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La cavalleria appiedata
Il primo capitolo di Voyage au bout de la nuit – impiego per semplicità il termine “capitolo”, anche se le partizioni interne del romanzo, come è noto, non sono numerate, ma semplicemente indicate da spazi bianchi: sarebbe più corretto parlare di “sequenze” – racconta l’arruolamento del protagonista, Ferdinand Bardamu. Partito volontario al seguito di una fanfara militare, che osserva casualmente sfilare, seduto a un caffè di place Clichy, vede progressivamente scemare l’entusiasmo della popolazione, al passare del reggimento, e vacillare il fervore patriottico dei commilitoni. Ben presto i soldati si sentono «in trappola, come topi». Così si conclude il capitolo: «On était faits, comme des rats» (l’ineffabile traduzione italiana di Ernesto Ferrero rende: «Eravamo fatti, come topi» – roditori eroinomani?). I tre capitoli successivi, dal secondo al quarto, costituiscono la sezione propriamente bellica del capolavoro di Céline: quantitativamente molto ridotta, ma decisiva nel fondare la visione del mondo del protagonista e l’immaginario dell’intero libro, la sua antropologia romanzesca.
Siamo sul fronte della Mosa, nei primi mesi del conflitto. Il reggimento di Ferdinand è coinvolto all’incirca nelle stesse operazioni che hanno visto protagonista il 12° corazzieri di cui ha fatto parte, nella realtà storica, il brigadiere Louis Destouches: nell’agosto del 1914, ha un ruolo marginale nella cosiddetta “battaglia delle frontiere”; poi risale verso le Ardenne, entra in Belgio e in ottobre partecipa alla prima battaglia di Ypres (nelle cui vicinanze, a Poelkapelle, Destouches è rimasto ferito a fine ottobre). Ma il racconto è autobiografico in misura alquanto ridotta: non solo per Ferdinand la guerra è da subito un’«imbécillité infernale», del tutto incomprensibile («La guerre en somme c’était tout ce qu’on ne comprenait pas»), «Une immense, universelle moquerie», mentre le lettere ai familiari scritte dal sottufficiale che diventerà Céline sono testimonianza di un’adesione quasi sempre convinta alla retorica nazionalista e militarista («Tout va bien. Nous reviendrons couverts de lauriers»: 2 agosto 1914) – e infatti la ferita è conseguenza di un’azione pericolosissima, per cui Destouches, eroicamente, si è offerto volontario. Soprattutto, l’ordine cronologico dei frammenti di battaglia e delle peregrinazioni notturne di cui riferisce il romanzo è forzato e a tratti stravolto: se il percorso geografico (dalla Mosa a Ypres) e la successione storica (da agosto a ottobre) ricalcano la realtà, più significative appaiono le frequenti incongruenze.
Il secondo capitolo del Voyage inizia così: «Une fois qu’on y est, on y est bien. Ils nous firent monter à cheval et puis au bout de deux mois qu’on était là-dessus, remis à pied. Peut-être à cause que ça coutait trop cher». Quella “delle frontiere” è battaglia per molti versi ancora “classica”, guerra di movimento: solo alla fine dell’autunno il fronte si immobilizza e inizia la guerra di trincea – Céline, nel Voyage, racconta una Grande Guerra atipica. Tuttavia, fin dalle prime settimane del conflitto, la cavalleria è scarsamente utilizzata; intorno al 20 ottobre, poco prima di essere ferito, Destouches scrive ai genitori: «Peu de grosses charges mais en général une guerre d’embuscade où la mitrailleuse fait de terribles ravages». Anche prima di marcire nelle trincee, i soldati della Grande Guerra fanno i conti con un sistematico rovesciamento dei paradigmi della Western Way of War: imboscate e non scontri frontali; piccoli tafferugli e non battaglie decisive; niente contatto diretto con il nemico – di qui lo stupore di Ferdinand, nel Voyage: «Ce qu’on faisait à se tirer dessus, comme ça, sans même se voir, n’était pas défendu».
Soprattutto, la cavalleria rimane nelle retrovie, per poi essere, parzialmente e progressivamente, riconvertita in fanteria. E non certo perché costasse troppo, come sembra suggerire il narratore del Voyage: qui, come spesso, palesemente inaffidabile, oltre che incline a riportare ogni avvenimento a motivazioni economiche, allo scontro fra chi detiene il potere del denaro e chi ne subisce l’arroganza. Il fatto è che, del tutto inerme di fronte alla potenza di fuoco dell’artiglieria tedesca, destinata in caso di attacco a essere interamente falcidiata dalla mitraglia ancor prima di arrivare a contatto con le truppe nemiche, la cavalleria è semplicemente inutile. Per questo viene per lo più risparmiata. A fine settembre (in effetti, come dice il romanzo, «au bout de deux mois»), i primi reggimenti di corazzieri a cavallo vengono appiedati. La guerra tecnologica, in poche settimane, mostra l’obsolescenza dei reparti d’élite dell’esercito francese: con uno choc simbolico di portata decisiva, se è vero che la cavalleria aveva, tradizionalmente, nella nobiltà un serbatoio di reclutamento privilegiato (e ancora significativo all’inizio del Novecento); oltre a essere, nell’immaginario collettivo francese, emblema quasi mitico dell’eroismo nazionale. Alvaro Barbieri, rubando una battuta a un libro di Chatwin, ha osservato: «Vale per i cavalieri dell’età feudale la stessa massima che si applica ai mandriani e ai pistoleri delle grandi pianure americane: “un uomo appiedato non è un uomo”». Mutatis mutandis, qualcosa di simile dovevano pensare, magari inconsciamente, anche i soldati a cavallo del 1914.
È vero che già la guerra di Crimea, e poi quella franco-prussiana del 1870, avevano mostrato i limiti del combattimento a cavallo, sempre meno efficace nelle operazioni di sfondamento (e semmai ancora fondamentale per ricognizioni e collegamenti); tuttavia, per un corazziere francese ventenne, nutrito alla scuola reclute dai racconti delle più eroiche cariche a cavallo della storia patria (in primis napoleonica), e magari anche imbevuto di immaginario letterario (nei Misérables di Victor Hugo, usciti nel 1862, l’inutile e probabilmente sciocco sacrificio della cavalleria di Ney, a Waterloo, è avvolto, come tutti ricordano, in un alone epico: solo per due sfortunate contingenze – un fossato invisibile a distanza, l’arrivo della cavalleria prussiana – non cambia il corso della battaglia e della storia), per un corazziere al battesimo del fuoco, nei primi giorni della Grande Guerra, dicevo, era ancora ovvio pensare che la cavalleria avrebbe risolto le sorti del conflitto.
Così scrive, infatti, Louis Destouches ai genitori, il 3 agosto, da Loupement, nella piana della Woëvre, sulla Mosa: «on attirera l’ennemi probablement le plus près possible des forts qui sont derrière nous, Gironville, Liouville et le Camp des Romains, puis on utilisera leurs feux convergents pour les aplatir et ensuite on lancera pour achever la défaite la division de cavalerie dont nous faisons partie». Meno di dieci giorni più tardi, la realtà ha smentito brutalmente le previsioni. Il giovane Destouches ha potuto osservare il «travail désastreux», il «lavoro disastroso» compiuto dalle mitragliatrici tedesche sulle rive della Mosa: i cacciatori a piedi, così racconta intorno al 12 agosto, «tombent sur 4 mitrailleuses allemandes qui en fauchent 200 en deux minutes exactement à 700 mètres de nous. C’est affreux». Inoltre, ha avuto qualche notizia delle sconfitte subite dai francesi più a sud – i primi tre mesi sul fronte occidentale, conviene ricordarlo, sono i più cruenti dell’intera Grande Guerra: mai, nei quattro anni successivi, si registreranno altrettanti morti in così poco tempo. Racconta Destouches, nella stessa lettera ai genitori: «comme les Allemands fuient pour nous attirer dans leur tranchées, le colonel refuse le combat et nous regagnons nos cantonnements afin de ne pas faire comme le 7e et le 10e cuir de Lyon qui ont été complètement anéantis à Mulhouse». Se la cavalleria accetta il combattimento, va incontro a morte certa: per il reggimento di Destouches, la battaglia delle frontiere si risolve perciò in una defatigante, frustrante risalita verso nord.
Il nemico è quasi sempre invisibile; non così i suoi proiettili: che piovono di giorno e anche di notte, quando Louis – addetto, come poi Ferdinand, agli approvvigionamenti – si muove vicino alla linea del fronte per portare cibo al reggimento. La guerra prende una piega imprevista e il corazziere Destouches, come molti suoi commilitoni, ha una reazione contraddittoria, di cui sono testimonianza, ancora una volta, le lettere ai genito...