Figli, rischi & villaggio (globale)
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Figli, rischi & villaggio (globale)

Dialoghi sull'educazione

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Figli, rischi & villaggio (globale)

Dialoghi sull'educazione

Informazioni su questo libro

Fausto Bertinotti - Mario Calabresi - Paolo Crepet - Diego Fusaro - Umberto Galimberti - Mario Mauro - Alessandro Meluzzi - Franco Nembrini - Daniele Novara - Raffaela Paggi - Antonio Polito - Massimo Recalcati - Giorgio Vittadini Dialoghi su educazione, famiglia, scuola & società Educare è un lavoro coraggioso. È un'avventura drammatica e meravigliosa che ha a che fare con le passioni, le paure e il desiderio di libertà nostri e dei nostri figli. Per affrontarla non ci sono istruzioni per l'uso. Bisogna accettare l'impossibile come categoria, l'imprevisto come dimensione quotidiana. E rischiare di rispondere a domande che aprono ad altre domande. Non è facile affrontare una sfida del genere. L'esperienza riportata in questo libro dimostra però che si può farlo insieme. Nel milanese, dal progetto condiviso dall'autore con alcuni lungimiranti amministratori locali, sono nati una Scuola Genitori che ha raggiunto migliaia di persone e un dibattito a cui hanno partecipato diversi grandi protagonisti della vita culturale italiana. I loro interventi sono riportati integralmente nel volume.

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Informazioni

Editore
Ares
Anno
2020
eBook ISBN
9788892980198

Seconda parte

Conversazioni pedagogiche

Custodi dell’impossibile

Dall’abbandono della lingua materna al miracolo della didattica

Dialogo con Massimo Recalcati

Filosofo di formazione, passando per Sartre e Freud si imbatte nell’opera di Jacques Lacan avvicinandosi così alla psicoanalisi. Termina la sua formazione tra Italia e Francia, si iscrive all’Ordine degli Psicologi e inizia a praticare la terapia. Nel 2003 fonda Jonas (Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi) di cui diventa in seguito presidente, specializzandosi nello studio dei disturbi del comportamento alimentare. Ha insegnato a contratto in molte università e ha pubblicato, a partire dal 1991, più di trenta volumi. Oggi in Italia è uno dei più noti e importanti punti di riferimento per il mondo della psicologia clinica e della psicoanalisi.
LUIGI CERIANI: Durante il ciclo di incontri della nostra Scuola Genitori avevamo intitolato una serata Non solo babbi, giocando sul significato dialettale del termine, per sottolineare che è venuta l’ora per i padri di cominciare a essere padri, perché di loro c’è un grande bisogno. Durante quell’incontro ti saranno fischiate le orecchie perché abbiamo citato parecchio il tuo libro Il complesso di Telemaco. Ci siamo tutti innamorati dell’immagine dei nostri figli che dipingi in queste pagine, descrivendoli come novelli Telemaco, in attesa che il loro padre, Ulisse, torni dal mare per raccontargli le proprie esperienze e consegnargli il suo tentativo di cambiare il mondo. Potremmo continuare a lungo a parlare con te di questo tema, ma oggi ce n’è un altro, altrettanto urgente e che tocca in ogni caso tanti aspetti della vita familiare: la scuola. La scuola è oggi uno dei pochi àmbiti nei quali è possibile ancora formulare ipotesi e fornire proposte; è uno dei pochi laboratori sociali rimasti. Non a caso, appunto, è anche il tema del tuo ultimo libro, L’ora di lezione. E così?
MASSIMO RECALCATI: Per cominciare a rispondere devo subito citare il mio maestro, Lacan, che una volta ha definito una delle due funzioni educative della scuola con una formula, forse un po’ difficile. Lui disse che la scuola è il luogo di un trauma, un trauma aggiungerei benefico, virtuoso, quello della dematernalizzazione della lingua. Tutti noi parliamo inizialmente la lingua della famiglia, ovvero il gergo, non solo il dialetto e la lingua nazionale, intendo proprio il modo della parola che si manifesta in famiglia e che forma la lingua dei nostri figli. Questa lingua è fatta di tante cose, di affetti, emozioni, leggende, miti, immagini, suoni e tutti noi veniamo al mondo nel grande fiume della lingua. È per certi versi però una lingua chiusa. Mi spiego: la famiglia è una casa, un luogo che ci dà appartenenza, radice, identità. E la vita del figlio necessita di legami, di radici, di appartenenza, è proprio una definizione della vita umana.
Questa appartenenza prende anche le forme di una lingua; quella familiare, che nomina le cose del mondo, lo fa tuttavia sempre attraverso un gergo. Poi accade che i figli facciano l’esperienza della scuola e, dice Lacan, in questo ambiente, dal nido all’università, alla lingua chiamiamola materna, quella in cui noi ci riconosciamo e con la quale costruiamo la nostra identità, si sostituisce un’altra lingua. In questo contesto avviene dunque una specie di svezzamento simbolico. E i bambini reagiscono sin da piccoli o accogliendo questo passaggio come una grande opportunità o resistendovi e continuando a parlare la loro lingua chiusa. Ci sono bambini che resistono alla socializzazione e rimangono legati alla lingua della famiglia, cioè fanno resistenza ad andare a scuola, non lasciano la mano della mamma, piangono, faticano a separarsi. È la stessa difficoltà che i bambini manifestano quando vanno a dormire. Per dieci anni ho ricoperto il ruolo di supervisore nel reparto di neuropsichiatria all’ospedale di Bologna e ancora oggi mi occupo di disturbi alimentari dei bambini. Questa esperienza clinica mi ha insegnato che ci sono tre sintomi nei bambini, che molto frequentemente sono allineati: il disturbo del sonno, il disturbo dell’appetito e il disturbo del linguaggio. Cos’hanno in comune queste tre difficoltà? Hanno tutte a che fare con la dimensione della fiducia, dell’affidamento.
Vediamo, per esempio, il disturbo dell’appetito, che è tipico, tra i più piccoli, solo delle bambine e già questo merita un approfondimento: come mai, infatti, è solo delle femmine? Addirittura, un mio collega neonatologo, studiando la prima settimana di vita delle bambine, ha coniato il termine di «anoressia primaria o anoressia precoce» che colpisce alcune bambine nelle prime settimane di vita. Anche crescendo, il disturbo alimentare di tipo anoressico è sempre tendenzialmente femminile. Questo vuol dire che c’è una sensibilità maggiore, specificatamente femminile, nei confronti della qualità della relazione. La bambina che ha disturbi dell’appetito manifesta il dubbio che ha sull’amore dei suoi genitori. Questa è una formula che si trova negli studi di Donald Winnicott. Allo stesso modo, i bambini che hanno un disturbo del sonno non si fidano del tutto di abbandonarsi alle braccia di Morfeo perché non sanno cosa potrà accadere loro quando dormono. È dunque sempre un disturbo della fiducia rispetto all’amore dell’altro. Separarsi dal seno per poter mangiare, separarsi dal lettone per poter dormire, separarsi dalla prima lingua per accedere alla seconda, sono tutti movimenti luttuosi, separativi, che segnano il passaggio stretto dello svezzamento simbolico. Per parlare di scuola perciò dobbiamo entrare in un orizzonte più ampio che è quello dell’incontro con l’altro, con le differenze, con le altre lingue, e dunque anche con la lingua alfabetica perché non basta più usare versi, suoni, fonemi confusi come quelli che il bambino piccolo usa con la mamma, ma occorre articolare il linguaggio, scandirlo, alfabetizzarlo. Ecco, appunto, la dematernalizzazione della lingua.
L.C.: Il passaggio che hai descritto costituisce un trauma, ma, come tu stesso hai anticipato, un trauma benefico, una grande opportunità, perché riassume le prime esperienze di apertura del mondo. Mi viene in mente quando Freud afferma che: «L’io, ciò che sono, è comprensibile soltanto nella relazione. L’io si costruisce nel legame. Senza relazione, senza rapporto non c’è personalità». A volte capita anche a noi adulti di dire o di pensare: «Io quando sto solo, sto bene». Ecco, è un’affermazione che dal punto di vista psicologico non è del tutto sana, perché bisogna star bene quando si è con gli altri. In una situazione di sospensione della vita tutti stiamo bene, o lo crediamo perché diamo spazio alle nostre allucinazioni, in realtà occorre che noi, e a maggior ragione i nostri bambini, impariamo a star bene nel luogo della collettività, nel luogo della società, cioè della scuola. Ne è una prova il fatto che l’ambiente scolastico, tra le altre cose, fa spesso emergere tutto il disagio, la difficoltà, l’imbarazzo, il vissuto magari anche traumatico dei bambini. E la colpa non è della scuola! Spesso i genitori di fronte agli insegnanti che parlano dei loro bambini non li riconoscono. «Ma lei sta parlando di un bambino che io non conosco, a casa non è così», obiettano. Io di solito rispondo che non importa, perché è più significativo come il bambino è a scuola piuttosto che come è a casa. L’indicazione dell’insegnante andrebbe dunque presa come un suggerimento, un punto di vista nuovo sul bambino al di fuori dal contesto familiare, in un ambiente dove deve mettere in atto reazioni e comportamenti che solitamente magari non utilizza perché non deve «difendersi». Anche questo, dunque, è un valore aggiunto del contesto scolastico, perché qui il bambino comincia a mettersi in discussione ed è probabile che metta in gioco anche le parti negative di sé, mettendole alla prova. È questo che a volte lo rende poco riconoscibile agli occhi dei genitori.
M.R.: Sono due movimenti complementari, quello che radica la vita al bisogno di appartenenza, di casa, e quello che la spinge ad aprirsi alla curiosità, a nuovi orizzonti. Mi viene in mente a questo proposito l’esempio di un bambino, un caso molto divertente. Era un mio paziente, che oggi poi è diventato analista e lavora proprio con i bambini (spesso capita così, che gli analisti si occupino di questioni che per loro stessi sono state un problema). Nella sua storia di bambino c’era un disturbo dell’apprendimento, non riusciva cioè ad assimilare la lingua della scuola, della cultura. Ricordo che mi raccontava che abitava esattamente di fronte alla scuola, gli bastava scendere le scale, attraversare la strada ed era in classe. Quando gli capitava di avvertire il bisogno di fare la cacca, alzava la mano, la maestra lo faceva uscire, e lui non andava nei bagni della scuola, ma attraversava la strada e andava nel bagno di casa sua. Questo per tutti i primi quattro anni di elementari! Finché naturalmente un giorno viene scoperto dalla maestra che lo obbliga a depositare il contenuto dei suoi intestini nel bagno della scuola. L’educazione sfinteriale è un altro grande passaggio dello svezzamento simbolico, significa separarsi dal primo vero grande prodotto. C’è una portata metaforica significativa in questo taglio. C’è innanzitutto una dimensione di obbligo, di normatività, di obbligatorietà sulla cui importanza non insisteremo mai abbastanza. L’obbligazione non è disciplinamento, ma uno strumento che risponde all’assoluta necessità di operare questo taglio netto. Dopo questo cambiamento, infatti, anche per questo bambino le cose hanno cominciato a funzionare meglio; ha dovuto «perdere» qualcosa, per acquisire la lingua. Non vorrei uscire troppo dal tema della nostra conversazione, ma ci tengo a dire che molti problemi scolastici hanno a che fare con questa questione. Per esempio, le difficoltà a sostenere un’interrogazione, a parlare in pubblico, a esporsi di fronte allo sguardo dei propri compagni di classe, ad andare alla lavagna, sono tutte conseguenze dell’incapacità di lasciare la propria «cacca». Ovvero, della paura di non tutelare abbastanza la nostra immagine. Se uno è troppo legato alla sua immagine, troppo perfezionista, inibito, si blocca; per poter vincere l’inibizione bisogna rinunciare a un’immagine perfetta e realizzata di sé, smetterla di credere di avere pepite nel sedere.
L.C.: Non posso fare a meno di pensare che anche l’aumento dei casi di bambini con difficoltà di apprendimento, evidenziato dai tanti DSA che ci sono nelle classi italiane, abbia a che fare con questa incapacità che hanno i figli di separarsi dalla lingua madre. In questo senso anche noi genitori ovviamente ci mettiamo del nostro per complicare il rapporto dei figli con il vissuto scolastico. Ci sono due errori in particolare che secondo me ricorrono nei genitori di oggi: l’eccesso protettivo e la negazione. Il primo consiste nel pensare che mio figlio viva la scuola così come io l’ho vissuta, imputando a lui le mie stesse emozioni. Il secondo errore, all’opposto, è quello commesso da padri e madri che, avendo rimosso il proprio vissuto scolastico, tendono a dire che «»la scuola non è importante», sintetizzando col motto «primo nella scuola ultimo nella vita» e, spesso, sminuendo il valore dell’insegnante.
M.R.: Io aggiungerei un altro punto: per un bambino, ma anche per un ragazzo più grande, l’immagine di sé ha sempre a che fare con il desiderio dei propri genitori. Specialmente nel nostro tempo il figlio è sempre di più la proiezione del narcisismo dei genitori. Freud dice che questo è un dato strutturale, inevitabile, perché sempre quando si diventa genitori si proietta sui figli l’immagine ideale di noi stessi o, per esempio, di quello che avremmo voluto essere e non siamo. Freud parla appunto di «rinascita del narcisismo».
Questo fenomeno per così dire naturale secondo me nel nostro tempo si è molto amplificato e comporta che ci siano, per esempio, genitori troppo legati alle capacità prestazionali del figlio. La scuola dovrebbe operare un taglio di questo filo che prolunga il narcisismo dei genitori in quello del figlio, ma questo viene spesso male interpretato. La scuola viene perciò vissuta come un’istituzione che impone il proprio potere e viene guardata con sospetto. Quando si legge, come capita spesso in estate, che qualche genitore ha deciso di non far fare al proprio figlio i compiti prescritti dall’insegnante, si assiste alla delegittimazione non solo dell’insegnante, ma di tutta l’istituzione scolastica. L’idea che ha quel genitore è: «Figlio, alla tua educazione penso io». Nascono da qui tante difficoltà per gli insegnanti e per la scuola nell’introdursi come un cuneo tra il narcisismo dei genitori e quello dei figli. Oggi prendere un provvedimento disciplinare nei confronti di un alunno o decidere per un’insufficienza è sempre più difficile, perché vuol dire entrare in rotta di collisione con il narcisismo dei genitori.
L.C.: E pensare che i bambini in aula crescono nel rapporto con i pari, ma ancor più nel rapporto con chi garantisce la legge fra i pari, che è il principio di autorità. Il ruolo principale della scuola è quello di costituire un punto di educazione all’autorità, alla legge e quindi inevitabilmente è un luogo di mediazione, di condivisione, nel quale i piccoli cominciano a capire che la legge non è quella che vige in famiglia, non solo per lo meno, ma quella che governa la società. La scuola è un passaggio inevitabile in questa formazione. Solo così, attraverso la figura degli insegnanti, si può dare forma alla società: non c’è alternativa.
M.R.: L’esercizio dell’autorità simbolica viene guardato con sospetto dai genitori perché questi fanno sempre di più i sindacalisti dei figli, e così facendo fratturano il patto generazionale che da sempre mantiene solidali il corpo docente e il corpo genitoriale in quanto impegnati nello stesso processo di educazione dei giovani. È una considerazione che ormai facciamo tutti: in primo piano oggi c’è il bambino re. Quante volte nella clinica noi ci troviamo di fronte a situazioni nelle quali non è più il bambino che, venendo al mondo, si adatta alle regole della famiglia, ma sono le famiglie ad impazzire facendosi dettare le regole dal figlio.
È tutto capovolto, è una rivoluzione antropologica, quella per cui il bambino non sopporta più la minima frustrazione e il genitore interpreta, secondo me erroneamente, la propria funzione educativa spianando la strada al piccolo, evitandogli ogni spigolo, ostacolo o fallimento. La verità è che non c’è vero processo educativo o, come preferisco dire io, non c’è umanizzazione della vita, se non attraverso la sconfitta. È fondamentale consentire ai figli il fallimento, la caduta, lo sbandamento, l’esclusione, per dare loro la chance di inventare il proprio stile. Questo discorso ci riporta al tema dell’obbligatorietà di cui si parlava prima. Che un bambino o un ragazzo impari a rispettare l’obbligo non è un’imposizione dittatoriale... L’idea che non si può fare tutto quello che si vuole, noi in psicoanalisi la chiamiamo «esperienza umana della castrazione». Esiste un limite, esiste un impossibile. Custodire un senso dell’impossibile è una funzione alta dell’educazione che spetta alla scuola e alla famiglia. E come si custodisce l’impossibile? Testimoniandolo. Nella misura cioè in cui un padre e una madre testimoniano nella loro vita, appunto, che non si può essere, avere, sapere, godere tutto.
La dematernalizzazione della lingua dunque può essere anche vista come l’introduzione, attraverso l’esperienza dell’obbligo, di un’altra lingua, quella dell’impossibile. Ora, la domanda che ogni bravo insegnante si pone a tutti i livelli, dalla scuola materna all’università, è: come fare a rendere piacevole qualcosa di imposto? Come conciliare cioè obbligo e desiderio o, più praticamente, come far amare, per esempio, i Promessi sposi di Manzoni o la Divina Commedia? Dobbiamo quindi affrontare il tema della qualità dell’insegnante e dell’insegnamento.
L.C.: Mi sembra inevitabile. La premessa che mi sento di fare è che, sia come genitori sia come insegnanti, abbiamo forse troppo a lungo confuso la scuola con la didattica. Spesso gli insegnanti si mascherano dietro la didattica, come se potessero nascondervisi dietro e dimenticare che non è possibile insegnare nulla senza prima aver conquistato un legame con un bambino o un ragazzo. Non si può lasciare traccia di ciò che si dice senza che il bambino si affezioni. Nella scuola dell’infanzia è evidente, la didattica è un pretesto per la relazione con l’adulto, anche se naturalmente non si raccontano bugie ma conoscenze esatte. Ma è così anche negli ordini di scuola successivi. Questo occorre tenerlo sempre a mente, anche quando si distribuiscono voti e giudizi agli alunni. Un voto può colpire e far male a un ragazzo quando non gli lascia speranza, lo definisce in toto. Quando può essere letto come «hai sbagliato e dunque non ti voglio bene, non vali per me». Invece un bravo insegnante dovrebbe sempre riuscire a far passare al ragazzo il concetto che «tu non sei l’errore che hai fatto. La valutazione che ti do è su quello che hai fatto, ma te la do perché ti voglio bene». Questa è una qualità educativa da cui l’insegnante non può prescindere.
M.R.: L’insegnante deve essere un po’ un acrobata: deve tenere conto dell’obbligazione, ma allo stesso tempo evocare il desiderio a discapito dell’obbligazione. In università questo è meno evidente perché parliamo a giovani che hanno scelto di studiare quella disciplina, quindi noi docenti ci muoviamo su un terreno più propizio, ma riuscire a farlo, per esempio, alle medie, è davvero una grande impresa. Eppure, questa è la seconda importante funzione della scuola, dopo la dematernalizzazione: mettere in moto il desiderio. Il bravo insegnante non è qualcuno che riempie di contenuti la testa vuota degli allievi, perché l’apprendimento non è un riempimento, ma al contrario è colui che apre nuovi vuoti trasformando la testa dei suoi studenti in una groviera, pieno di dubbi, domande, fuochi che si accendono. Lo ricorda Socrate nel Simposio, quando rispondendo ad Agatone dimostra che il maestro non ha topologicamente la funzione di riempire la coppa vuota del discepolo, ma quello di trasformarlo da coppa vuota in amante. Spesso a me capita di avere la prima ora di lezione, alle nove di mattina, e dunque so bene che il mio primo compito è tenere svegli gli studenti. Per farlo devo alimentare il fuoco, quindi passare contenuti vivi, che siano cioè viventi per me.
Non c’è un’altra tecnica nell’insegnamento se non questa, che mentre io parlo delle cose che sono tenuto a trasmettere queste cose per me appaiano non come oggetti morti, ma come oggetti vivi, cioè oggetti erotici. Nella misura in cui riesco a parlare di contenuti teorici come se fossero oggetti erotici, del libro come se il libro fosse un corpo, io riesco non solo a svegliare i ragazzi, ma a risvegliare in loro il desiderio. Gli allievi allora non sono più zucche vuote da riempire, ma diventano erastès, amanti appassionati, di Manzoni, Hegel, dei principi della termodinamica, delle leggi dell’ottica. Questo è un miracolo, il miracolo della didattica.

La solitudine dei padri

Ciò che serve è una generazione di pionieri

Dialogo con Antonio Polito

Camp...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione, dell'autore
  2. Prima parte. Per fare un bambino ci vuole un villaggio
  3. Seconda parte. Conversazioni pedagogiche
  4. Terza parte. The new world
  5. Conclusioni. Dichiarazione d’intenti
  6. Ringraziamenti
  7. Bibliografia
  8. Consigli di lettura
  9. Filmografia
  10. Indice