Oltre alla ferita sempre aperta della Palestina, ci sono tre guerre in corso in paesi non occidentali, Libia, Iraq e Afghanistan e altre si preparano… mentre scrivo, quella di Libia sarebbe finita, ma chi lo sa: quella dell’Iraq è finita già cinque, sei volte e quella dell’Afghanistan, che dura da undici anni, si trascina nessuno sa verso quale esito. Sono guerre promosse da paesi occidentali con argomenti manifestamente deboli se non contrari al diritto internazionale. L’impressione è che una sola regola valga veramente, quella dei rapporti di forza, il resto è disordine. La Germania si è rifiutata d’intervenire in Libia provocando il dispetto delle grandi potenze; lo ha deciso la cancelliera Angela Merkel e questo, secondo certi osservatori, potrebbe costarle la rielezione! Non lo credo, ma c’è chi l’ha pensato e scritto.
Quando finirà questo stato di cose, compresa la logica aberrante di certi ragionamenti, e torneremo a considerare la pace un bene desiderabile in assoluto? Probabilmente mai, è la risposta che mi hanno dato quelli che se ne intendono. Apri gli occhi, mi hanno detto, ormai devi considerare lo stato di guerra come permanente e normale, sarebbe meglio anzi non usare piú quella parola e sostituirla; le cosiddette guerre sono tante cose: esercitazioni, laboratori, gare, investimenti, valvola dell’economia, opportunità politiche…
Adesso mi spiego quello che sta succedendo alla mia città natale, Vicenza. Alla sua periferia gli Usa si sono messi a costruire una base militare sottoposta alla loro sovranità, fuori da ogni alleanza, accordo e controllo. Se non ci credete, chiedete agli abitanti e al sindaco. Appena l’hanno saputo, gli abitanti hanno protestato: che cosa volete fare? Siamo un paese indipendente, la Guerra Fredda è finita, il nostro territorio già ospita basi militari: invece di smantellarle, ne fate un’altra? Guardate che, in quel posto, la base rischia di danneggiare la falda che alimenta i nostri acquedotti. Vorremmo andare verso un mondo di pace, siamo una città d’arte, la città del Palladio: ci trasformate in un bersaglio di future guerre. E via argomentando. Ci sono stati cortei, un referendum, una mobilitazione permanente, un cambio di sindaco, lettere a persone supposte responsabili o sensibili, televisione, comitati di ingegneri, preti, medici. Le donne sempre in prima linea. Un gruppo di donne è andato a Washington per parlare con i rappresentanti di quel popolo, almeno quelli che volevano ascoltarle: erano d’accordo con loro ma non potevano farci niente. Niente è servito a niente, non sono arrivate risposte né dal capo del governo di destra, né da quello di sinistra, né dal parlamento: la risposta dovevamo trovarla da soli. Uomini cresciuti credendo nella partecipazione democratica e nella pacifica convivenza, li ho visti cadere in uno stato di amara impotenza e ammalarsi.
La risposta che dovremmo darci, suppongo che sia questa: se l’Italia vuole restare con i paesi che contano, quelli cioè che fanno la parte del leone nel consumo delle risorse globali, faccia quello che le viene richiesto e non discuta le decisioni dei piú forti.
A queste condizioni, se veramente non c’è altro da sapere e da fare, io dico: la storia ha voltato pagina? Bene, noi le volteremo le spalle.
Di che storia parlo? Della nostra, cominciata con la rivoluzione industriale e la democrazia rappresentativa. Chi sono questi noi? Sono quelli che, per assicurare alla convivenza umana un po’ di pace, un po’ di giustizia, un po’ di libertà, sono o sarebbero disposti a dare credito ad alcuni loro simili di poter governare la collettività, e a dotarli della necessaria autorità, e che perciò rinunciano a imporsi con la forza dei loro privilegi o con la violenza dei loro desideri. Credo che rinunciare alla prepotenza per convivere civilmente con altri, lo abbiano chiamato contratto sociale; ci hanno scritto sopra dei gran libri e molta storia occidentale si è sviluppata alla luce di questa idea.
Qui, pensiamo semplicemente a una persona comune che vive, come tutti, chi piú chi meno, una vita in cui i nove decimi delle cose che accadono, comprese quelle che la riguardano direttamente, sono fuori dal suo controllo. Tale è la vita organizzata anche là dove vige la piú liberale delle costituzioni. La persona acconsente, qualche volta si arrabbia, qualche volta imbroglia, ma continua a salutare i vicini, a fermarsi davanti al rosso, a sposarsi, a votare ecc. Fa la sua parte, insomma: si lava, tiene pulita la casa, si veste con decoro, non ruba, paga anche le tasse o una parte, lavora, alleva i figli, li manda a scuola ecc. È la sostanza del vero patto sociale, quello tacito e quotidiano: andare d’accordo con il prossimo, tener conto delle leggi e dare credito a chi è in posizione di responsabilità pubblica, per vedersi riconosciuta una dignità personale in un contesto di vita sociale sensata e pacifica. In nome di questo patto la persona dice, in sostanza: rinuncio a molto di quello che mi farebbe comodo, per assicurare le condizioni minime di un vivere dignitoso a me e ad altri. O qualcosa del genere. Lo dice implicitamente, non riflette sul significato profondo del suo comportamento, ma è un sentimento che la nutre e la aiuta. Questo fino a quando non viene a sapere che, per conto suo e perfino in nome suo, da qualche parte ci sono aerei che buttano bombe sulle case di persone ignare e innocenti, militari che torturano prigionieri, scienziati che studiano congegni sempre piú micidiali, lauti affari che si fanno vendendo armi sofisticate a paesi che non hanno né scuole né ospedali a sufficienza. Cose cosí. Come se fosse normale o inevitabile.
La persona di cui sto raccontando, a questo punto, può protestare, tacere, ammalarsi. Può fare un’altra cosa, che io propongo in alternativa: può ritirare il suo tacito consenso all’ordine che regola la convivenza. E dirsi, con un atto interiore che avrà delle conseguenze pratiche: io non ci sto, non do piú il mio credito alle leggi e alle autorità costituite, mi riprendo l’intera disponibilità di me e della mia forza, devo amministrarla io, poca o tanta che sia, e mi do la licenza di usarla.
Non cadrà per questo in uno stato di selvaggeria o di barbarie. Al mondo siamo venuti che eravamo attesi, ci aspettavano persone che ci hanno offerto un po’ d’amore, che ci hanno sorriso e insegnato a parlare: è cosí che siamo diventati umani, grazie a un ordine simbolico materno di cui la filosofia politica sa ben poco o niente.
La persona, dunque, senza inferocirsi o inselvatichirsi, constata semplicemente che è vano agire in nome di una fiducia nella cosa pubblica con l’aspettativa di un ritorno. Richiama a sé la sua facoltà di decidere, per quanto può, e si dice: per agire, peserò bene le circostanze, mi farò guidare dagli esempi delle persone che ammiro, terrò conto delle aspettative e dei desideri delle persone con cui ho un vero scambio.
Sto raccontando una storia che, in questo o in modi simili a questo, in gran parte è già capitata o sta capitando. Ma con la differenza che quello che ci succede per lo piú è fuori da ogni consapevolezza e non riceve alcuna elaborazione morale o politica, per cui gli effetti sono spesso caotici.
Sempre piú spesso si registrano episodi di una violenza insensata che esplode in mezzo a noi: un tassista scende dall’auto per scusarsi e seduta stant...