Gli aforismi sono il piacere di dire qualcosa di vero e di complicato con il minor numero di parole, l'arte di pensare inventando scorciatoie verbali. Oggi che i best seller diventano sempre piú voluminosi, Berardinelli mostra come l'aforisma garantisca il massimo di densità, e a volte di crudeltà necessaria a rendere piú respirabile un clima culturale. Presente già nelle piú antiche raccolte di precetti e verità insospettate, l'aforisma può sembrare una forma anacronistica: ma se l'anacronismo è andare fuori tempo e contro tempo, può anche diventare una sfida alla contemporaneità e ai dispotismi del presente.
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Atomo di pensiero, cellula letteraria, microrganismo dal quale possono svilupparsi i piú diversi e articolati generi di scrittura (lirica, saggio, teatro, racconto, sistema filosofico, trattato scientifico, manuale etico e pratico) l’aforisma non ha bisogno di dimostrare la sua ubiquità, versatilità e maneggevolezza. È a sua volta un genere vario quanto a struttura, finalità, collocazione. Può comparire da solo o in una serie concatenata intorno a un tema centrale, o nella definizione di un ambito del sapere. Ci sono le antiche raccolte di aforismi: dalle Upanishad ai sutra buddisti e yoghici, ai libri sapienziali della Bibbia, al Corpus Hippocraticum. Ma ogni epoca, cultura, letteratura nazionale e autore hanno dato al piú breve dei generi un carattere proprio: definizione, detto memorabile, sentenza, precetto, imperativo pratico o regola tecnica (in medicina, in amore, nell’arte della guerra), gioco di parole e paradosso dialettico, illuminazione filosofica, psicologica, mistica. Ci sono infine le moderne raccolte di massime (La Rochefoucauld, Goethe), di pensieri (Pascal, Novalis, Leopardi, Baudelaire), i diari, i quaderni e i taccuini di appunti (Kierkegaard, Valéry, Kafka, Scott Fitzgerald, Brecht, Weil, Camus). La forma saggistica moderna, a partire da Montaigne, usa l’aforisma sia come punto di partenza che come oggetto di commento e punto di arrivo.
Per passare dal generale al particolare, dalla storia all’autobiografia e dal passato al presente, devo dire che essendo per quanto mi riguarda scrittore pigro e impaziente, ho sempre avuto una forte, istintiva tendenza all’aforisma. Come la poesia lirica, i pensieri e gli aforismi vengono quando vengono: non ci si può lavorare per farli nascere, non si possono provocare. Se non fossi stato costretto a scrivere su commissione, in determinate occasioni e con precise scadenze di consegna, credo che avrei scritto soprattutto lettere e riempito taccuini. Sono un lentissimo lettore di romanzi: la narrativa la leggo come fosse filosofia, con la matita in mano, isolo passi e frasi. La poesia mi ha attirato per la sua brevità, condensazione, economia di parole. Se penso ai poeti che ho preferito e che preferisco, mi accorgo che sono piuttosto aforistici. Anche tra i saggisti e i critici letterari preferisco quelli sintetici, laconici, non sistematici (perfino De Sanctis e Auerbach in fondo lo sono). C’è tuttavia una particolare convivenza formale che trovo interessante e mi viene spontanea: quella che alterna divagazione e concisione, discorso pubblico (elogio, commemorazione, confutazione, invettiva) e formulazione conclusiva o definizione provocatoria (la satira, per esempio).
C’è un’altra strada che porta agli aforismi: è lo spirito collezionistico applicato ai testi, la tendenza al genere antologico, alla raccolta di pagine, brani, frasi da ricordare e avere sotto mano (la Crestomazia leopardiana della prosa, l’antologia di aforismi di Auden A Certain World).
Anche il frammento, come si sa, esercita un particolare fascino: relitto di un edificio testuale andato distrutto. Succede con i frammenti dei Presocratici e con quello che resta della lirica greca. Non si può dimenticare il “tutto scorre” di Eraclito e il “che cos’è dio? È il tutto” di Pindaro.
A parte argomenti specifici, i punti cardinali dell’aforisma sembrano essere:
1) come agisce la natura
2) come è fatto il mio io
3) come vivere
4) come funziona la vita sociale.
L’aforisma, insieme al verso, è il piú semplice e potente utensile verbale. È una piccola leva con cui si possono sollevare interi mondi. È fondativo, è mobile e fungibile. Abita come un seme o un parassita in tutti i generi letterari. Ha un’elementare utilità pedagogica, didattica, mnemotecnica. Il suo scopo oscilla tra il far conoscere, il far agire e il far ridere.
Sappiamo davvero solo ciò che sappiamo a memoria.
Questo è un aforisma personale, del cui contenuto sono convinto. Mi vedo costretto perciò a far seguire una sua modesta applicazione e a compiere un piccolo, esemplificativo esercizio di memoria. Quali aforismi o massime o sentenze o espressioni proverbiali mi vengono in mente senza sforzo? Qualche esempio:
Age quod agis, “Fai quello che stai facendo” (proverbio antico).
Festina lente, “Nella fretta sii lento” (Augusto, secondo Svetonio).
Respice finem, “Guarda allo scopo” oppure “Considera le conseguenze” (anonimo).
Sapere aude, “Osa conoscere” (Kant).
Nulla dies sine linea, “Nessun giorno senza scrivere almeno una riga” (Plinio il Vecchio).
Ma ecco Seneca:
Singulos dies singulas vitas puta: qui hoc modo se aptabit, cui vita sua cotidie fuit tota, securus est, “Ogni singolo giorno, consideralo un’intera vita: chi farà cosí, colui per il quale la sua vita ogni giorno sarà stata intera, non ha niente da temere”.
E ancora:
Ti theos? To pan, “Che cos’è dio? È il tutto” (Pindaro).
Panta rhei, “Tutto scorre” (Eraclito).
Gn
thi seauton, “Conosci te stesso”.
Lathe bi
sas, “Vivi nascosto” (Epicuro).
Homo sum, humani nihil a me alienum puto, “Sono uomo, e niente di umano considero a me estraneo” (Terenzio).
Odi et amo, “Odio e amo” (Catullo).
Carpe diem, “Afferra il giorno” (Orazio).
Quid est veritas? Est vir qui adest, “Che cos’è la verità? È l’uomo che ti sta di fronte” (anagramma medievale che risponde alla domanda di Pilato a Gesú).
Alles greift ineinander, “Tutto è connesso con tutto” (Hölderlin),
a cui sembra rispondere mezzo secolo dopo:
Es waren Einzelheiten, / nicht Totalisation, “Erano cose singole / non totalizzazioni” (Gottfried Benn).
Ci sono poi strofe epigrammatiche, gnomiche, aforistiche come:
Personam tragicam forte vulpes viderat.
O quanta species!, inquit, cerebrum non habet.
Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam fortuna tribuit, sensum communem abstulit.
Una volta a una volpe capitò di vedere una maschera di teatro.