In territorio selvaggio
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In territorio selvaggio

Informazioni su questo libro

Cosa chiediamo ancora a un libro, noi lettrici e lettori? Vogliamo solo, come recita un mantra editoriale raccolto dallo scrittore e scout Giulio Mozzi, che sia "lineare, ben scritto, con un/a protagonista in cui ci si possa identificare senza indugi, che affronti difficoltà che fanno parte dell'esperienza quotidiana, e che contenga alla fine un messaggio di conforto"? O i libri possono essere ancora per noi guide verso un territorio selvaggio? Chiediamo ai nostri romanzi (e a noi stessi) di essere solo giardini? Tagliamo fuori tutto ciò che è bosco, perdersi, fare esperienza dell'oltre? In questo quaderno di appunti, che segue liberamente l'andamento delle idee che si cercano e si rispondono, Laura Pugno, autrice de La ragazza selvaggia (finalista Premio Campiello 2017), cerca di rispondere a queste domande, e lo fa partendo dal corpo, dalla sua lingua incapace di mentire.

Domande frequenti

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Informazioni

Il sonno s’interrompe, ti alzi all’alba, senza averlo voluto. A Madrid ti sembra sempre che l’alba arrivi piú tardi, il sole tramonti piú tardi. Ed è cosí. Accendi il pc.
La memoria gioca scherzi.
Ricordi un tuo verso, di piú di dieci anni fa, “giardino e bosco coincidono”, ma non ricordi esattamente dove l’hai scritto. Cerchi nella memoria, e nella memoria del pc, eccolo.
Ma non è come lo ricordavi, anzi. Il verso, da “Descrizione del bosco”, recita: “bosco e deserto coincidono”.
Che cosa devi dedurne? Che desideri il giardino, che desideri confortare chi apre un tuo libro.
È cosí?
(Rimandi, alba e notte dopo notte, il momento di mettere ordine in questi appunti. Hai paura che qualcosa si fermi, che smetta di dirsi. Hai la sensazione di esporti).
La vecchia edizione Garzanti dei Quattro quartetti di T.S. Eliot, letto per la prima volta vent’anni fa, e piú di venti, nella traduzione di Filippo Donini.
You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.
(“East Coker”)
Voi dite ch’io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
Dovete fare la strada della privazione.
Per arrivare a quello che non siete
Dovete andare per la strada nella quale non siete.
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete.
Cosí, la memoria trattiene da vent’anni – almeno in parte, in modo semicancellato – questi versi, una sorta di Tao portatile dello scrivere. Ricordi le conversazioni con Maria Teresa Carbone sulla memorabilità – intesa umilmente: come capacità di farsi ricordare a memoria – della poesia, come condizione per farsi strumento. Eppure, tu stessa non ricordi molta della tua poesia a memoria, quasi niente, anche se in realtà non hai mai cercato di impararla. Eliot non è neanche, Quattro quartetti a parte, un autore che ti sia particolarmente caro, e la sua visione del mondo, anche nei QQ, ha ben poco a che vedere con la tua.
Piú avanti, sempre in “East Coker”:
So here I am, in the middle way, having had twenty years –
Twenty years largely wasted, the years of l’entre deux guerres
Trying to learn the use of words, and every attempt
Is a wholly new start, and a different kind of failure
Because one has only learnt to get the better of words
For the thing one no longer has to say, or the way in which
One is no longer disposed to say it. And so each venture
Is a new beginning, a raid on the inarticulate
With shabby equipment always deteriorating
In the general mess of imprecision of feeling,
Undisciplined squads of emotion. And what there is to conquer
By strength and submission, has already been discovered
Once or twice, or several times, by men whom one cannot hope
To emulate – but there is no competition –
There is only the fight to recover what has been lost
And found and lost again and again: and now, under conditions
That seem unpropitious. But perhaps neither gain nor loss.
For us, there is only the trying. The rest is not our business.
Home is where one starts from
E cosí, eccomi qua, nel mezzo del cammino, dopo vent’anni…
Vent’anni in gran parte sciupati, gli anni dell’entre deux guerres
A cercar d’imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo
È un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento
Perché si è imparato a servirsi bene delle parole
Soltanto per quello che non si ha piú da dire, o nel modo in cui
Non si è piú disposti a dirlo. E cosí ogni impresa
È un cominciar di nuovo, un’incursione nel vago
Con logori strumenti che peggiorano sempre
Nella gran confusione di sentimenti imprecisi,
Squadre indisciplinate di emozioni. E quello che c’è da conquistare
Con la forza o la sottomissione, è già stato scoperto
Una volta o due, o parecchie volte, da uomini che non si può sperare
Di emulare – ma non c’è competizione –
C’è solo la lotta per ricuperare ciò che si è perduto
e trovato e riperduto senza fine: e adesso le circostanze
Non sembrano favorevoli. Ma forse non c’è da guadagnare né da perdere.
Per noi, non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda.
La casa è il punto da cui si parte —
(Il bosco riguadagna costantemente terreno, e le mappe valgono una volta sola, poi bruciano in tasca. Ma un altro, un’altra, potrà usarle dopo di te).
Prima ancora di aver scritto davvero, tranne prime prove, l’esattezza di questa diagnosi ti colpiva. A vent’anni il verso “having had twenty years” ha un sapore diverso. Ma resta l’intuizione di qualcosa, il bosco, il vuoto o il deserto lí fuori.
Eppure, giardino o bosco o deserto, siamo sempre nella storia. Tutto si sta sempre trasformando in qualcos’altro, e non c’è fine.
Cosí semplice. Il bosco sarebbe dunque il make it new modernista?
No, la domanda non si attaglia solo alla letteratura. In arte, forse, è ancora piú chiaro. Di mostra in mostra, di fiera in fiera, si squaderna quello che chiami il catalogo: dall’informale al pop, dall’arte povera al citazionismo, e avanti. Vuol dire che il nuovo ha smesso di esistere, di essere creato?
Ma questo, se siamo nella storia, è impossibile. E in linea generale, le teorie sulla fine dell’arte e della letteratura, e sulla fine della storia, le hai sempre trovate irritanti.
Eppure, il catalogo è qualcosa che si può toccare. Forse perché dà conforto, perché è riconoscibile. Ma noi si...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Indice
  3. Questo è un quaderno d’appunti, in territorio selvaggio
  4. Cominciamo con il romanzo
  5. In sogno, qualcuno viene a casa mia
  6. Cosa sappiamo col corpo?
  7. Il bosco è il luogo della nuova conoscenza
  8. Il corpo è la mente. La mente è il corpo
  9. Cerca nel dizionario. Vocabolario Treccani: conforto
  10. In un momento di rabbia, penso, dovrei raccontare tutto questo
  11. Una luce calante, un corpo rannicchiato in un letto
  12. In fondo, credi che il successo sempre piú ampio dei libri che divulgano, per quanto possibile, le teorie della fisica quantistica, anche le piú estreme, sia in una forma di conforto
  13. Eppure, noi siamo il nostro corpo
  14. Un dubbio va sciolto
  15. Il sonno s’interrompe, ti alzi all’alba, senza averlo voluto
  16. Sin dall’inizio, pensando a quello che volevi scrivere, la parola comunità è stata importante
  17. Immagina diversamente la relazione
  18. Ti sembra di scrivere queste pagine in una distanza
  19. I termini sembrerebbero semplici
  20. Questo, per te, è anche un po’ un diario
  21. Per la prima volta dopo giorni di grande freddo
  22. “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio”
  23. Qualche “parola privata detta in pubblico”
  24. Se tenessi tra le mani l’uomo-leone
  25. Piú il mondo esterno diventa apparentemente governabile, piú il corpo ci appare come il ridotto irredimibile del selvaggio
  26. In Rete, guardi forme di case
  27. Cosa deriva da questo, che il corpo sia il primo luogo del selvaggio?
  28. Tutto il tuo lavoro
  29. E da oggi – l’oggi in cui scrivi – sembra quasi, intorno comincia a cadere quella che chiami neve radioattiva
  30. Mentre leggono, i corpi sono mente
  31. Ancora i Quattro quartetti, sempre da “East Coker”
  32. C’è una citazione che ti accompagna da molto tempo
  33. La conservazione della parola può avvenire in molti modi
  34. Esiste dunque
  35. Agli inizi di luglio del 2015
  36. Hai, tu, una comunità?
  37. Mai come oggi la comunità appare palpabile
  38. Immagina la comunità dei lettori
  39. Hai scritto spesso che nel romanzo di ricerca
  40. (La poetica è la tua posizione sulla mappa)
  41. Questi, soli, forse pochi, ma piú di quanto si pensi, che leggono senza conforto, dentro le domande, sono una comunità?
  42. In un libro che ho già citato
  43. Intuisci che alla fine risposte non ce ne saranno neanche per te
  44. Sentirsi a casa nel proprio corpo
  45. Questo equivale forse a dire che con il tempo ogni territorio tende al deserto?
  46. Vai a chiudere questo libro
  47. Un altro appunto. Poesia Terzo paesaggio?
  48. Nota al testo