Yourself
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  3. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

I fotografi Roberto Massini, Roberto Ricca e Cristian Zambelli hanno frequentato per un anno gli spazi abbandonati della ex Metallurgica Tempini e le persone che da questi spazi sono transitate. Ne è nato il progetto Yourself, che racconta con sensibilità frammenti di storie di chi in quegli spazi ha costruito la propria precaria quotidianità, una quotidianità fatta di privazione, speranze e saliscendi emotivi. L'ex Metallurgica Tempini, che è stato il simbolo della crescita industriale di Brescia, dopo la sua dismissione è diventata altro, una città invisibile abitata da persone invisibili. Yourself ci mostra che "le traiettorie sghembe e irregolari che hanno portato persone dall'origine e dalla storia diverse a condividere, per un momento della loro vita, questo rifugio raccontano le storie delle nuove marginalità globali. Nella gran parte dei casi, storie destinate a non essere raccontate se non nell'anonimità delle ricerche sociologiche o nel sensazionalismo della cronaca locale" (Andrea Panizza).Yourself è il risultato dell'intensa collaborazione fra i tre fotografi bresciani, la casa editrice emuse, Sara Munari, responsabile dell'editing del progetto fotografico, e i due coautori Andrea Panizza e Laura Davì. A questi ultimi va attribuita la paternità dei testi presenti nel volume. Testi che, insieme alle fotografie, regalano e trasmettono non solo frammenti di conoscenza e consapevolezza della storia dell'ex Metallurgica Tempini, ma anche il bagaglio emozionale dei suoi abitanti, delle loro vite attuali e passate: frammenti di storie e di una toccante e precaria convivenza. Yourself è il progetto fotografico vincitore della selezione Photoebook: fatti guardare! che la casa editrice emuse ha promosso in partnership con FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) per dare spazio a progetti fotografici inediti.Fotografie di Roberto Massini, Roberto Ricca e Cristian ZambelliTesti di Andrea Panizza e Laura DavìEditing progetto fotografico Sara Munari

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Informazioni

Editore
emuse
Anno
2015
eBook ISBN
9788898461387
Argomento
Art
Categoria
Photography

Ex Metallurgica Tempini
(storie, luoghi e persone)
di Andrea Panizza

Macerie

Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia [...], e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto [...]
Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, 2004
La Storia lascia dietro di sé rovine e macerie. Le prime hanno un carattere più altero, più nobile nel loro resistere al tempo e nel loro parlarci di civiltà perdute, di architetture imponenti, di credenze suggestive. Le seconde, quando non sono legate a catastrofi umane o naturali, ci raccontano più modestamente del quotidiano lavoro di distruzione del tempo, della capacità della natura di riconquistare il suo spazio, inglobando edifici e manufatti. Le rovine ci parlano di epopee umane che sono sopravvissute alla Storia. Le macerie ci ricordano che, comunque, siamo qui di passaggio e che la Natura ha una forza che non è addomesticabile in parchetti e aiuole.
Alan Weisman, giornalista americano, si è divertito a immaginare il destino del mondo senza l’uomo1. Partendo da casi storici come quello di Chernobyl, abbandonata dopo il disastro nucleare del 1986, e di Varosha, quartiere di Famagosta abbandonato nel 1974 in seguito all’invasione turca di Cipro, Weisman ha evidenziato come il venir meno del costante lavoro di manutenzione delle strutture e di controllo della natura porti in tempi sorprendentemente rapidi a cambiamenti sbalorditivi anche nei paesaggi più fortemente antropizzati. È il lento ma inarrestabile lavorio delle mille forze della natura. L’acqua dilava le fondamenta, erode il legno e indebolisce, goccia dopo goccia, le strutture di cemento e acciaio; il sole brucia, dilata i metalli e rende fragili i materiali sintetici; il vento spazza, squassa e strappa quello che gli si oppone; la vegetazione si espande, riprende il suo spazio al di fuori dei giardini in cui è stata confinata. Nell’arco di qualche decennio, una città come New York sarebbe irriconoscibile, tra strade collassate e trasformate in corsi d’acqua, ponti crollati ed edifici invasi da piante; nell’arco di qualche secolo, quattro o cinque al massimo, tutto quello che rimarrebbe a testimonianza della città sarebbero i suoi elementi meno deperibili: alluminio, acciaio e plastica. Un bel bagno di umiltà nella proverbiale acqua cheta che rovina i ponti.
Senza farsi trascinare da queste suggestioni apocalittiche alle quali ha ampiamente attinto la fantascienza, credo sia esperienza comune il senso di straniamento e di disorientamento che coglie chi si trovi a passare per un luogo abbandonato a se stesso. Che sia un edificio o un’intera città fantasma, ogni qualvolta incontriamo un paesaggio umano svuotato della presenza dell’uomo e riconsegnato allo scorrere del tempo, ci misuriamo con un limite, tecnico, ma ancor più di senso. Quello che consideriamo solido, durevole ed eterno, misurato con il metro della durata della nostra vita, ci appare tutto d’un tratto fragile e sottoposto alle stesse regole che danno forma e limiti alla nostra esistenza. Così, come a un funerale, ci confrontiamo con il limite della morte, di fronte a un palazzo in rovina ci confrontiamo con un’analoga disconnessione di senso. Quello che aveva un valore economico, uno scopo produttivo, un senso sociale, svuotato di questi elementi propriamente umani ci appare nella sua materialità più brutale.
Forse è proprio questo che rende le macerie così oscene e affascinanti al tempo stesso. Oscene perché sono una facile e immediata metafora della decadenza e della morte; affascinanti perché sono spazi sospesi, al di fuori del tempo ordinario, che aprono finestre su altri tempi, altre storie. Basta una veloce ricerca su internet per trovare decine e decine di siti dedicati a luoghi abbandonati e riconsegnati a un tempo altro, che coagulano centinaia di appassionati, di turisti della decadenza. Quasi una Lonely Planet dell’abbandono.
Questa vicenda comincia dalle macerie di un’altra storia, una storia di ascesa e declino.
1 A. Weisman, Earth Without People, «Discover Magazine» 26, Febbraio 2005; A. Weisman, The World Without Us, Thomas Dunne Books/St. Martin’s Press, New York, 2007

Leonessa d’Italia

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia lëonessa d’Italia
beverata nel sangue nemico.
Giosuè Carducci, Alla Vittoria, in Odi Barbare, 1877
Flashback. Brescia, primo aprile 1849. Dopo dieci giorni di eroica resistenza, la città cede all’esercito austriaco. Gli austriaci si scatenano in saccheggi e massacri per vendicarsi di quella piccola città che aveva avuto il coraggio di ribellarsi all’imposizione della loro autorità e la forza di resistere così a lungo ai loro cannoneggiamenti. Quel coraggio e quella forza (e oltre mille morti) valsero alla città l’epiteto di “Leonessa d’Italia”2. Alla Prima Guerra di Indipendenza seguono la Seconda, le imprese garibaldine e l’Unità d’Italia e, finalmente, un mezzo secolo di pace.
Gli anni a cavallo tra la fine del 1800 e la Prima Guerra Mondiale sono anni di sviluppo economico per l’Italia che prova, in modo disomogeneo, a diventare un paese industriale. In quegli anni il terr...

Indice dei contenuti

  1. Indice
  2. Yourself di Roberto Massini, Roberto Ricca, Cristian Zambelli
  3. Cristian Zambelli
  4. Roberto Massini
  5. Roberto Ricca
  6. Fotografi dell’invisibile di Laura Davì
  7. Ex Metallurgica Tempini (storie, luoghi e persone) di Andrea Panizza
  8. Biografie
  9. Segui emuse