Un incantevole sogno di felicità
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Un incantevole sogno di felicità

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Un incantevole sogno di felicità

Informazioni su questo libro

Alla scoperta della felicità attraverso la lettura di un autore straordinario: Vladimir Nabokov. Un incantevole sogno di felicità è un viaggio nelle opere e nella vita di Vladimir Nabokov, alla ricerca di un filo luminoso di felicità, di "perfetta felicità". Lila Azam Zanganeh, creativa studiosa e raffinata scrittrice ci conduce, muniti di mappe, specchi e lenti, in un viaggio attraverso l'immaginario nabokoviano, una passeggiata letteraria ricca di spunti concreti e immaginari. Attraverso 15 capitoli si snodano sinuosamente 15 idee di felicità legate al tempo, all'amore, all'America, alla lettura, alla sensualità, un percorso sensoriale sostenuto dalle citazioni nabokoviane accuratamente scelte da Lila Azam Zanganeh. "Naturalmente, all'inizio può sembrare spiazzante celebrare la felicità secondo Nabokov, uno scrittore tanto spesso associato al malessere morale e sessuale. Eppure io sono convinta che lui sia lo scrittore della felicità per eccellenza." Il testo è ricco di citazioni dalle opere di Nabokov, ricomposte attraverso una prosa sofisticata in un mosaico, alla ricerca della gioia che si può trovare nei dettagli della vita illuminata dalla luce della letteratura; per "reincantare il mondo" e trasformare la passione verso un autore in un possibile cammino verso la felicità.

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Informazioni

Editore
emuse
Anno
2014
eBook ISBN
9788898461196

1. L’irrefrenabile felicità di un sognatore
(dove lo scrittore muore in un libro incompiuto e il lettore si imbarca in una ricerca postuma per rintracciarlo)

Mai raggia la luna
Che non mi porti sogni...
N.webp
abokov morì il 2 luglio 1977. Io avevo dieci mesi. Più di seicento chilometri ci avevano separato. In poche parole, eravamo partiti sotto una cattiva stella. Lui avrebbe ignorato per sempre la mia misera esistenza. Solo quattro mesi prima che io nascessi, Nabokov sentì che la morte era vicina. Aveva appena compiuto settantasette anni. Il 24 aprile 1976, per essere precisi, scrisse nel suo diario: «All’una del mattino mi sono svegliato dopo un breve sonno in preda a una orribile angoscia, di quella che ti prende quando senti che è arrivato il momento. Ho gridato
piano, sperando di svegliare Véra nella stanza accanto, ma senza riuscirci (perché in fondo mi sentivo piuttosto bene)».
Nabokov aveva sempre avuto problemi di sonno, ma gli anni adesso pesavano, e nemmeno le pasticche più potenti riuscivano ad ammansire i suoi fantasmi. Restava sveglio gran parte della notte, disteso nel letto, tormentato dalla sua immaginazione che vorticava nel buio. Man mano che l’effetto delle pillole aumentava, Nabokov iniziò persino a soffrire di strane allucinazioni e dovette subito buttare le insidiose compresse. Ma la cosa peggiore era, ogni sera, l’ansia strisciante per le lunghe ore che gli si dispiegavano davanti.
L’estate precedente, in una tarda mattinata del luglio 1975, per la primissima volta, durante una battuta di caccia alle farfalle su un pendio alpino, Nabokov era caduto, era scivolato per quattrocento metri e la sua rete era rimasta impigliata tra i rami di un abete. Avanzando con cautela verso l’albero nel tentativo di recuperarla, era scivolato di nuovo e non era più riuscito ad alzarsi. La situazione generò – come spesso gli capitava in situazioni assurde – un irrefrenabile attacco di risate, così viscerale che le persone nella funivia che passava sopra la sua testa pensarono si fosse tranquillamente sdraiato per godersi il sole pomeridiano. Solo quando il macchinista lanciò a Nabokov una seconda occhiata gli nacque il sospetto di un incidente e chiese che venisse portata una barella, due ore e mezza dopo la caduta. Sebbene Nabokov non fosse ferito in modo preoccupante, la sua rete sarebbe rimasta per sempre attaccata al ramo, «come la lira di Ovidio», annotò in seguito. Una frattura invisibile si era inavvertitamente aperta. Nabokov, il quale aveva combattuto contro la prigione del tempo fin dal primo istante della sua vita che riuscisse a ricordare, adesso sentiva l’assalto degli anni. Uno «shock orribile» scrisse.
Quell’autunno, un tumore alla prostata richiese l’anestesia totale, la quale, per uno scrittore dalla consapevolezza spiccata come lui, equivaleva né più né meno che a un’irrisione della natura mortale dell’uomo – l’umiliazione di eterizzare i sensi come in una prova della morte in scala ridotta. Inoltre, la sua insonnia era diventata cronica, e lui era sorprendentemente agitato. Incapace di sopportare il limbo della convalescenza, e nonostante i ripetuti ammonimenti dei medici, Nabokov riprese anche il romanzo che aveva interrotto, L’originale di Laura, sulle schede bianche 7×12 che usava da sempre. L’anno precedente aveva sentito la prima, piccola vibrazione: «Ispirazione. Insonnia luminosa. Il profumo e la neve delle amate pendici alpine. Un romanzo senza un Io, senza un Lui, ma con il narratore, l’occhio che vaga, e che sottende tutto».
Nell’aprile 1976, al Montreux Palace Hotel, Véra e Vladimir brindarono felici al settantasettesimo compleanno di Nabokov; in quel periodo, lui scriveva cinque o sei schede ogni pomeriggio. Da allora in poi, tuttavia, avrebbe subito una lunga serie di colpi. Qualche tempo più tardi, quello stesso anno, cadde sbattendo la testa e da allora iniziò a camminare con visibile difficoltà, e a risentire di terribili dolori alla schiena e febbri ricorrenti. Una misteriosa infezione sembrava perseguitarlo e lo costrinse più volte al ricovero in cliniche o ospedali svizzeri. E lì, per ingannare il tempo, Nabokov leggeva gran parte del giorno: una nuova guida alle farfalle del Nord America e un’eccellente traduzione letterale dell’Inferno di Dante. Ma soprattutto, in perfetto stile nabokoviano, leggeva a se stesso il romanzo che nella sua mente aveva la stessa lucentezza di un vetro colorato, l’ancora incompiuto Originale di Laura. Quasi tutte le mattine, in uno stato molto vicino alla trance, leggeva e perfezionava il suo manoscritto. Come aveva fatto con tutti i romanzi precedenti, anche stavolta Nabokov prima di mettere il suo lavoro su carta, lo vedeva prender forma nella sua mente, come la bobina di un film che poi sviluppava sulle sue schede immacolate. Quando era solo nella sua stanza di ospedale lo declamava addirittura, come poi annotò, a «un piccolo pubblico di fantasia in un giardino circondato da mura. Nel mio pubblico c’erano pavoni, piccioni, i miei genitori morti da tempo, due cipressi, alcune giovani infermiere chine su di me, e un medico di famiglia così vecchio da essere quasi invisibile».
A luglio inoltrato, Nabokov stava riguadagnando terreno sulla vita. Ma era consapevole che quella era l’unica estate, in quasi vent’anni, trascorsa senza andare a caccia di farfalle. Alla fine di settembre, tornato nella sua stanza di albergo, era estremamente debilitato. Confessò a sua moglie di non gradire troppo gli ospedali. «Solo perché tu non ci sei. Non mi dispiacerebbe viverci se potessi averti con me, nasconderti nel mio taschino e tenerti accanto». Eppure, nonostante Véra fosse al suo fianco, dopo tanti mesi di malattia, un’orribile fiacchezza si era impossessata di lui. L’originale di Laura era ormai quasi compiuto nella sua mente, ma con suo grande sconforto, Nabokov era troppo esausto per scrivere. E quando il solito giornalista ficcanaso gli chiese del suo regime alimentare, lui scherzò: «Il mio regime letterario è più raffinato, ma due ore di meditazione, tra le due e le quattro del mattino, quando l’effetto del primo sonnifero svanisce e quello del secondo non è ancora iniziato, e una sessione di scrittura nel pomeriggio, sono sufficienti per il mio nuovo romanzo». Alla fine di febbraio 1977, annunciò che non appena il vento fosse cambiato avrebbe fatto un viaggio nelle amate regioni occidentali degli Stati Uniti. Nella primavera dello stesso anno, sognava ancora ardentemente di andare in Israele dove, fantasticava, avrebbe finalmente potuto osservare da vicino le farfalle del Medio Oriente (dieci anni prima aveva detto: «Ho anche intenzione di raccogliere farfalle in Perù e in Iran prima di impuparmi»). Ma il suo passo, così energico due estati prima, adesso era quello di un uomo anziano, e Nabokov era sopraffatto dalle gravose attività letterarie che si era imposto: revisionare le imperfette traduzioni dei suoi precedenti romanzi, e conferire a Laura una forma terrena. Gli amici erano perplessi davanti alla vista di un Nabokov indebolito. Véra manteneva, agli occhi di tutti, la stessa composta facciata di sempre.
Di lì a poco, sembrò che lo stato d’animo di Nabokov si risollevasse, sebbene nel marzo del 1977 il suo diario documenta un’altra nefasta ricaduta: «Tutto inizia daccapo». Due mesi dopo, tornato alla sua scrivania, riprese a lavorare alacremente a Laura, di tanto in tanto faceva scherzi agli amici più cari che andavano a trovarlo. Il 18 maggio, tuttavia, annotava con una grafia ormai quasi illeggibile: «Lieve delirio, temp. 37,5°. È possibile che ricominci tutto daccapo?». Concentrarsi si stava rivelando quasi impossibile, e una fatidica sera Nabokov il “lessicomane”, per la prima volta in tutta la sua vita, perse a una partita a Scarabeo russo con sua sorella Elena. Nel giro di qualche settimana, fu colpito da febbri alte e violente e venne trasferito in un ospedale di Losanna. Fu lì che Véra riferì in tono severo e conciso a uno sbigottito dottore, che le annunciava fiducioso la prossima guarigione di Nabokov, che per quanto poteva saperne suo marito stava morendo.
In quegli ultimi giorni, Dmitri ricorda suo padre sussurrargli quanto fosse orgoglioso che suo figlio si accingesse a raggiungere Monaco per il suo debutto all’opera. Ricorda quelle ore passate nella città tedesca come le più felici di tutti gli anni che sarebbero venuti, semplicemente perché «papà esisteva ancora». Eppure, al suo ritorno, notò un’ombra di rassegnazione nello sguardo del padre. «A tratti» scrisse Dmitri tempo dopo «si poteva anche immaginare quale profondo dolore dovesse provare al pensiero di essere d’un tratto tagliato fuori da una vita in cui anche i più minuti dettagli erano stati fonte di gioia, da un processo creativo ancora in piena attività».
Véra disse quasi incidentalmente che non considerava la morte come la fine di tu...

Indice dei contenuti

  1. Indice
  2. Perché leggere questo libro o qualsiasi altro libro?
  3. Un incantevole sogno di felicità
  4. Prologo
  5. 1. L’irrefrenabile felicità di un sognatore (dove lo scrittore muore in un libro incompiuto e il lettore si imbarca in una ricerca postuma per rintracciarlo)
  6. 2. La felicità nel puntino luminoso di un ricordo (dove lo scrittore ricattura il tempo e il lettore estrae uno specchio)
  7. 3. Felicità, o almeno parte di essa (dove lo scrittore si sente profondamente invaghito e il lettore si rivela una specie di segugio)
  8. 4. Una vampata di felicità (dove lo scrittore parla dell’unica cosa reale al mondo e il lettore diventa piuttosto loquace)
  9. 5. Riepilogo della felicità di sei cappellai matti (dove lo scrittore e altri si i nnamorano follemente e il lettore si addormenta)
  10. 6. Felicità attraverso un abisso diafano (dove lo scrittore perde tutto ciò che abbia mai avuto e il lettore parte per la tangente)
  11. 7. Felicità in senso antiorario (dove lo scrittore inventa il paradiso e il lettore vi si fionda a capofitto)
  12. 8. Scrivere sulla felicità: una guida pratica (dove lo scrittore scarabocchia estatico e il lettore sbircia da sopra le spalle)
  13. 9. Dettagli di felicità di varia natura (dove lo scrittore mette in vetrina la sua letteratura e il lettore mostra commenti illuminanti)
  14. 10. Felicità di aprile in Arizona (dove lo scrittore scopre una luminosa america di sogno e al lettore viene concessa un’intervista esclusiva)
  15. 11. Felicità naturale e innaturale (dove lo scrittore gode dell’incanto della natura e il lettore prova a imitarlo)
  16. 12. L’avventura di un lettore attraverso la felicità (dove lo scrittore si ritira sullo sfondo e il lettore si fa coraggiosamente avanti)
  17. 13. Un «assaggio di felicità» (dove lo scrittore usa parole scintillanti e il lettore le ingurgita una per una)
  18. 14. La felicità attraverso lo specchio (dove lo scrittore spinge lo sguardo oltre i confini della vita e il lettore si concede un’occhiata furtiva)
  19. 15. Particelle di felicità (dove lo scrittore svela mille sfumature di luce e il lettore lo incontra ancora)
  20. Fonti
  21. Indice delle citazioni
  22. Indice delle fotografie
  23. Ringraziamenti
  24. Biografia
  25. Segui emuse