente politicizzata ed ambientalista di questa poesia naturale. Non dovrebbe sussistere nella lettura di Levertov una opposizione fra pubblico e privato, politico e intimistico, proprio perché il suo gesto poetico, ogni suo gesto poetico è espressione di un’esperienza soggettiva e contemporaneamente proposta pubblica della sua validità etica ed umana. Addirittura, come vedremo nel corso del capitolo, è proprio nel dimesso del quotidiano che la poesia riesce a convogliare l’indagine della conversazione intima e silenziosa con la natura e l’urgenza etica e pubblica di coltivarla e preservarla, come testimonianza di una strada possibile.
3.1 le prime raccolte e l’estetica sacramentale
Fin dagli esordi americani con Here and Now (1957)2, Denise Levertov mostra un acuto interesse per il rapporto fra realtà, esperienza e gesto poetico. Nelle prime raccolte l’attenzione è volta quindi ad esplorare le condizioni di esperienza del soggetto e la sua traduzione artistica. Così, l’andamento generalmente descrittivo e imagista è corredato da frequenti inserti metapoetici ed esplicite riflessioni estetiche. Compito primario del poeta è intonare il proprio canto alla melodia armonica scoperta nel reale: cogliere la corrispondenza fra soggettività e realtà – evenziale, dinamica – e cristallizzarla nella visione poetica. Come scrive Levertov stessa: «The being of things has inscape, has melody, which the poet picks up as one voice picks up, and sings, a song from another, and transmits, transposes it, into tones others can hear» (1973:17). È il convergere di esterno ed interno e la sua traduzione per la comunità umana (Rodgers 1990:31). Pur nella forte vocazione mimetica e figurativa, la poesia è fondata sulla percezione e intuizione personale e si modella per registrare il dinamismo dell’incontro fra la mente e la realtà.
In linea con le tendenze contemporanee, Levertov usa la pagina scritta per afferrare l’esperienza del mondo e trascriverla nel modo più dinamico e autentico possibile. Così, il rischio di una separazione statica fra soggetto ed oggetto è tentativamente superato dal gesto poetico di scrittura. In questi primi anni Levertov indaga e racconta il proprio processo creativo in diversi scritti, confluiti poi in The Poet in the World (1973). La presenza fisica delle realtà particolari genera una «costellazione» di percezioni così intensamente sentite da esigere di essere indagate e condensate in parola (1973, 8). La percezione – e non il respiro di Olson – diviene così criterio compositivo, la versificazione è espressione aderente al procedere fenomenologico dell’esperienza. Lo stesso principio organico, scrive Levertov in Some Notes on Organic Form (1965), è da considerarsi un «metodo di appercezione» (Levertov 1973:11). Per quanto descrittiva, però, la parola poetica è sempre espressione di un punto di vista interpretante e Levertov tematizza ed esplicita a più riprese la natura soggettiva, parziale e problematica di questa istanza percipiente, come nei versi finali di “The Innocent”: «The cat / is innocent / having no image of pain in him. / How cruel is the cat to our guilty eyes» (H&N 45).
Dunque, nelle prime raccolte americane vi è un duplice moto: esplorativo – che segue organicamente e fenomenologicamente il dispiegarsi del reale nello spazio e nel tempo – e insieme celebrativo di singoli istanti epifanici di corrispondenza. La poesia non si limita a gioire dell’esistente ma ne esprime la sacralità e alimenta la cognizione di una realtà «più reale» (Duddy 1968:138). In “Two Notes on Denise Levertov and th...
Indice dei contenuti
- Un tacito conversare
- Colophon
- Indice
- Un tacito conversare
- Abitare la tensione: la poesia di Mary Oliver
- Denise Levertov e la testimonianza di un dialogo impossibile
- Louise Glück e the wild iris: il fallimento dialogico nel giardino dell’etica
- Conclusione
- Bibliografia
- Collana
Domande frequenti
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