
- 204 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La testa
Informazioni su questo libro
Ambientato nel turbolento Caucaso meridionale tra il XVIII e il XIX secolo, La testa descrive le ultime convulsioni dei piccoli regni della cristiana Georgia e i piccoli khanati del musulmano Azerbaigian, contesi tra lo zar, il sultano e lo shah, prima di essere assoggettati dall'Impero Russo, qui incarnato nella figura del governatore Tsitsianov. Al protagonista azerbaigiano, Husseinkuli Khan, spetterà il compito di decidere le sorti di Baku, assediata da terra e da mare. Questo non è solo un romanzo storico che riflette lo spirito dell'epoca, ma anche un testo "filosofico", introspettivo, in cui l'animo umano è oppresso dalla guerra e dai compromessi.
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Informazioni
Da qualche anno, ormai, l’inverno di Baku era mite, ma il 6 febbraio dell’anno 1806, secondo la cronologia cristiana, prima tirò un forte vento, come se la natura stesse riguadagnando lo spazio perso negli anni precedenti, poi cadde una neve mista a pioggia, e Huseynquli Khan, che non sopportava affatto il freddo, si fece portare un mangal per collocarlo in mezzo alla sala. Sembrava che i carboni ardenti del mangal contribuissero a creare un’atmosfera generale di ansia, paura e smarrimento, mentre i membri del divano1, che sedevano attorno a esso con le gambe incrociate, sui cuscini sistemati sopra i celebri tappeti di Gaji Mukhtar, i beq, gli aksakal di Baku, i mullah invitati dai villaggi vicini, gli akhundi tacevano, puntando i loro sguardi su quei carboni.
Tutti i SUOI sentimenti fluttuavano all’interno di una certa imponderabilità, nel vuoto. Non erano sospesi nel nulla, eppure, l’imponderabilità stessa li animava poiché non si trovavano dentro, ma venivano da fuori. Tuttavia, non esisteva alcun “fuori” così come non c’era nulla di ciò che fosse fisicamente percepibile e i sentimenti si erano semplicemente diffusi tutt’intorno.
D’altronde, lì (dove?) non c’era circonferenza, tutto era un po’ circonferenza, e da tutte le parti si manifestava solo una trasparenza, e quei sentimenti, all’interno di quella trasparenza, erano dappertutto, quindi, in una dimensione visibile, EGLI attorno a sé, vedeva tutto.
Per LUI non esisteva né l’opposto né il corpo, non esistevano, sostanzialmente, i “lati”, ma solo una generica trasparenza priva di lati. LUI aveva la sensazione di essere in mezzo a quell’integra, indivisibile trasparenza. Invece, lì non esisteva il concetto di trovarsi in mezzo a qualcosa, perciò, sembrava che EGLI guardasse da lì (da dove?) in direzione di quella dimensione visibile e pure oltre le sue umide onde trasparenti.
La SUA percezione era cosciente del fatto che nessuno LO vedesse e nella sua memoria, che stava rinascendo e ridestandosi, nacque il panico perché, guardando nello specchio, non si sarebbe visto: vedere LUI era diventato impossibile.
Eppure, perfino il panico era destinato a scomparire in quanto LUI STESSO non c’era. Ma se non c’era, come poteva, LUI, vedere perfino ciò che non riusciva ancora a realizzare appieno?
Non poteva vedere, come se quei sentimenti trasparenti gli impedissero di percepire tutto nella sua totalità.
Chi e che cosa era stato LUI? Non lo poteva ancora realizzare fino in fondo, e sia quei sentimenti, sia EGLI STESSO erano assolutamente imponderabili, trasparentemente imponderabili, mentre quella SUA sostanza, anch’essa trasparente e imponderabile, che esisteva di per sé, a prescindere da qualsiasi altra cosa, si nutriva proprio di quei sentimenti.
Attraverso i sentimenti trasparenti della SUA sostanza, trasparente e imponderabile, lo attraversò un’ondata di smarrimento, in totale disaccordo con quella trasparenza e imponderabilità, in quanto EGLI era convinto che lo smarrimento sarebbe poi svanito, evaporato: si trattava di un qualche smarrimento temporaneo. Era anche convinto del fatto che gli sguardi di quella testa che LO fissava dalla dimensione visibile, sarebbero stati altrettanto provvisori, che più tardi la confusione se ne sarebbe andata.
Ora, i banchi di nebbia si stavano pian piano diradando e, alla fine, la SUA memoria risvegliata realizzò che quella testa che LO fissava dalla dimensione visibile fosse la SUA, ma quell’informazione improvvisa non lo fece sussultare e non lo spaventò in nessun modo: la SUA sostanza era intangibile e imponderabile. LUI esisteva e non esisteva. E quelle inconoscibilità, inesplorabilità, impossibilità di sapere, che si erano create tra quella sostanza e il non-essere, erano estranee alla SUA sostanza intangibile e imponderabile.
Fu una sensazione ancora incomprensibile: era successo qualcosa o qualcosa stava per succedere? Ma allora cosa era successo e che cosa stava per accadere? Fu una cosa che EGLI non poteva ancora afferrare né comprendere, e quella sensazione restava inafferrabile.
Una certa forza LO attirava. EGLI si rendeva conto di doversene andare, volare via, ma dove? Non lo sapeva né capiva, eppure doveva volare, e il volo era assolutamente necessario. EGLI si capacitò di quell’assoluto dovere e l’assoluta necessità di quel volo si diffuse per la sua sostanza intangibile e imponderabile.
EGLI capiva già di essere trattenuto dalla dimensione visibile e di non riuscire, ancora, a volare, staccandosi da quella dimensione, volare incontro alla forza che lo attirava. Perché? Per qual motivo? La SUA sostanza intangibile e imponderabile non era ancora in grado di comprenderlo né di afferrarlo.
Finalmente, EGLI comprese che, nella dimensione visibile, per LUI non esisteva né vicinanza né lontananza, non c’erano né passato né futuro. E poi, l’informazione che volò attraverso la sua memoria GLI rammentò che la testa che LO fissava dalla dimensione visibile – la sua testa – non aveva corpo, ma ciò non lo preoccupava, perché tutta la sua sostanza era intangibile e imponderabile.
EGLI voleva volare incontro alla forza che LO attirava come una calamita, che LO avrebbe strappato e portato via da tutto ciò che vedeva; tuttavia, la dimensione visibile e la testa che LO fissava da lì non LO lasciavano.
EGLI non desiderava più guardare la testa, cosciente di stare sulla soglia di una pace assoluta, ma sembrava che gli sguardi della testa che LO scrutava non GLI dessero possibilità di pace. Pertanto, EGLI non voleva più guardare la testa, ma ciò non dipendeva dalla SUA volontà.
Il divano era già in corso da due ore e Huseynquli Khan, uomo dal carattere impaziente, volubile, che non amava discorsi superficiali e spesso non si rendeva nemmeno conto del cuore dei problemi discussi, quella volta non interruppe nessuno; ognuno che chiedeva la parola, interveniva, eppure i pensieri portavano il khan lontano da lì. Senza tanto riflettere su ciò che si diceva, egli, forse per la prima volta dalla sua ascesa al potere, sentiva dentro di sé una necessità acuta, come una lama, di ascoltare un buon consiglio, una valida proposta, fino al punto di sembrare un naufrago che si aggrappava istintivamente a una pagliuzza; Huseynquli stesso ne era consapevole.
Quella volta, i membri del divano non parlarono a lungo, dopo due-tre frasi tornavano in silenzio, le pause duravano molto più dei discorsi; d’altronde, cosa c’era da discutere se tutto era già chiaro come il giorno, e anche Meshadi Hasanağa, capo della cancelleria del divano, che aveva sempre adempiuto ai suoi doveri con diligenza e precisione, non trovava niente da poter appuntare sul quaderno che aveva davanti?
Nella sala faceva caldo, i carboni accesi nel mangal crepitavano: pareva che quel crepitio facesse tremare non solo le persone vicine al khan ma perfino lo stesso silenzio sospeso nell’aria.
Nonostante il calore, Huseynquli, seduto sul trono, aveva freddo e, in quel silenzio, sussultando, pensò che a schiacciargli le ossa non fossero né il freddo né la pioggia dietro la finestra, bensì lo stato in cui si trovava il khanato: il luogotenente Tsitsianov l’aveva afferrato per il collo più forte di un cane di pastore aggrappato alla gola di un lupo.
EGLI voleva volare incontro alla forza che LO attirava come una calamita, quella forza l’avrebbe strappato e portato via da tutto ciò che EGLI vedeva, tuttavia, la dimensione visibile e la testa che LO fissava da lì non LO lasciavano.
EGLI non desiderava più guardare la testa, cosciente di stare per entrare in una condizione di pace assoluta, su una soglia, ma gli sguardi della testa che lo scrutavano sembrava non GLI dessero quella possibilità.
Guardando i carboni accesi nel mangal, Huseynquli Khan sorrise in risposta ai suoi pensieri: «Di quale lupo stai parlando, dov’è quel lupo che ha il coraggio di contrastare quel cagnaccio?».
Come un animale selvatico che, volendo proteggere i suoi cuccioli, li nasconde e si sposta da un luogo all’altro, in modo che gli altri rapaci, frugando giorno e notte in cerca di prede, non li possano trovare e sbranare, Huseynquli tentò di difendere il proprio khanato, anche se non era più possibile farlo. Chissà di quale colpa si era macchiato, quale ingiustizia aveva commesso il khanato di Baku se l’Onnipotente gli voltava le spalle, privandolo delle sue grazie.
Sei secoli prima, nel 1191, quando il governatore dello Stato azerbaigiano degli Atabeq, il sultano Muzafeddin Qizil Arslan, poco prima della sua morte a seguito di un attentato, aveva invaso Shirvan, conquistando la capitale Shamakhi, Shirvan Shah trasferì la capitale a Baku e fece costruire due file di mura della fortezza.
Ma, potevano, forse, resistere quelle mura ai cannoni tutti puntati, da mare e da terra, sulla fortezza? Ora che il luogotenente Tsitsianov assediava la città con più di 6.000 soldati e le navi del generale Zavalishin sbarravano nuovamente l’ingresso alla baia di Baku, Huseynquli Khan avrebbe potuto contrastarli con le sue quattro centinaia di fanti e cavalieri?
Nei tempi in cui la gente di Baku, come si dice, abbassando la testa in segno di sottomissione, seminava e raccoglieva grano in pace, estraeva petrolio dai pozzi, si dedicava alla pesca, commerciava nelle città dell’Orda d’oro, nel Principato di Monaco e in Europa occidentale tappeti, seta – tutto, dalla frutta secca ai kismis, alle olive – non solo i mercanti azerbaigiani ma anche quelli dei paesi confinanti si erano sparsi come formiche esportando da Baku nel Turkestan, in Arabia, India, ad Astrakan, sulle rive meridionali del Caspio, varie merci e importandone altre; quei gloriosi tempi erano ormai passati. Ora, da una parte, la Russia desiderava sottomettere Baku; dall’altra i khajari, rafforzandosi e sfoderando le loro spade, intendevano riappropriarsi della città.
Eppure, perfino in quei tempi antichi, era stato poco forse il sangue versato su quella terra? L’Altissimo l’aveva creata fertile e perciò le nubi nere spesso ne offuscavano il cielo.
Pure oggi il motivo di quella situazione senza via di uscita era determinata dal fatto che il khanato di Baku esportasse pelli conciate di pecora e capra con cui si producevano pellicce,...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Note
- Prefazione
- I
- Collana Zig Zag
- Novità
- Ebook disponibili