Lo Stato Islamico. Origini e sviluppi
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Lo Stato Islamico. Origini e sviluppi

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Cosa è l'ISIS? Rappresenta una minaccia concreta per gli Stati del Medio Oriente e per l'Occidente?Cosa c'è dietro gli attentati e gli atti di efferata violenza che stanno interessando il Medio Oriente e l'Europa?Lo Stato Islamico. Origini e sviluppi cerca di rispondere a queste domande, presentando una panoramica dei fattori storici e geopolitici che hanno favorito l'ascesa nel mondo arabo di formazioni di stampo islamista. In particolare il testo indaga le radici e gli sviluppi dello Stato Islamico, noto anche come ISIS, che negli ultimi anni ha avuto un'espansione e un seguito tale da alterare gli equilibri politici e sociali di tutta l'area mediorientale.Umberto Profazio ci aiuta a ricostruire i complessi intrecci tra divisioni etniche e religiose, ambizioni politiche e interessi economici che stanno ridisegnando la geografia della regione mediorientale, oltre a influenzare anche gli equilibri della politica internazionale.

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Capitolo 1
La crisi irachena

1. Le particolarità del caso iracheno

Non si può descrivere lo Stato Islamico senza prendere in considerazione il contesto nel quale è nato e si è sviluppato. La crisi irachena ha infatti creato le condizioni per un lungo periodo di incubazione del fenomeno jihadista che si è manifestato pienamente nel corso del 2014. L’Iraq offriva, e offre tuttora, le premesse indispensabili per la proliferazione di gruppi estremisti e fondamentalisti. La presenza di diverse etnie e confessioni, un debole potere statale (eredità dell’invasione americana) e scarse condizioni di sicurezza hanno infatti costituito il terreno ideale per la nascita dello Stato Islamico, o quanto meno per il suo rapido sviluppo.
Da un punto di vista storico-geografico, il Paese risulta situato in un’area corrispondente all’incirca all’antica Mesopotamia, nel cuore del Medio Oriente, confinante con l’Iran a est, con Kuwait e Arabia Saudita a sud, con Giordania e Siria a ovest e con la Turchia a nord. La sua posizione strategica e la ricchezza delle sue risorse petrolifere ne hanno fatto uno degli Stati più importanti della regione. Indipendente dal 1919, l’Iraq restò sotto la tutela britannica fino al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando la monarchia di Faisal I riuscì ad affermare il suo potere. Il colpo di stato del 1958 segnò il passaggio dalla monarchia alla repubblica sotto la guida di Abd al-Karim Qasim, ma l’instabilità emerse sin da subito come una costante della storia irachena: a partire dal 1963, infatti, diversi colpi di stato hanno portato all’insediamento di un regime autoritario sotto il dominio del partito Ba’ath, la cui ideologia socialista, nazionalista e pan-araba rispondeva bene al diffondersi del nasserismo5 nella regione.
L’avvento al potere di Saddam Hussein nel 1979 coincise con la rivoluzione islamica in Iran. Rivalità storiche, alimentate anche da differenze etniche e religiose, assieme alla volontà di rafforzare la propria influenza in ambito regionale, furono all’origine della guerra tra i due Paesi, durata dal 1980 al 1988, e terminata senza un esito chiaro. Pochi anni dopo, nel 1990, a seguito dell’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene scoppiò un nuovo conflitto. La Prima Guerra del Golfo (1991) fu la reazione della comunità internazionale all’atto di aggressione di Saddam Hussein e fu vinta dalla coalizione guidata dagli USA e comprendente forze di altri Paesi occidentali e della regione. Il conflitto, uno dei primi test che la comunità internazionale dovette affrontare nel mondo post-bipolare, non provocò la caduta del dittatore iracheno ma lasciò in eredità una serie di sanzioni economiche contro il regime. Saddam Hussein fu destituito invece nel 2003, a seguito di un nuovo intervento internazionale sempre a guida statunitense, in seguito al quale l’Iraq fu trasformato in una repubblica parlamentare. L’approvazione della nuova Costituzione, avvenuta nel 2005, ha consentito, oltre alla nascita di un sistema parlamentare, anche l’istituzione di uno stato federale, articolato su tre macro-regioni: al nord la Repubblica Autonoma del Kurdistan iracheno; al centro, attorno alla capitale Baghdad, i governatorati (province) a prevalenza sunnita, e a sud una regione a maggioranza sciita.
Come è evidente da questa breve ricostruzione storica, l’Iraq è un Paese fortemente instabile. Le frequenti crisi di cui ha sofferto negli ultimi anni hanno offerto condizioni favorevoli per lo sviluppo del terrorismo. Tuttavia, è soprattutto sotto la dimensione sociale che l’Iraq presenta le maggiori criticità. La transizione dalla dittatura alla democrazia parlamentare è risultata difficile principalmente a causa dell’eterogeneità etnico-religiosa del Paese. Anche se il 97% della popolazione professa la fede musulmana, la suddivisione interna tra sunniti e sciiti è fonte di notevoli tensioni. Le differenze tra le due confessioni si manifestano principalmente nelle diverse appartenenze politiche. L’identificazione dei sunniti e degli sciiti con le diverse classi dirigenti che si sono susseguite nel tempo rappresenta infatti un ulteriore ostacolo, di tipo politico, a una effettiva riconciliazione nazionale. Nonostante i sunniti rappresentino una minoranza (all’incirca il 34,5% della popolazione), essi infatti hanno dominato la scena politica del Paese durante la dittatura di Saddam Hussein, che riservava loro i principali posti all’interno delle istituzioni.
La situazione si è completamente rovesciata dopo la caduta del regime ba’athista, quando l’adozione di un sistema di tipo rappresentativo ha consentito alla maggioranza sciita (pari al 62,5% della popolazione) di conquistare il potere. Ciò ha causato il risentimento della minoranza sunnita, sentitasi emarginata e vittima di atteggiamenti persecutori e discriminatori, tipici delle situazioni post-conflittuali. Accanto alla suddivisione confessionale, risulta inoltre presente una differenziazione etnica importante, rappresentata dalla presenza di una cospicua minoranza curda nel nord del Paese.
5 Gamal Abdel Nasser, colonnello dell’esercito egiziano, prese il potere a seguito del colpo di Stato degli Ufficiali Liberi il 25 luglio 1952. Dopo aver sostituito il generale Neguib, promosse una politica regionale basata sul socialismo arabo e sul panarabismo, divenendo uno dei leader più influenti della sua epoca.

2. Dal disimpegno americano alle elezioni del 2014

Tutte le tensioni e le forti contrapposizioni presenti nel panorama iracheno, sedimentatesi da diversi anni e accumulatesi a seguito delle frequenti crisi, hanno avuto occasione di emergere in tutta la loro gravità quando le truppe americane lasciarono il Paese nel dicembre 2011, dopo una presenza durata otto anni. A seguito infatti dell’intervento del 2003, per rovesciare il regime di Saddam Hussein, gli Stati Uniti hanno mantenuto in Iraq una presenza costante, incrementata più di una volta per rispondere alle esigenze di sicurezza dello Stato iracheno. Dai 125.000 uomini del marzo 2003 si è passati ai 170.000 del 20076, per contrastare l’ondata di violenza settaria scoppiata nel Paese a seguito dell’attacco contro il santuario sciita di Samarra. Si trattava del cosiddetto surge, termine utilizzato per la prima volta dal comandante americano in Iraq David Petraeus per contrastare l’aumento del fenomeno terroristico nel Paese. Gli effetti furono positivi, tanto che lo stesso Petraeus consigliò di iniziare il ritiro già nell’anno seguente. Il cambio di presidenza americana nel 2008 accelerò questa operazione che fu completata con successo tre anni dopo.
Il ritiro americano avvenne nel momento in cui Washington credeva che la situazione in Iraq si fosse completamente stabilizzata. Dal punto di vista della sicurezza, infatti, il numero di attacchi terroristici (e soprattutto di vittime da questi provocate) era in costante diminuzione. Il surge americano aveva avuto effetti importanti nel contrasto al fenomeno terroristico. Ma soprattutto, lo scontro settario in Iraq sembrava essersi fermato, grazie anche al raggiungimento di un certo equilibrio di tipo politico tra le varie comunità. A seguito delle elezioni del 2010, infatti, le modalità di formazione della maggioranza parlamentare avevano fatto credere che le dinamiche politiche irachene potessero ormai considerarsi mature. Ciò era vero soprattutto per il cosiddetto “compromesso di Erbil”, l’accordo raggiunto nello stesso anno nella capitale della Regione Autonoma del Kurdistan, che aveva garantito l’equilibrio della rappresentazione delle diverse comunità etnico-confessionali all’interno delle istituzioni. In base a tale accordo, infatti, la carica di Primo Ministro spetta a un rappresentante della comunità sciita, come già detto, maggioritaria nel Paese; quella del Presidente della Repubblica a un rappresentante curdo; quella di Presidente della Camera dei deputati a un rappresentante sunnita7. Al termine delle lunghe consultazioni per la formazione del governo iracheno, il risultato che ne è conseguito nel 2010 fu che la Presidenza del Consiglio dei Rappresentanti, ossia del Parlamento iracheno, andò al sunnita Osama al-Nujaifi della coalizione Iraqiya8; la Presidenza della Repubblica irachena fu riconfermata ad appannaggio del curdo Jalal Talabani, dell’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK); e la poltrona di Primo Ministro, la carica più importante del Paese per compiti e funzioni, andò nuovamente a Nouri al-Maliki9.
Tuttavia, la stabilità del nuovo assetto entrò immediatamente in crisi. Il 15 dicembre 2011, infatti, il giorno stesso della cerimonia per il ritiro degli ultimi soldati statunitensi tenutasi a Baghdad, il vice-Presidente della Repubblica Tariq al-Hashemi venne accusato di terrorismo, le sue guardie del corpo arrestate e sottoposte a interrogatori e la sua residenza nella capitale circondata. Al-Hashemi, di etnia sunnita, fu accusato di aver guidato squadroni della morte, colpevoli dell’assassinio di numerose personalità sciite durante l’apice dello scontro settario a Baghdad. Tale accusa costrinse al-Hashemi a riparare prima a Erbil, nel Kurdistan iracheno, successivamente all’estero, in Qatar e poi in Turchia dove dovrebbe risiedere tuttora. Il 9 settembre 2012 al-Hashemi fu giudicato colpevole in contumacia e condannato a morte da un tribunale iracheno. Lo stesso giorno una serie di attentati terroristici colpì Baghdad e diverse città irachene, causando almeno 108 morti e 371 feriti. L’attentato fu rivendicato dallo Stato Islamico dell’Iraq.
Al-Hashemi non fu l’unico esponente sunnita accusato di terrorismo o, secondo quanto ha affermato egli stesso, vittima delle politiche discriminatorie del governo di al-Maliki. Anche l’ex Ministro delle Finanze Rafi al-Issawi fu perseguito dalle autorità con le stesse modalità: dieci delle sue guardie del corpo furono arrestate il 20 dicembre 2012, durante un raid delle forze di sicurezza alla ricerca di informazioni sul coinvolgimento del Ministro in atti di terrorismo. Lo stesso al-Issawi è stato obiettivo di un attacco terroristico il 13 gennaio 2013, dal quale è riuscito a uscire incolume. Tuttavia, dopo pochi giorni, è stato costretto a dimettersi dal suo incarico.
Si potrebbero citare molti altri episodi che hanno contribuito a esacerbare il clima politico nel Paese, come ad esempio l’arresto e la successiva condanna a morte del deputato parlamentare sunnita Ahmed al-Alwani, per la presunta uccisione di due soldati10. È importante osservare che a seguito di questi episodi, si sono moltiplicate le proteste della popolazione, in particolare nelle aree a prevalenza sunnita. I dimostranti chiedevano la fine delle discriminazioni, la liberazione dei pr...

Indice dei contenuti

  1. Indice
  2. Introduzione
  3. Capitolo 1 La crisi irachena
  4. Capitolo 2 Da al-Qaeda in Iraq all’ISIS
  5. Capitolo 3 Lo Stato Islamico
  6. Capitolo 4 La reazione internazionale
  7. Conclusioni
  8. Glossario
  9. Appendice
  10. Biografia
  11. Segui emuse