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Informazioni su questo libro
Di fronte al titolo di questo libro viene spontaneo domandarsi: qual è questa ragione?
La prima risposta è strettamente connessa alla meravigliosa duttilità dell'immagine fotografica.
Le altre ragioni che hanno portato l'autrice, Loredana De Pace, a riflettere sulla fotografia, sono raccontate in ciascuno dei dieci capitoli attraverso le immagini, le considerazioni, gli interrogativi, gli approfondimenti, pagina dopo pagina.
Dieci i capitoli, dieci i ragionamenti su altrettanti temi che la fotografia sfiora, tocca, attraversa.
Nate anche attraverso il lavoro corale di autorevoli menti (sociologi, psicologi, filosofi, direttori di festival e di musei, esperti di fotografia) che, a vario titolo, hanno partecipato alla riflessione, le pagine si sono riempite di considerazioni, domande e forse anche di qualche risposta.
Ma soprattutto, della possibilità di sviluppare una personale visione e coltivare senso critico, partendo ciascuno dalla propria ragione.
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Informazioni
Loredana De PaceTUTTO PER UNA RAGIONE Dieci riflessioni sulla fotografia

Capitolo 1La fotografia felice
Insomma, che c’è da ridere? Siamo circondati. Eppure, certe immagini che qui raggruppiamo sotto il nome di fotografia felice rispondono a questa condizione di disagio collettivo chiedendo ausilio all’ironia, all’intelligenza creativa, con una certa dose di surrealismo per tornare a una dimensione di leggerezza e arrivare agli occhi di tutti.

L’illustrazione di questa copertina del settimanale «Internazionale» è di Richard Turley, da una foto di Dan Hallman (Invision/Ap/Ansa). Turley è un grafico britannico che nel 2009 ha collaborato con Mark Porter al nuovo progetto grafico di «Internazionale» e che, dopo aver lavorato al “Guardian”, a Bloomberg «Businessweek» e a Mtv, oggi lavora per l’agenzia Wieden+Kennedy.
Quando ho cominciato a scrivere questo libro, Donald Trump era stato eletto da poco e, alcune settimane dopo l’insediamento, ossia nel febbraio 2017, il settimanale «Internazionale» aveva pubblicato una copertina coraggiosa e innovativa per la sua struttura grafica e per i contenuti.
Lo strillo era eloquente: «L’era della rabbia.»
È vero, il momento storico è di quelli nei quali è più semplice individuare buone ragioni per prendersela con qualcuno (ma non con se stessi, naturalmente). Però, altrettanto giusto – e pure più salutare – sarebbe impegnarsi nella ricerca di nuove risorse, persino in situazioni così complesse come quelle imposte dalla storia di tutti i giorni, quella nostra insomma.
Il 2016 è stato l’anno della Brexit, in Italia non si vota da troppo tempo, oltreoceano abbiamo detto chi è al potere e i muri continuano a essere costruiti e pensati. Siamo nell’era dei tir che sfondano le transenne e seminano panico e morte, la soglia di attenzione è generalmente molto bassa, i social network ingoiano fotografie alla velocità della luce, il disinteresse collettivo è altissimo, la voglia di approfondire è poca (anche se esistono fortunati casi che possono smentirmi. Se li conoscete, fatelo, vi prego!).
Insomma, che c’è da ridere? Siamo circondati. Eppure, certe immagini che qui raggruppiamo sotto il nome di fotografia felice rispondono a questa condizione di disagio collettivo chiedendo ausilio all’ironia, all’intelligenza creativa, con una certa dose di surrealismo – la realtà così com’è proprio non basta più – per tornare a una dimensione di leggerezza e arrivare agli occhi di tutti.
Ma attenzione, questa operazione concettuale non è affatto sciocca e non produce risultati banali, se doverosamente pensata.
Tutt’altro: l’idea è quella di servirsi della fotografia tradizionale e chiedere in prestito altre dimensioni del vedere per riavvicinare la fotografia al mondo, per trasmettere messaggi importanti in modo semplice, per parlare degli stessi argomenti con una lingua alternativa, per stupire chi si aspetta di vedere in un’immagine, ad esempio, le due sole dimensioni proprie della fotografia e, invece, ne trova tre. E ancora, per far posare nuovamente e davvero l’attenzione sull’immagine e sul suo contenuto, vista la mole sconfinata di fotografie che vediamo tutti i giorni. Insomma, per dire le stesse cose con strumenti diversi, anche con l’aiuto del disegno o del video, ad esempio.
Questa formula comunemente riconosciuta come “contaminazione”, ibridazione del linguaggio fotografico (e qua, i puristi storcano pure il naso), non è certo cosa nuova.
Quando in queste pagine parlo di fotografia felice e di manipolazione delle immagini che non si fermano alla “semplice” rappresentazione del reale, ma che col reale instaurano un fitto dialogo attraverso lo spazio e altre forme espressive, non mi riferisco a tutta la sfera del digital imaging, della postproduzione o dell’assemblaggio (leggi pure collage digitale), perché servirebbe un libro intero solo per questo argomento. Ce ne sono di tutti i tipi, basti guardare le sezioni specifiche dei migliori concorsi di fotografia.
Tanto per fare un paio di esempi relativamente vicini, cito due premi internazionali, uno di matrice austriaca, il Trierenberg Super Circuit, e l’altro di matrice catalana, il Trofeu Torretes, nei quali è facile trovare una significativa quantità di questo genere di immagini.
Prima di procedere, un passo indietro è doveroso: chi sceglie questa strada si serve di un meccanismo mentale e interpretativo certamente avanguardistico che ha radici lontane.
A modificare l’approccio all’immagine (a tutto tondo) ci hanno pensato nel lontano Ottocento quegli artisti che, pur non essendo fotografi, avevano un atteggiamento molto fotografico nel riportare sulla tela i colori che vedevano durante le loro sedute en plein air.
Erano gli Impressionisti, i refusés, ossia i pittori rifiutati dai saloni ufficiali, proprio per il loro modo “oltraggioso” di dipingere, che riuscirono a esporre per la prima volta autonomamente nel 1874, manco a dirlo, proprio nello studio di uno dei primi grandi fotografi della storia, Nadar.
Oltraggiosi, dicevamo, ma anche molto coraggiosi, avanguardisti sono stati questi signori Impressionisti, veri apripista della modernità. Un ardire, il loro, al quale hanno creduto molti altri da lì in avanti.
Insomma, è storia vecchia e non comincia nemmeno con la fotografia. Fatto sta che ultimamente il bisogno di uscire dalla definizione classica dell’immagine fotografica è diventato sempre più urgente e collettivo. Perché?
Questo modo di fotografare:
- avvicina più facilmente il fruitore anche quando non è un intenditore. Ciò consente a un pubblico più vasto anche solo di guardare e incuriosirsi;
- mette in comunione più forme d’arte che si alimentano vicendevolmente e questo assume un valore di esempio di fattibilità di un dialogo universale a partire dalle espressioni artistiche che nella storia hanno sempre avuto un ruolo di collettore del sociale;
- fa divertire e coinvolge all’inverosimile.
Ecco la parola chiave: divertimento.
Questo tipo di fotografia attiva meccanismi diversi del pensiero, per forza di cose perché, a parte qualche caso ante litteram, sin dagli albori dell’invenzione del mezzo (1839), sono stati prodotti fiumi di immagini che ricordiamo stampate e incorniciate, di conseguenza siamo poco abituati a decodificare in modo intuitivo segnali di ibridazione che si servono della terza dimensione o di altre forme d’arte vicine alla fotografia e conserva quella dose di leggerezza tale da trasmettere fluidamente qualsiasi messaggio, ampliando il ventaglio di possibili fruitori. Non ci credete?
Nel novembre 2016 ho curato la mostra del fotografo Giulio Cerocchi, professionista milanese classe 1952, che ritroveremo come narratore in un altro capitolo. Il progetto intitolato Il silenzio della parola, il rumore della carta esposto al Teatro Franco Parenti e ...
Indice dei contenuti
- Tutto per una ragione. Dieci riflessioni sulla fotografia