
- 64 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il clima è fuori dai gangheri
Informazioni su questo libro
L'intemperanza del clima sta cambiando la nostra vita. Ma questa volta non è un fenomeno naturale, ci sono molti soldi dietro quelle nuvole.
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Informazioni
Il clima è fuori dai gangheri1
All’inizio di quest’anno alcuni scienziati russi, giunti al Polo Nord per studiare i mutamenti climatici, sono finiti alla deriva bloccati sopra un iceberg e solo dopo dieci giorni di ardui sforzi è stato possibile trarli in salvo. È difficile pensare a un’immagine piú emblematica del nostro attuale rapporto con l’ambiente. Stiamo studiando cosa cambia nel clima, e intanto andiamo pericolosamente alla deriva sopra un relitto del clima di un tempo. Questo era infatti quell’iceberg: un pezzo del mondo di prima, in via di scioglimento.
Istantanee invernali
La base polare degli scienziati russi finiti alla deriva, la stazione “Polo Nord-32”, aveva iniziato a operare nell’aprile del 2003 e da subito aveva dovuto fare i conti con il problema che avrebbe dovuto studiare. L’aumento della temperatura aveva infatti messo fuori gioco la pista di atterraggio rendendo impervi i collegamenti e i rifornimenti. All’inizio del 2004 poi, la deriva dell’iceberg non ha fatto che confermare la gravità della situazione. L’aumento della temperatura globale sta ormai investendo la calotta artica. Per questo gli iceberg se ne staccano e vanno alla deriva. Rispetto a cinquant’anni fa, lo strato di ghiaccio ha perso metà del suo spessore. Nel 2003 le perdite sono state le peggiori da quando esistono i rilevamenti via satellite, cioè da vent’anni. Quanto all’emisfero opposto, la situazione non è migliore. Le formazioni glaciali cilene e argentine, l’Antartide, sono investite dal medesimo fenomeno.
Non occorre tuttavia andare fino ai poli, nell’Artide o nell’Antartide, per rendersene conto. Basta andare sulle nostre Alpi, dove lo zero termico si è alzato di 200 metri negli ultimi vent’anni, situandosi nell’inverno 2002 a circa 1.250 metri sul livello del mare, e dove i ghiacciai, sul versante italiano, sono passati da 838 del 1971 a 807 del 2001. Sono 31 ghiacciai in meno, al ritmo di un chilometro quadrato e mezzo ogni anno (con 43 chilometri quadrati persi negli ultimi trent’anni). Secondo il presidente del comitato glaciologico italiano, Claudio Smiraglia, a questo ritmo i ghiacciai alpini potrebbero finire per estinguersi: “L’accelerazione dello scioglimento negli ultimi vent’anni è stata impressionante”. Da quasi un secolo, in realtà, tutti i 4.000 ghiacciai dell’intero complesso delle Alpi, tra Francia, Svizzera, Italia, Austria, Germania e Slovenia, sono in regresso. In conseguenza di ciò: “Prima avremo grandi quantità d’acqua nei torrenti, colate di fango e pietre. I versanti si muoveranno verso il basso riversando enormi quantità di detriti. La montagna sarà instabile e piú pericolosa. Poi l’alta quota sarà secca e si asciugheranno i laghi. La deglaciazione alpina è il segno piú evidente della mutazione del clima. L’ultima estate, quella del 2003, è stata terribile: fondeva anche la vetta del Monte Bianco. La montagna diventa un deserto e le coste vengono sommerse dal mare,” ha commentato su “la Repubblica” del 14 dicembre 2003, osservando direttamente l’inverno in corso. Sulla stessa linea è anche Luca Mercalli, presidente della società italiana di meteorologia, secondo il quale, come ha dichiarato lo stesso giorno sempre a “la Repubblica”, l’arco alpino reagisce con particolare sensibilità al mutamento climatico. Se negli ultimi 150 anni le temperature medie sono aumentate di 1,1 gradi complessivi, sulle Alpi si registra uno 0,7 in piú, e la temperatura salirà ancora finché non diremo addio ai ghiacciai sotto i 3.600 metri e alle nevicate sotto i 1.500.
Come si vede, gli scienziati russi sarebbero potuti incappare in qualche brutta avventura anche sulle Alpi. E non solo in inverno o in autunno.
Istantanee estive
Commentando la torrida, feroce estate del 2003, che solo in Europa ha provocato almeno 20 mila morti soprattutto fra gli anziani, il professor Giampiero Maracchi, direttore dell’istituto di biometeorologia del CNR di Firenze, che studia da anni i cambiamenti climatici in Italia, ha sostenuto che non si è trattato affatto di un episodio isolato, bensí di una tappa verso un deciso processo di “tropicalizzazione” del nostro clima, che sarà perciò sempre piú segnato da “eventi estremi”. Un clima, insomma, davvero out of joint, “fuori dai gangheri” nei quali era rimasto a lungo imperniato garantendo la mitezza e la gradevole variabilità delle quattro stagioni celebrate da Antonio Vivaldi. Un clima “fuori dai gangheri” significa innanzitutto un clima, per molti versi imprevedibile, sicuramente piú pericoloso per noi e per le altre specie viventi di quanto non lo sia mai stato. “Il pianeta si è riscaldato nel suo complesso,” ha sostenuto a caldo, è il caso di dirlo, Maracchi sul “Manifesto” del 6 agosto 2003, “ma l’aria calda si è accumulata nell’area intertropicale (cioè tra Atlantico, Americhe ed Europa e Africa occidentali, ndr) dove anche i mari sono diventati piú caldi in superficie. Questo cambiamento si è prodotto negli ultimi dieci anni, ma continuerà. Per capire cosa succederà in futuro basta guardare, in piccolo, cosa è successo negli ultimi anni. La scorsa estate (2002, ndr) ha iniziato a piovere ad agosto e non ha smesso fino a novembre. Ora (estate 2003, ndr) ci sono quaranta gradi. Nei prossimi anni continuerà cosí, con temperature particolarmente alte o basse. Aumenteranno le situazioni climatiche estreme”.
Antropocene, il nostro tempo
Noi siamo la prima specie a essersi trasformata in una sorta di forza geofisica in grado di alterare il clima della Terra, ha detto Edward O. Wilson, il fondatore della sociobiologia. Detta in altri termini, l’uomo è diventato un fattore, anzi un attore, ecologico globale. Proprio per questo, Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica 1995 (insieme a Sherwood Rowland e Mario Molina, è stato premiato per le ricerche sugli effetti dei clorofluorocarburi, i micidiali CFC, sulla fascia d’ozono), ha proposto di ribattezzare Antropocene il periodo geologico apertosi con la Rivoluzione industriale della seconda metà del 1700. Ufficialmente stiamo vivendo nel periodo chiamato Olocene, iniziato 10-12 mila anni fa con la Rivoluzione agricola (o Neolitica). Crutzen, raccogliendo l’adesione di molti scienziati, ha proposto il nome di Antropocene proprio per sottolineare il peso determinante e l’impatto globale delle attività umane sul pianeta.
“Sulla Terra il cambiamento ambientale è vecchio quanto il pianeta: circa 4 miliardi di anni. Il genere Homo, cui apparteniamo, ha modificato l’ambiente terrestre nei circa 4 milioni di anni della sua esistenza. Ma mai come nel XX secolo. È probabile che asteroidi e vulcani, al pari di altri agenti astronomici e terrestri, abbiano prodotto cambiamenti ambientali piú radicali di quelli cui abbiamo assistito nella nostra epoca. Non però gli uomini,” ha scritto lo storico John R. Mc Neill nel suo affascinante racconto della storia dell’ambiente nel Novecento, Qualcosa di nuovo sotto il sole (Einaudi, 2002): “È la pri...
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