Radici antiche, germogli nuovi
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Radici antiche, germogli nuovi

Conversazione con mons. Fernando Ocáriz, Prelato dell'Opus Dei

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Radici antiche, germogli nuovi

Conversazione con mons. Fernando Ocáriz, Prelato dell'Opus Dei

Informazioni su questo libro

Domande forti sulla Chiesa di oggi e anche sull'Opus Dei. E risposte altrettanto chiare e forti. È ancora pensabile il peccato? Come si può aderire alla Chiesa vedendo il peccato dei suoi ministri? Non si sarà abusato della giovane età nel cercare vocazioni? Che cosa vuol dire tolleranza quando i cristiani sono perseguitati e perfino uccisi? È possibile una critica interna? Come fare quando i giovani non ne vogliono più sapere? Queste e altre attualissime domande nelle pagine illuminanti di questo libro, attraversato dal tema della continuità dinamica nella Chiesa.

Domande frequenti

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Informazioni

1.

Cambiamenti sociali

e nuove tecnologie

Una prima domanda obbligatoria: Che cosa ha provato quando è stato eletto Prelato dell’Opus Dei? Anche se Lei non ha mai lavorato direttamente con san Josemaría, siamo ancora molto vicini al momento storico della fondazione.
Non mi è facile esprimere questo sentimento, al quale se ne mescolavano indubbiamente tanti altri: la consapevolezza della sproporzione tra le mie qualità e la missione alla quale ero chiamato, unita alla fiducia in Dio e anche alla sicurezza garantita dal fatto che nell’Opus Dei il governo è collegiale. Naturalmente, mi impressionava essere il terzo successore di san Josemaría. Tra il 1967 e il 1975, a Roma, ho potuto ascoltarlo assai spesso in gruppi più o meno numerosi e ho potuto parlare personalmente con lui in varie occasioni. Sapevo che avrei potuto contare sul suo aiuto dal Cielo. Riassumendo, mi sembra che, a parte l’emozione del momento, fossi abbastanza tranquillo.
Il 2 ottobre 2018 l’Opus Dei ha compiuto 90 anni. Come valuta l’evoluzione che ha avuto dagli inizi a oggi? La grande espansione geografica nel mondo, che rende più visibile la sua universalità originaria, potrebbe offuscare il carisma fondazionale? È il medesimo Opus Dei quello che gestisce un ambulatorio medico in un paese remoto rispetto a quello che ha una sede al centro di Manhattan?
Quando san Josemaría vide l’Opus Dei nel 1928, capì che ciò che Dio gli mostrava non era una realtà locale e neppure nazionale. L’Opus Dei è nato con un cuore universale. Non c’è nessuna differenza tra una persona dell’Opera che lavora in un ambulatorio medico in un paese remoto e un’altra che lavora a Manhattan. Ognuno di loro avrà i suoi problemi specifici per incarnare lo spirito della santificazione delle realtà ordinarie. Forse chi sta a Manhattan dovrà impegnarsi di più per dare una dimensione sociale al proprio lavoro, mentre chi sta nell’ambulatorio si impegnerà di più per lavorare con la stessa professionalità con cui lavorerebbe una persona con uno stipendio più alto. La diversità di origini e di condizioni è una dimostrazione dell’universalità della chiamata alla santità. Universalità in quanto tutti siamo chiamati e anche in quanto tutte le circostanze della vita possono essere cammino di santità, di incontro e di identificazione con Cristo.
Nel corso della storia della Chiesa, abbiamo notizia di istituzioni che sono scomparse per decomposizione o perché la loro funzione non aveva più senso. La tanto ricorrente «continuità» che si vive nell’Opus Dei si può intendere come continuazione, inerzia o anche stagnazione. Non sarà stato interpretato troppe volte come un «restare ancorati»? Se potessimo fare una radiografia dell’Opus Dei, che cosa vedrebbe Lei in questo momento?
La vicinanza temporale con il Fondatore è ancora recente: sono in vita molte persone che l’hanno conosciuto più o meno da vicino, come è capitato a me, e alcuni che l’hanno frequentato dai primi anni Quaranta del secolo scorso. È naturale che la sua impronta e il suo spirito siano molto vivi. È un segno di immobilità? Non necessariamente: ci può essere anche una fedeltà dinamica, non corrotta né deviata.
Il messaggio dell’Opus Dei sulla santificazione del lavoro professionale e della vita ordinaria sarà attuale finché lo saranno la realtà del lavoro e la sete di Dio. In questo senso, non è un male «restare ancorati» all’impegno di trovare Dio nell’oggi. È questo, soprattutto, il messaggio che bisogna proteggere con la «continuità».
Naturalmente, vi sono circostanze che cambiano da luogo a luogo, persone, modi di fare di cui si deve tener conto per non cadere in un ancorarsi sterile. Cambierà la mentalità, cambieranno i modi, ma dobbiamo vegliare perché lo spirito sia sempre lo stesso. Penso che l’Opera sia stata sempre caratterizzata dalla fedeltà in una continuità che richiede la flessibilità propria di una realtà viva.
La santificazione del lavoro di cui parla l’Opus Dei suona quasi ironica in determinate situazioni: tanta gente che lavora in condizioni ingiuste, con salari effimeri, con orari illegali, con il rischio continuo di essere licenziata alla minima protesta. Lei non crede che tutto questo – le attuali condizioni del mercato del lavoro in molti luoghi – finisca inevitabilmente per danneggiare la famiglia? Com’è possibile santificare un lavoro precario, ingiusto o disumano?
Le condizioni negative, o anche ingiuste, che una persona subisce, non impediscono di trasformare la sofferenza in offerta gradita a Dio. Pensi alla santa africana Giuseppina Bakhita (1869-1947): Dio le è andato incontro in una situazione tremenda – era orfana e schiava – fino a che lei ha riacquistato la libertà, scegliendo poi una vita di dedizione ai poveri e ai bisognosi. La storia è piena di esempi che possono continuare a essere fonte di ispirazione per i cristiani. Chi subisce una situazione ingiusta o difficile può farsi santo, può trovarvi il Signore.
Naturalmente, dovrà cercare il modo di migliorare questa sua situazione, se è in suo potere cambiarla o fare qualcosa che favorisca il cambiamento. È vero che è facile trovare lavori che mettono i lavoratori in condizioni di grande vulnerabilità. Ognuno, se gli resta un margine di manovra (certe volte non ci sarà), deve valutare liberamente l’opportunità di accettare o rifiutare questo genere di lavori, tenendo presente tutti i fattori e le conseguenze che la sua scelta potrà avere sulla sua famiglia e sugli altri.
Andando più in profondità, è importante tenere ben presente che è dovere di tutti cercare il bene comune, e molte volte il lavoro professionale serve da leva per un cambiamento sociale. Vi sono situazioni che ci colpiscono tutti per la loro grave ingiustizia; altre, magari, le abbiamo accettate come parte inevitabile del sistema in cui viviamo. Penso, per esempio, alle attività professionali che rendono molto difficile, quando non impossibile, armonizzare il lavoro con la vita famigliare. Compete anche ai cristiani trovare il modo di umanizzare la società – punto di partenza per renderla anche cristiana –, proponendo nuovi modelli lavorativi e sostenendo politiche che veglino sul bene delle famiglie e dei cittadini nella loro dimensione personale.
Mettere Cristo al vertice di tutte le attività umane fa parte del nucleo del messaggio dell’Opus Dei. Oggi, però, appare evidente che il mondo sta assistendo a un allontanamento da questa idea, per non dire a un suo rifiuto. Lo dimostrano il mondo della cultura, quello delle arti, dove si nota una preferenza verso altri «umanesimi». Come si può rispondere oggi perché diventi realtà questa missione fondazionale?
Come ho già ricordato, san Josemaría vide il nucleo del messaggio dell’Opus Dei – la chiamata universale alla santità – il 2 ottobre 1928. Negli anni successivi, Dio gli concesse altre grazie che si possono definire «fondazionali» e che lo aiutarono a precisare e sviluppare il messaggio originario. Fra le altre, ce ne fu una fondamentale, il 7 agosto 1931, allora festa della Trasfigurazione, mentre celebrava la santa Messa. Durante la consacrazione, al momento di elevare l’Ostia, sentì nella sua anima, senza suono di parole, una frase della Scrittura: Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum! (Gv 12, 32). «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». E la interpretò nel senso di «dovete mettermi al vertice di tutte le attività umane; che ovunque nel mondo vi siano cristiani che si diano senza condizioni con totale libertà, che siano altri Cristi» (Lettera 29-XII-1947/14-II-1996, n. 89).
In un altro momento spiegava: «Compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio a innalzare la Croce con gli insegnamenti di Cristo sul pinnacolo di tutte le attività umane... E vidi il Signore trionfare e attrarre a Sé tutte le cose» (Appunti intimi, n. 217). In questo modo Dio gli fece capire che la ricerca della santità in mezzo al mondo, per i fedeli dell’Opus Dei, includeva il compimento del lavoro professionale con la maggior perfezione umana e soprannaturale possibile. Qualunque attività onesta può essere luogo di incontro con Dio. Quando san Josemaría ricevette questa luce divina, la situazione del mondo non era più facile di com’è ora. Basta ricordare che soltanto cinque anni dopo il Paese nel quale viveva, la Spagna, sarebbe stato diviso da una guerra fratricida.
Per volontà di Dio l’Opus Dei è venuto al mondo nell’epoca moderna, nella quale il lavoro acquista sempre più importanza nella configurazione della società, per ricordare agli uomini e alle donne che è possibile trovare Dio nel cuore di questo mondo che tanto amano, nella bellezza che tanto li attrae, nella verità e nella giustizia che li interpellano. Noi cristiani siamo chiamati a contribuire, con iniziativa e spontaneità, a migliorare il mondo e la cultura del nostro tempo, in modo che si aprano ai progetti di Dio per l’umanità, senza perdere la speranza davanti a situazioni certamente non facili. Come realizzare questa missione dipenderà dall’iniziativa e dalle possibilità di ciascuno, ma sarà sempre – o soprattutto – attraverso l’apostolato dell’amicizia, della convivenza, e con una concezione del lavoro e della cultura come autentico servizio all’uomo, come autentica carità, e non come pretesto per l’autoaffermazione o per l’esercizio del potere.
Come vede questa società? Il mondo del XXI secolo, caratterizzato dalla globalizzazione, ha generato tante cose positive, ma anche tante altre negative: le relazioni globali hanno dato luogo a grandi disuguaglianze tra i popoli; le reti sociali collegano persone di tutto il mondo, ma possono accrescere situazioni di solitudine; sappiamo quello che succede in tutto il mondo, eppure a volte ci confondiamo per la sovrabbondanza di informazioni e non abbiamo tempo per elaborare un criterio valido... La nostra società va in una direzione sbagliata?
Ogni tempo ha le sue peculiarità, le sue luci e le sue ombre. Analizzare un momento storico mettendo l’accento su ciò che non va, non sarebbe giusto. Non possiamo dimenticare, pur senza ignorare i problemi propri di ogni epoca, che Dio è il Signore della Storia. Egli ci ha dato questo mondo per prendercene cura e orientarlo alla sua gloria; ce lo ha lasciato in eredità e conta sul nostro impegno per renderlo sempre migliore.
San Josemaría ci invitava ad amare il mondo appassionatamente, perché è uscito dalle mani di Dio. Dio stesso ha inviato suo Figlio nel mondo per salvare il mondo e per coinvolgerci in questa medesima storia di amore redentore. E la salvezza si compie anche oggi. C.S. Lewis, nelle Lettere di Berlicche, fa un acuto riferimento alla tentazione di guardare al futuro con eccessiva preoccupazione o di guardare al passato con troppa nostalgia, dimenticando che Dio ci dona il presente. Non c’è dubbio che con la nostra libertà possiamo rendere questo mondo un poco peggiore, anche se con questa stessa libertà possiamo renderlo migliore. Per esempio, Lei si riferisce alle reti sociali che, a parte gli aspetti negativi, possono diventare uno strumento efficace di incontro e persino di evangelizzazione. La società in cui viviamo, il nostro tempo, è l’àmbito in cui ognuno può cercare e trovare Cristo. Il futuro si trasforma santificando il presente.
Attualmente, la fede nel progresso è messa aspramente in discussione. Alcuni profetizzano che, entro breve, non rimarrà alcuno spazio intermedio tra il lusso e la miseria, come già si nota in alcune megalopoli dell’America latina. Quale ruolo possiamo svolgere in questo momento noi, cittadini comuni, che siamo esclusi dalle grandi decisioni?
Tutti abbiamo la responsabilità di prenderci cura di questo nostro mondo e di collaborare con Dio aiutandoci vicendevolmente a essere santi. Papa Francesco ricordava, nell’enciclica Laudato si’, che il mondo è la nostra casa comune. Prendersi cura di questa casa, come di qualunque casa, è responsabilità di tutti coloro che la abitano.
È chiaro che tra le preoccupazioni ecologiche occupa un luogo principale ciò che gli ultimi Pontefici hanno chiamato l’«ecologia umana»: le persone che vivono con noi. Seguendo ciò che il Santo Padre ricorda spesso, tutti noi possiamo rifiutare la «cultura dello scarto», che nella società dà origine alle disuguaglianze. Sarebbe importante pensare come vivere personalmente questo rifiuto nella propria realtà specifica e non soltanto in maniera astratta e universale.
Ciascuno, dal proprio posto e dalla situazione in cui si trova nel mondo, può adottare stili di vita che riflettano un’autentica povertà cristiana, che non siano costruiti su una comodità egoista, ma su un impegno responsabile nei confronti degli altri. Può darsi che non si tratti di grandi decisioni, ma la storia dell’uomo è fatta anche di piccole azioni. Ecco perché è urgente che ognuno sia continuamente disposto ad allargare il proprio cuore perché vi possano entrare tutte le preoccupazioni, i bisogni e le sofferenze degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Nell’attuale società dei consumi, sembra che nascano sempre nuove necessità, e questo può condurre a una sensazione di frustrazione e di insoddisfazione. Si può ancora parlare di temperanza nel contesto del XXI secolo? Potrebbe aiutarci a superare l’assillo consumistico che a volte sfocia in un’asfissia spirituale?
Sono sempre di più le persone che, per motivi diversi, decidono di intraprendere una vita temperata, una vita che faccia a meno del superfluo. Magari non avevano neppure sentito parlare delle virtù della sobrietà o della temperanza, e ancor meno della felicità che esse ci procurano. Per esempio, vivere distaccati dalle cose materiali dà all’anima una grande libertà e permette al cuore di stare dove è importante che stia. Non è questione di disprezzare i beni materiali. La virtù cristiana della povertà, che induce a usare i beni materiali allorché siano necessari e nella giusta misura, ha il suo fondamento nell’amore, ci aiuta a essere liberi per amare.
In questo stesso senso si potrebbe intendere il valore della temperanza per superare le asfissie spirituali da Lei ricordate. È una virtù che aiuta a rivolgere la nostra vita verso le cose più elevate, perché ci rende più liberi di fronte all’immediato, ai mille stimoli che ci assalgono quotidianamente, alle necessità – non proprio necessarie – che ci possono assillare.
L’emotività e la sensualità si sono impadronite dei sentimenti, i quali oggi guidano le nostre decisioni e sono il contenuto fondamentale dei messaggi pubblicitari. A suo giudizio, com’è possibile educare in modo stabile i sentimenti, oltre all’intelligenza e alla volontà, per fondare un criterio veramente umano? Certe volte ragione e cuore sembrano incompatibili.
Il cuore, la ragione e la volontà devono lavorare all’unisono. Quando il sentimento non ha radici, ed è un «puro sentimento» non indirizzato all’amore, cambia facilmente e può destabilizzare la nostra vita, facendoci soffrire a ogni strappo.
Anche la ragione è importante, ed è necessario formarla, studiare, leggere, per poter agire in con­formità alla nostra realtà. Però questo solo non basta, così come non basta lasciarsi guidare soltanto dal sentimento. Bisogna farsi guidare dall’amore, non inteso come sentimento, ma come atto libero della volontà, che può essere o meno accompagnato dal sentimento. È importante...

Indice dei contenuti

  1. Presentazione
  2. 1. Cambiamenti sociali e nuove tecnologie
  3. 2. La famiglia nel XXI secolo
  4. 3. La Chiesa nel nostro tempo
  5. 4. Pregare oggi
  6. Epilogo
  7. Indice