L’infanzia di Beethoven
Ludwig van Beethoven prendeva ogni giorno lezione di violino. Capitò che un giorno stesse suonando senza spartito, quando suo padre entrò e gli disse: «Che sciocchezze vai grattando qua e là? Sai bene che non lo tollero! Tieni le note davanti, o il tuo grattare ti servirà ben poco!».
Se per caso Johann van Beethoven (il padre) riceveva visite e in quel mentre sopraggiungeva Ludwig, quest’ultimo si metteva a gironzolare intorno al pianoforte e a suonare alcuni accordi con la mano destra. Il padre allora lo rimbrottava: «Cosa stai combinando di nuovo? Vattene, o ti becchi un ceffone».
Ma a lungo andare il padre iniziò a prestare attenzione quando lo sentiva suonare il violino. Un giorno che Beethoven stava nuovamente suonando a braccio senza spartito, il padre fece: «La vuoi smettere una buona volta? Mi pareva di essere stato chiaro!». Ma egli continuò e domandò: «Non è bello quello che suono?». Allora il padre disse: «Non è questo il punto. Non sei ancora in grado di fare di testa tua. Concentrati sul pianoforte e sul violino, impara ad attaccare per bene le note, che è ben più importante! Quando poi ci sarai riuscito, allora potrai e dovrai lavorare con la tua testa».
Quando divenne grandicello, Ludwig van Beethoven era spesso sudicio e indolente, tanto che un giorno Cäcilia (la figlia di Fischer) gli disse: «Sei di nuovo tutto sporco! Dovresti tenerti un po’ più in ordine!». Ed egli rispose: «E perché mai? Quando sarò diventato un signore, nessuno vi farà più caso».
Da un po’ di tempo la signora Fischer s’era accorta con grande meraviglia che le uova delle sue galline continuavano a calare di numero.
Un giorno sorprese nel pollaio Ludwig van Beethoven, che asserì d’esserci venuto per riprendere una pezzuola del fratello. «Ora capisco» fece la signora Fischer «perché le mie uova sono così poche.»
Ludwig rispose: «Oh signora, capita spesso che le galline smarriscano le uova. Quando le ritroverà, sarà ancora più felice! E poi ci sono anche le volpi, che pare siano abilissime nello sgraffignare le uova». La signora Fischer replicò: «Mi sa che anche tu sei una di queste volpi furbacchione. Chi sa mai dove andrai a finire!». E Ludwig: «Lo sa il cielo! Stando a quanto ha detto lei, per ora sono solo una volpe delle note!». «Delle note e delle uova!» concluse la signora Fischer. I due ragazzini scapparono via ridendo come due monelli. La signora Fischer rise a sua volta e lasciò correre la cosa come una semplice ragazzata.
Un mattino, Ludwig van Beethoven se ne stava alla finestra della sua camera, che dava sul cortile; teneva il capo tra le mani, e aveva uno sguardo molto serio. Cäcilia Fischer passò per il cortile e gli gridò: «Ludwig, come va?» ma non ottenne risposta. Più tardi gliene chiese conto, dal momento che «il silenzio è già una risposta». Egli rispose: «Oh no, scusami per prima: ero sprofondato in pensieri così belli, che non potevo assolutamente lasciarmi distogliere».
Beethoven e Mozart
Beethoven capitò a Vienna nella primavera del 1787 come giovane di grandi speranze, ma dovette rimpatriare dopo un breve soggiorno. In quell’occasione fu portato in visita da Mozart. Su richiesta di quest’ultimo, suonò un brano che però fu accolto piuttosto freddamente da Mozart, il quale lo ritenne un pezzo mandato a memoria giusto per fare mostra di sé. Beethoven se ne accorse, e lo pregò allora di suggerirgli un tema per una libera fantasia. Solito com’era a suonare in modo eccellente quando stuzzicato nel suo amor proprio, e stimolato per di più dalla presenza dell’illustre Maestro, ci mise tanto impegno e suonò in modo così meraviglioso che Mozart, dopo aver ascoltato con attenzione ed emozione sempre maggiori, si recò quatto quatto dagli amici nella stanza attigua e disse loro con grande fervore: «Tenete d’occhio questo giovane: un giorno farà parlare di sé il mondo».
Una volta, Beethoven e il famoso pianista Cramer passeggiavano per l’Augarten mentre vi si svolgeva una serata musicale, e ascoltarono l’esecuzione del Concerto per pianoforte in Do minore di Mozart. Beethoven si fermò di colpo, richiamò l’attenzione del suo compagno sul motivo che appare solamente verso la fine del brano, tanto meravigliosamente semplice quanto bello, ed esclamò: «Cramer, Cramer! Noi non saremo mai capaci di far qualcosa di simile!». E nel punto in cui il motivo viene ripetuto ed elaborato in una progressione, Beethoven teneva il tempo, facendo oscillare il corpo ora da una parte, ora dall’altra, e dava a vedere in ogni sua manifestazione la sua gioia, che si accrebbe fino all’entusiasmo.
Beethoven e Haydn
Beethoven, ancora giovanissimo, mostrò un giorno i suoi primi lavori a Haydn, per conoscerne il parere. Questi gli disse: «Lei possiede molto talento, e ne acquisirà in misura sempre maggiore, direi enorme. La sua fantasia è una fonte inesauribile di idee, ma… vuole che le parli apertamente?». «Certo» rispose il giovane Beethoven «son qui proprio per questo.» «Dunque» riprese Haydn «lei farà cose mai fatte prima, formulerà idee mai pensate prima, non sacrificherà per nessuna ragione (e farà benissimo) un bel pensiero alla tirannia di una regola, però sacrificherà ben spesso le regole ai propri capricci; perché lei mi dà l’impressione di un uomo che abbia più teste, più cuori, più anime e… temo però di farla arrabbiare.» «Mi arrabbierò» replicò Beethoven «se non continua.» «E va bene» soggiunse Haydn «dato che lo desidera, proseguo e dico che, a mio parere, ci sarà sempre nelle sue opere qualcosa, qualcosa… se non vogliamo dire di strampalato… direi di insolito. Vi si troveranno elementi bellissimi, anzi, diciamo pure meravigliosi, ma qua e là anche stranezze e oscurità; perché lei stesso è un po’ oscuro e strano, e lo stile del musicista è alla fin fine sempre l’uomo stesso. Dia un’occhiata alle mie composizioni. Ci troverà un che di gioviale, perché tale è la mia natura. Accanto a un pensiero grave ne scorgerà subito uno allegro, come nelle tragedie di Shakespeare. Un movimento di uno dei miei quartetti comincia in una tonalità e finisce in un’altra; in una delle mie sinfonie i musicisti, uno dopo l’altro, smettono di suonare, spengono la loro candela e se ne vanno. Non bisogna forse essere allegri per scovare simili trovate? Ebbene, niente ha potuto rovinare in me questa mia naturale allegria, neanche il matrimonio, neanche mia moglie.»
Quando Beethoven, nel 1801, compose le musiche per il balletto Le creature di Prometeo, s’imbatté un giorno nel suo maestro di un tempo, il grande Joseph Haydn, che lo fermò subito per strada e gli disse: «Senta un po’! Ieri ho assistito alla rappresentazione del suo balletto: mi è piaciuto molto!». E il giovane musicista allora: «O caro papà Haydn! Lei è troppo benevolo con me; ma il mio balletto è ben lungi dal poter esser una “creazione”». Haydn, sorpreso e quasi offeso da questa uscita, soggiunse dopo una breve pausa: «Verissimo, non è ancora una creazione, e difficilmente, credo, ne raggiungerà mai lo stato». Dopo ciò, i due si lasciarono alquanto turbati.
Beethoven al pianoforte
Appena Beethoven finì di comporre il suo famoso quartetto d’archi in Fa maggiore, suonò al suo amico Carl Amenda lo stupendo adagio di quel pezzo, per poi domandargli quali pensieri gli avesse evocato. «Mi ha fatto pensare» fu la risposta «all’addio di due amanti.» «Ottimo» replicò Beethoven. «Nel comporlo avevo in mente proprio la scena del sepolcro in Romeo e Giulietta.»
Nel 1803 Ries, allievo di Beethoven, doveva eseguire nel salone del conte Browne la sonata op. 23; inizialmente si rifiutò, perché non l’aveva ancora studiata a fondo con il suo maestro. Questi lo incoraggiò e gli disse di non preoccuparsi, e si mise a voltargli le pagine {come di consueto}. A un salto {della mano sinistra, dove bisogna particolarmente scandire una nota}, egli sbagliò la mira, e Beethoven gli picchiettò il capo con un dito. {La principessa Lichnowsky, che sedeva di fronte a Ries, appoggiata al pianoforte, notò la cosa e sorrise.} Finito il pezzo, Beethoven esclamò: «Proprio bravo! Non è necessario che lei venga da me a studiare la sonata; il mio dito voleva solo dimostrarle con quanta attenzione la seguissi». Più tardi toccò a Beethoven suonare ed eseguì la sonata op. 31 in Re minore, di recente pubblicazione. La principessa {prevedendo che anche Beethoven avrebbe commesso degli errori} si collocò dietro alla sua seggiola {mentre Ries girava le pagine}. Alla battuta 53-54 Beethoven {sbagliò la figurazione, e invece di scendere a gruppi di due note, marcava con la mano piena ogni quarto (3-4 note contemporaneamente). Pareva, all’orecchio, che volesse potare il pianoforte}. La principessa allora gli assestò alcuni colpi non proprio leggeri sulla nuca, e gli disse: «Se l’allievo vien colpito con un dito per una sola nota sbagliata, il maestro dovrà essere punito per errori più gravi con colpi a piene mani!». Tutti ne risero di gusto e Beethoven per primo. Egli allora ricominciò da capo la sonata: questa volta suonò in modo meraviglioso {ed eseguì in particolare l’adagio in maniera inimitabile}.
Il celebre suonatore di corno J.F. Nisle narra della visita che fece a Beethoven: «Appena entrato nella casa dove egli abitava (credo al terzo piano), compresi subito che non avevo sbagliato porta, poiché udii: “Ecco ferisce gli orecchi un fragore, par di campane o d’organo clangore, un fruscio come suono di organi e campane”. Sembrava cioè che il Maestro si intrattenesse, al colmo dell’ispirazione, in vivace colloquio con i suoni del suo pianoforte. Per non perderne una nota, salii lentamente su per la scala. D’un tratto, come fossi piombato in un altro mondo, ci fu silenzio. Un domestico mi venne ad aprire e si ritirò. Beethoven se ne stava alla finestra, la schiena rivolta verso l’uscio. “Buongiorno, maestro Beethoven.” Nessuna risposta. Riprovai a voce più alta: “Buongiorno, maestro Beethoven!”. Né motto, né cenno. Proprio un incipit beethoveniano, pensai: pieno di mistero, dove perfino la tonalità è ancora un enigma. Invece, sopraggiunse il domestico e chiarì la situazione: “Deve parlare più forte, il signor Beethoven ci sente poco”. Ma proprio in quel momento egli si voltò e mi venne incontro, meno trasognato di quanto potessi supporre. Il suo piglio era serio, però non, come ben spesso avviene, per ispirare soggezione; la sua conversazione era piacevole e illuminata. Espresse il desiderio di conoscere qualche mio lavoro...