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L'esausto
Informazioni su questo libro
A vent'anni dalla morte di Gilles Deleuze (4 novembre 1995), nottetempo rende omaggio al grande filosofo francese ripubblicando uno dei suoi ultimi saggi, L'esausto. Se il testo è dedicato fin dal titolo alle posture dei personaggi di Samuel Beckett, allude anche all'esperienza privata di Deleuze, a quell'epoca gravemente malato e costretto a passare seduto la maggior parte del suo tempo. "Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile". E tuttavia, questo testo non è un saggio sulla fine, quanto su un altro, illuminante concetto deleuziano: il penultimo, la penultimità.
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Informazioni

L’esausto
L’esausto è molto piú dello stanco. “Non è semplice stanchezza, non sono semplicemente stanco nonostante la salita”1. Lo stanco non dispone piú di nessuna possibilità (soggettiva): e non può quindi mettere in atto la minima possibilità (oggettiva). Ma questa possibilità permane, perché non si attua mai tutto il possibile, anzi lo si produce man mano che lo si va attuando. Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l’esausto esaurisce tutto il possibile. Lo stanco non può piú realizzare, ma l’esausto non può piú possibilizzare. “Mi si domandi pure l’impossibile, mi va bene, cos’altro mi si potrebbe chiedere?”2 Non c’è piú possibile: uno spinozismo accanito. Esaurisce il possibile perché è lui stesso esausto, oppure è esausto perché ha esaurito il possibile? Si esaurisce esaurendo il possibile e inversamente. Esaurisce quel che nel possibile non si realizza. Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, “per continuare a finire”.
Dio è l’originario, o l’insieme delle possibilità. Il possibile si attua soltanto nel derivato, nella stanchezza, mentre si è esausti prima di nascere, prima di realizzarsi o di realizzare alcunché (“ho rinunciato prima di nascere”3). Quando si realizza un possibile, è sempre in funzione di certi scopi, progetti e preferenze: mi metto le scarpe per uscire e le pantofole per restare in casa. Quando parlo, se dico per esempio “è giorno”, l’interlocutore mi risponde “può darsi…”, perché aspetta di sapere a che cosa voglio far servire il giorno: esco perché è giorno4… Se la lingua enuncia il possibile, è per disporlo a una realizzazione. Naturalmente posso servirmi del giorno per restare in casa: oppure, posso restare in casa grazie a un altro possibile (“è notte”). Ma la messa in atto di un possibile procede sempre per esclusione, perché implica preferenze e scopi variabili, che sostituiscono i precedenti. Sono queste variazioni, queste sostituzioni, tutte queste disgiunzioni esclusive (la notte-il giorno, uscirerientrare…) che stancano alla lunga.
Tutt’altra cosa è l’esaurimento: le variabili di una situazione si combinano a condizione di rinunciare a ogni tipo di preferenza, a qualsiasi organizzazione di obbiettivi, a ogni forma di significato. Non è piú per uscire o per restare, e non ci si serve piú dei giorni e delle notti. Non si attua piú, benché si compia. Scarpe, resto – pantofole, esco. Eppure non cadiamo nell’indifferenziato o nella famosa unità dei contrari, e non siamo nemmeno passivi: anzi ci diamo da fare, ma per nulla. Eravamo stanchi di qualcosa, siamo esausti di niente. Rimangono le disgiunzioni, anzi la distinzione dei termini si fa sempre piú cruda, ma i termini disgiunti si affermano nella loro distanza non scomponibile, perché non servono a nient’altro che a scambiarsi. Di un evento basta dire che è possibile, poiché avviene solo a patto di confondersi con niente e di abolire il reale a cui tende. Non c’è altra esistenza che possibile. È notte, non è notte; piove, non piove. “Sí, sono stato mio padre e sono stato mio figlio”5. La disgiunzione è stata inclusa, tutto si divide, ma in se stesso, e Dio, l’insieme del possibile, si confonde col Niente, di cui ogni cosa è una modificazione. “Semplici giochi che il tempo gioca con lo spazio, ora con questi giocattoli e ora con quelli”6. I personaggi di Beckett giocano con il possibile senza attuarlo, hanno troppo da fare con un possibile sempre piú ristretto nel suo genere, per preoccuparsi di quel che potrà accadere. Lo scambio “delle pietre da succhiare” in Molloy è uno degli esempi piú celebri. Già in Murphy l’eroe si dedica alla combinazione dei cinque biscotti, ma a condizione di abbandonare qualunque ordine di preferenza e di conquistare cosí i centoventi modi della permutabilità totale: “Affascinato da tali prospettive, Murphy si sprofondò bocconi sull’erba, stanco di quei biscotti dei quali, altrettanto propriamente che delle stelle, si poteva dire che lo splendore di ciascuno era diverso dallo splendore dell’altro: quei biscotti di cui non avrebbe potuto assimilare l’essenza se non a condizione di non preferire piú questo a quello”7. I would prefer not to, secondo la formula beckettiana di Bartleby. Tutta l’opera di Beckett sarà percorsa da serie esaustive, cioè estenuanti, in particolare Watt, con la sua serie di attrezzature (calzino, calza, stivale, scarpa, pantofola) o i suoi arredi (chiffonnier, toilette, comodino, porta-catino – in piedi, piedi all’aria, faccia in giú, sul dorso, sul fianco – letto, porta, finestra, caminetto: quindicimila combinazioni)8. Watt è il grande romanzo seriale nel quale Mr. Knott, senz’avere altro bisogno che quello di non avere bisogno, non destina nessuna combinazione a un uso particolare che escluderebbe gli altri, e di cui bisognerebbe aspettare le circostanze.
La combinatoria è l’arte o la scienza di esaurire il possibile, includendo le disgiunzioni. Ma solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza, scopo o significato. Solo l’esausto è abbastanza disinteressato, abbastanza scrupoloso. Non può fare a meno di sostituire i progetti con tabelle e programmi privi di senso. Quel che conta per lui, è in che ordine fare quel che deve, e secondo quali combinazioni fare due cose contemporaneamente, quando fosse necessario, per nulla. Il grande contributo di Beckett alla logica è quello di mostrare che l’esaurimento (esaustività) si accompagna a un certo sfinimento fisiologico: un po’ come Nietzsche mostrava che l’ideale scientifico si accompagna a una sorta di degenerazione vitale, per esempio nell’Uomo con la sanguisuga, il coscienzioso dello spirito che voleva sapere tutto sul cervello della sanguisuga. La combinatoria esaurisce il suo oggetto, perché anche il suo soggetto è esausto. L’esaustivo e l’esausto9 (exhausted). Bisogna essere esausti per darsi all’arte combinatoria, a meno che sia l’arte combinatoria a sfinirci, a portarci all’esaurimento, o che siano addirittura entrambe, combinatoria ed esaurimento? Anche qui, disgiunzioni incluse. E forse è come il rovescio e il diritto di una stessa cosa: un senso o una scienza acuta del possibile, giunta o meglio disgiunta a una fantastica scomposizione dell’io. Quanto è vero per Beckett quel che Blanchot dice di Musil: la massima esattezza e l’estrema dissoluzione; l’indefinito scambio delle formulazioni matematiche e la ricerca dell’informe e dell’informulato10. Sono questi i due sensi dell’esaurimento, ci vogliono tutti e due per abolire il reale. Molti autori sono troppo beneducati, si contentano di annunciare l’opera integrale e la morte dell’io. Ma siamo ancora nell’astratto finché non mostriamo “com’è”, come si fa un “inventario”, compresi gli errori, e come l’io si scompone, compreso il fetore e l’agonia: cosí Malone muore. Una doppia innocenza, perché, come dice l’esausto/a: “L’arte di combinare o combinatoria non è cosa che mi si possa imputare, è una tegola dal cielo. Per il resto mi direi non colpevole”11.
Piú che un’arte, questa è una scienza che esige lunghi studi. Il combinatore è seduto al tavolo di lavoro: “Ora dovrò creare la mia anima / forzandola a studiare / in una scuola di dotti / finché il naufragio del corpo / e il lento decadere / del sangue, / il delirio stizzoso / o la decrepitezza ottusa…”12 Non che la decrepitezza o il naufragio interrompano lo studio, anzi lo portano a compimento, cosí come lo condizionano e l’accompagnano: l’esausto resta seduto al suo tavolo, “testa china appoggiata alle mani”, mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle mani, testa raso tavolo. Postura dell’esausto, che Nacht und Träume riprende sdoppiandola. I dannati di Beckett sono la piú stupefacente galleria di posture, andature e posizioni, dopo Dante. Certo Macmann osservava che “si sentiva piú a proprio agio seduto che in piedi e coricato piuttosto che seduto”13. Ma questa è una formula piú adatta alla stanchezza che alla sfinitezza. Sdraiarsi non è mai la fine, l’ultima parola, è la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare. Per fermare lo strisciante, bisogna ficcarlo in un buco, piantarlo in un orcio dentro al quale, non riuscendo piú a muovere le membra, smuoverà ancora qualche ricordo. Ma la sfinitezza non si lascia sdraiare e, a notte fatta, resta seduta al suo tavolo, testa svuotata su mani prigioniere. “Testa infossata su mani rattrappite”14. “Seduto una notte al suo tavolo la testa app...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Indice
- Nota dell’editore
- La parola “esausto” di Ginevra Bompiani
- L’esausto
- Posture di Giorgio Agamben
- Catalogo