Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano
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Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano

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Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano

Informazioni su questo libro

La prima intervista del Papa emerito Benedetto XVI in un libro a più voci che rende omaggio alla figura e al pensiero di Wojtyla A un anno dalla rinuncia al suo Pontificato il Papa emerito Benedetto XVI ha rotto il suo silenzio. Lo ha fatto accettando l'intervista proposta dal vaticanista polacco Wlodzimierz Redzioch, dopo aver ricevuto le bozze del libro Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici & i Collaboratori raccontano. Con i contributi di: Sua Santità Benedetto XVI - Amato - Bertone - Biocca - Buzzonetti - Deskur - Dziwisz - Echevarría - Grygiel - Kabongo - Mari - Mokrzycki - Mora Díaz - Nagy - Navarro Valls - Normand - Oder Póltawska - Ptasznik - Ruini - Sodano – Svidercoschi Il volume riunisce 22 contributi forniti da altrettanti amici e/o stretti collaboratori di Papa Wojtyla nell'occasione della sua canonizzazione fissata da Papa Francesco il prossimo 27 aprile. La vita, il pensiero, il programma e i sogni di Karol Wojtyla affiorano qui attraverso i ricordi partecipati e, spesso, commossi del vissuto quotidiano accanto al Pontefice. Il risultato è un ritratto a più mani, quanto mai vivo, variopinto e particolareggiato, assolutamente fedele e completo di Karol Wojtyla, l'uomo, il Papa, il Santo.

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Informazioni

III

Gli amici di sempre
Andrzej Maria Deskur

«SULLA PORTA GLI SCRISSERO:
“FUTURO SANTO”»

Subito dopo l’elezione di Giovanni Paolo II successe un fatto inaspettato: il nuovo Pontefice si recò privatamente, senza la grande pompa che di solito accompagna tali eventi, all’ospedale Gemelli di Roma per andare a trovare il suo amico colpito da ictus. Fu il primo «viaggio» del Papa fuori dal Vaticano. In quell’occasione egli pronunciò un breve discorso, in cui diceva tra l’altro: «Sono venuto qui per visitare il mio amico, il mio collega, il vescovo Andrzej Deskur, presidente della Pontificia commissione delle Comunicazioni sociali, da cui ho ricevuto tanto bene e tanta amicizia, e che da qualche giorno, dal giorno precedente il conclave, è finito in ospedale in gravi condizioni. Volevo fargli visita, ma non soltanto a lui, anche a tutti gli altri ammalati...».
In questo modo il mondo ha scoperto l’amicizia fra due grandi polacchi: Karol Wojtyla e Andrzej Maria Deskur.
Deskur (nato a Sancygniów, 29 febbraio 1924) era un nobile polacco d’origine francese. Prima dell’elezione alla cattedra di Pietro dell’Arcivescovo di Cracovia, era diventato uno fra i più importanti personaggi del suo Paese ad aver operato nella Curia romana.
Dal 1952 il suo nome è legato ai pontifici dicasteri che si occupano dei mass media (prima alla Pontificia commissione per la Cinematografia, poi alla Pontificia commissione per le Comunicazioni sociali e finalmente al Pontificio consiglio delle Comunicazioni sociali). Comprese le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione, mons. Deskur fu uno fra i promotori più attivi nell’introdurre la Chiesa nel mondo dei mass media. Partecipò al Concilio Vaticano II come teologo e membro della commissione che preparò il decreto conciliare Inter Mirifica sugli strumenti della comunicazione sociale. Fu uno degli iniziatori della Sala Stampa Vaticana. E grazie ai suoi sforzi si fece la prima trasmissione via satellite ed è nata la stazione radio Radio Veritas, che trasmetteva i programmi religiosi per l’Asia e l’Oceania.
Grande lavoratore e apostolo pieno di fede, questo tenace prelato polacco non amava risparmiarsi; e, negli anni, visitò più di 70 Paesi per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo sulla moderna comunicazione religiosa.
In tutto questo tempo, e nonostante il suo fervido impegno per la Santa Sede, Deskur è rimasto sempre in contatto con il suo amico di seminario Karol Wojtyla, approfittando di ogni sua visita a Roma per incontrarlo, e molto spesso lo ospitava a casa sua.
Di questa amicizia egli aveva accettato di parlare con me in occasione del 30° anniversario dell’elezione al papato dell’Arcivescovo di Cracovia, che per lui coincideva con il 30° anniversario della malattia che lo teneva prigioniero fra la sedia a rotelle e il letto. Di seguito riporto quella nostra conversazione con la nostalgia con cui si guarda a una persona cara che non è più fisicamente tra noi. Creato cardinale da Giovanni Paolo II nel concistoro del 25 maggio 1985, Deskur si è, infatti, spento in Vaticano il 3 settembre 2011.
Eminenza, quando ha conosciuto Karol Wojtyla?
Conobbi Karol Wojtyla già nel lontano 1945 a Cracovia. Studiavamo insieme nel Seminario metropolitano: io al primo anno, lui al quarto. Nel 1946 si sparse la notizia che Wojtyla sarebbe stato ordinato sacerdote e mandato a studiare all’estero. Era un grande riconoscimento, ma nessuno lo invidiava, perché tutti gli volevano bene e riconoscevano la sua grande intelligenza, la solida preparazione e la profonda spiritualità.
Durante gli studi abitavamo insieme e avemmo modo di conoscerci. Tutti facevano a gara per uscire con lui durante le passeggiate settimanali, perché si ritornava arricchiti.
Un giorno qualcuno ha scritto sulla porta della sua stanza: «Karol Wojtyla: futuro santo». Sembrava uno scherzo; in verità rifletteva l’opinione che già allora avevamo del giovane Wojtyla. E adesso questo fatto diventa simbolico. Non so se qualche compagno di seminario abbia raccontato questa storia durante il processo canonico.
Alla vigilia della sua partenza, Karol venne da me per chiedermi se non fosse rischioso mandare all’estero un giovane sacerdote come lui. Gli risposi: «Dio non corre mai nessun rischio, perché tiene tutto nella sua mano. Non ti preoccupare: nella sua mano tiene anche te».
E così Wojtyla partì per Roma. Ma anche lei, Eminenza, nel 1950 fu inviato prima a Friburgo per gli studi di Teologia morale, poi a Roma alla Pontificia accademia ecclesiastica. Lei in seguito si stabilì in Vaticano, mentre Karol Wojtyla, terminati gli studi all’Angelicum, tornò a Cracovia. Vi siete persi di vista?
Non esattamente. Ci siamo incontrati durante i lavori del Concilio Vaticano II. Io ero teologo conciliare, lui padre conciliare, prima come ausiliare, poi come arcivescovo di Cracovia. Partecipavo con lui a tutte le riunioni delle commissioni di cui era membro. Mons. Wojtyla era ben visto dappertutto, perché aveva un tratto di carattere molto apprezzabile: non era polemico. Con lui non si poteva litigare, perché nelle discussioni contavano soltanto gli argomenti.
Quando morì Paolo VI e, subito dopo, Giovanni Paolo I, lei aveva già maturato una grande esperienza curiale e conosceva bene i cardinali riuniti per il nuovo conclave. Si aspettava l’elezione di un cardinale non italiano?
Non soltanto mi aspettavo l’elezione di un cardinale non italiano, ma di un concreto porporato, l’arcivescovo di Cracovia.
Vorrei spiegarmi meglio: si sa che il nuovo Pontefice viene eletto dai cardinali, ma, in un certo senso, il suo grande elettore è anche il suo predecessore, che sceglie i membri del Collegio cardinalizio, determinando il risultato del conclave.
Paolo VI apprezzava molto il cardinale Wojtyla e direi che, in qualche modo, lo preparò a succedergli. Prima, lo designò come predicatore degli esercizi spirituali in Vaticano, così da far apprezzare alla Curia romana il suo grande sapere e la sua profonda spiritualità. Poi lo nominò relatore del Sinodo sull’evangelizzazione.
Fu una sorpresa per tutti, perché ci si aspettava qualcuno proveniente da un Paese di missione. Ma in questo modo anche i cardinali del Terzo Mondo poterono conoscere l’Arcivescovo polacco e apprezzarne lo zelo pastorale e missionario.
Non è di poco conto, infine, il fatto che Papa Montini incoraggiasse il cardinale Wojtyla a viaggiare per il mondo, per acquisire una conoscenza diretta della realtà delle Chiese locali.
Eminenza, quando Giovanni Paolo II apparve per la prima volta sulla loggia della basilica di San Pietro, lei si trovava in un letto dell’ospedale Gemelli: l’inizio del pontificato del suo amico ha coinciso con il suo dramma personale...
Devo ammettere che quando all’ospedale capii che sarei rimasto paralizzato per sempre, restai scioccato.
Il paralitico è una persona imprigionata dal corpo, priva di libertà. Solamente la preghiera mi permise di superare quel momento difficile e di accettare la mia invalidità.
Quando dopo le cure sono tornato a casa, e sono andato in pensione, lasciando l’incarico di presidente del Pontificio consiglio delle Comunicazioni sociali, ricevetti una lettera personale del Santo Padre che cominciava con la frase: «Adesso sai qual è la tua missione nella Chiesa...».
Si trattava della missione della preghiera, la missione di tutti gli ammalati e i sofferenti. Il Papa mi aiutò tanto con quella lettera.
Vorrei sapere se la sua malattia non vi impediva di mantenere gli stretti rapporti personali.
Per niente. Ogni domenica pranzavo con il Santo Padre nel suo appartamento; e ogni tanto veniva lui da me. La festa di sant’Andrea, e del mio onomastico, costituiva un appuntamento fisso a casa mia.
Uno dei momenti più drammatici per Giovanni Paolo II e i suoi amici fu certamente il 13 maggio 1981, il giorno dell’attentato di Alì Agca in Piazza San Pietro... Un fatto criminale che resta ancora in un cono d’ombra, a partire dall’attentatore e dai suoi mandanti.
In pochi ricordano che il 12 maggio sera il Papa, come tutti i sacerdoti, durante la preghiera serale si trovò a leggere il passaggio dalla Lettera di san Paolo, in cui si dice: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare».
Ritengo ovvio che sia stato il diavolo a voler «divorare» Giovanni Paolo II, e questo rende per me del tutto indifferente l’indagine su quale «mano» e di quali «mandanti» si sia poi materialmente servito.
Satana usò certamente la mano di Alì Agca, ma ci fu un’altra mano che deviò il proiettile. Ed era la mano della Madonna.
Ne era convinto Giovanni Paolo II che durante il suo secondo soggiorno al Policlinico Gemelli nel mese di luglio 1981 si fece portare la busta con il testo originale del «terzo segreto» di Fatima scritto da suor Lucia, cogliendo la coincidenza fra il giorno in cui avevano tentato di ucciderlo e l’anniversario della prima apparizione della Vergine. Da quel giorno il Papa, parlando dell’attentato, diceva sempre: «Una mano ha sparato e un’altra ha guidato la pallottola».
Giovanni Paolo II non la voleva disoccupato e la nominò Presidente della Pontificia accademia dell’Immacolata. Quale compito le ha affidato?
La Pontificia accademia dell’Immacolata si occupa degli studi dei dogmi e del culto mariano, ma anche del lavoro pastorale.
Giovanni Paolo II teneva tanto all’Accademia perché fra le sue priorità c’era quella di ripristinare nella Chiesa la degna venerazione della Madre di Dio, il cui culto fu indebolito dell’erronea interpretazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II.
Secondariamente, il Santo Padre era convinto che la nuova evangelizzazione debba passare di necessità anche attraverso i santuari mariani.
L’Europa è da sempre la «terra della Madonna», disseminata di suoi santuari e centri di spiritualità a lei dedicati.
Mi ricordo le parole di mons. Wojtyla, quando era ancora arcivescovo di Cracovia: «I santuari mariani sono un capitale della Chiesa, perché sono i luoghi dove si proclama la Parola di Dio e si dispensano i sacramenti, sono centri di preghiera e di raduno dei fedeli in un contesto più ampio rispetto alla parrocchia; sono luoghi, dove le esperienze del pellegrino s’intrecciano con il mistero di Maria, e le esperienze della nazione, della Patria, della regione incontrano l’amore della Chiesa e della Madre sua».
Lei, Eminenza, per nove anni è stato membro della Congregazione per le Cause dei santi. Si accusava Giovanni Paolo II d’aver proclamato troppi santi e beati. Come rispondeva il Santo Padre a tali critiche?
Quando gli manifestavo tale disappunto, mi rispondeva tranquillamente che la Chiesa esisteva proprio per generare, suscitare i santi. Non c’è mai abbastanza santità nella Chiesa!
Per tanta gente Giovanni Paolo II è stato «santo subito»...
La Chiesa ha le sue procedure per la canonizzazione ed è bene che ci siano, ma io ho sempre in mente la scritta sulla porta del giovane seminarista di Cracovia: «Karol Wojtyla: futuro santo».
Stanislaw Grygiel

«IL PAPA CHE GUARDAVA AI LAICI,
L’AMICO IN CUI RICONOSCEVI
LA FEDELTÀ DI DIO»

I laici hanno avuto un ruolo particolarissimo nella vita e nella formazione di Karol Wojtyla. A Cracovia il futuro Pontefice si occupava della pastorale dei giovani, poi delle famiglie e degli intellettuali. In questo ambiente nacquero delle amicizie che sarebbero durate per sempre, anche dopo che l’Arcivescovo di Cracovia fu eletto al soglio di Pietro.
Particolarmente fraterno il legame che si stabilì negli anni fra Wojtyla e il prof. Stanislaw Grygiel. Grygiel, laurea in Filologia polacca all’Università Jagellonica di Cracovia, dottorato in Filosofia cristiana all’Università cattolica di Lublin, dal 1980 vive con la famiglia a Roma, dove per tanti anni è stato ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia università lateranense, rivestendo anche l’incarico di visiting professor presso lo stesso istituto a Washington, negli Stati uniti.
Vicino a Karol Wojtyla dall’età giovanile fino alla morte, il prof. Grygiel è la persona giusta a cui chiedere del valore che il nuovo Santo dava all’amicizia e con cui ragionare sulla grande attenzione che il Papa ha avuto per i laici nella Chiesa.
Giovanni Paolo II ha dato un grandissimo impulso al riconoscimento del ruolo dei laici nella Chiesa. Un atteggiamento che si evidenzia già nell’attività pastorale di Karol Wojtyla sacerdote e, successivamente, vescovo a Cracovia. Lei, Professore, ne è testimone, essendo stato legato al futuro Pontefice da legami di amicizia di lunga data...
La vita e il lavoro dell’uomo dipendono non solo da lui ma anche dall’humus in cui si trova, che è costituito dalla storia, dall’ambiente e dalla cultura.
Molto già è stato detto della storia e della cultura polacche, senza le quali non è possibile comprendere né la persona di Giovanni Paolo II né la sua azione pastorale. Poco conosciuto è, invece, l’ambiente di Cracovia, con le persone che sono state decisive per la sua vita.
Prima di tutto occorre ricordare la figura di Jan Pietraszko, grande vescovo, oggi servo di Dio, che mostrò al giovane sacerdote Wojtyla la via che conduce ai giovani. Giovanni Paolo II stesso ne diede testimonianza nel telegramma inviato a Cracovia per la morte del vescovo: «Tu mi hai aperto la via che porta a loro». Ricordo una cena dal Papa con mons. Pietraszko. Quest’ultimo gli aveva portato in dono l’ultimo suo libro. A un certo punto il Santo Padre gli disse: «Vescovo Jan, io imparo la teologia da te». Pietraszko rimase assai perplesso e uscendo dall’appartamento pontificio chiese a me e a mia moglie: «Ditemi, l’ha detto sul serio, oppure scherza...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. «Ha cambiato anche la mia vita»
  3. I. IL RICORDO DEL PONTEFICE EMERITO
  4. II. NELL’APPARTAMENTO DEL PAPA
  5. III. GLI AMICI DI SEMPRE
  6. IV. I COLLABORATORI IN VATICANO
  7. V. PRENDENDOSI CURA
  8. VI. TESTIMONI
  9. VII. VERSO LA GLORIA DEGLI ALTARI
  10. VIII. FINALMENTE BEATO!
  11. Notizia sull’Autore
  12. Ringraziamenti