Collezionisti
«I miei antenati e quel Santo un po’ antipatico»
Bona Borromeo racconta la storia del suo casato: dietro l’aplomb aristocratico la principessa nasconde una grande inclinazione all’ironia, un gusto per la battuta pronta e una confidenziale irriverenza nei confronti delle illustri e ingombranti “porpore” di famiglia
Nonostante i giornali ospitino spesso notizie riguardanti le giovani contessine Borromeo (Beatrice, Isabella, Lavinia e Matilde), qualcuno è fermamente convinto che la stirpe dei Borromeo sia oggi tristemente estinta. A raccontarci il gustoso aneddoto è proprio la principessa Bona Borromeo, moglie del principe Giberto e zia delle suddette contessine.
«Tempo fa mi trovavo con la mia famiglia in un noto ristorante di Milano. Accanto al nostro tavolo un signore dalla voce tonante pontificava sostenendo che i Borromeo erano ormai scomparsi dopo la morte della vecchia principessa. Tutti estinti, diceva. Noi ci siamo guardati in volto un po’ stupiti e quasi automaticamente abbiamo infilato le mani sotto il tavolo per fare i necessari scongiuri».
Dietro l’aplomb aristocratico, la principessa Bona Borromeo nasconde una grande inclinazione all’ironia, un gusto per la battuta pronta e una confidenziale irriverenza nei confronti delle illustri e ingombranti “porpore” di famiglia.
«Venga pure a trovarmi, ma non parliamo solo di Carlo e Federico, per favore! Ci sono stati altri Borromeo in casa!». Queste sono le condizioni che la principessa detta al telefono prima dell’intervista. Che avviene nei moderni uffici milanesi dell’Amministrazione Borromeo, un luogo che di principesco ha ben poco. I Borromeo sono oggi una vera e propria azienda, che ha come attività principale la conservazione e la valorizzazione delle proprietà ereditate in passato, tra le quali spiccano per bellezza e importanza le magnifiche isole dell’arcipelago Borromeo sul lago Maggiore e la Rocca di Angera.
Che cosa significa gestire oggi un patrimonio del genere?
«Significa trovare i mezzi necessari per mantenere questi beni in uno stato di conservazione ottimale in modo che possano essere usufruiti dal pubblico» mi dice pragmaticamente la principessa. «L’Isola Bella è un sogno barocco. Venne realizzata per dare lustro alla casata e per stupire i visitatori che da Milano venivano accompagnati sul Verbano. La immaginarono come un galeone artificiale galleggiante sul lago, con la prua verso il Sempione e la poppa fatta di dieci terrazze. L’interno del palazzo venne decorato con un tripudio di stucchi e dorature anch’essi pensati per sbalordire i visitatori, tra i quali ci furono anche re e sovrane, come ci ricordano la Sala del Trono e quella delle Regine. Per fortuna, l’archivio di famiglia conserva intatta la documentazione di tutte queste opere, e questo ci è stato di estrema utilità per i lavori di restauro che hanno interessato di recente il palazzo e i giardini».
Oggi alle Isole non arrivano più i re e le regine ma centinaia di migliaia di turisti. Come vivono i Borromeo questa pacifica invasione?
«Come un compito piacevolmente ereditato. Negli archivi dell’Isola Bella si conservano le matrici dei primi biglietti d’ingresso che risalgono agli anni Venti. Siamo consapevoli che il turismo sia una delle principali risorse della zona, e che le nostre proprietà rappresentino una grande attrazione turistica. Per anni mi sono occupata direttamente della gestione dei palazzi e del castello di Angera. Ora c’è mio figlio Vitaliano, che amministra con una taglio molto più manageriale del mio. Eppure, nonostante tutto questo lavoro, pensi che da qualche politico locale ci giunge l’accusa di non essere abbastanza presenti sul territorio».
Ah, questi politici! Ai tempi di Carlo e Federico nessuno avrebbe osato contraddire i Borromeo.
«Ci siamo. Dobbiamo parlare di Carlo e Federico?». Ma sì, principessa, parliamone.
«Queste due grandi figure hanno monopolizzato la storia della famiglia, mettendo un po’ in ombra ciò che venne prima e ciò che venne dopo. Gli archivi Borromeo attestano che la gens borromea si affermò tra Trecento e Quattrocento. Erano commercianti di stoffe che si arricchirono diventando banchieri. Se abbassiamo un po’ la cresta, possiamo paragonarci ai Medici di Firenze o a qualcosa di simile. Tra Cinque e Seicento arrivarono Carlo e Federico, personalità decisamente ingombranti ma di indubbia grandezza. Di entrambi mi colpisce la modernità. Crearono istituzioni estremamente all’avanguardia per i loro tempi, dal Collegio Borromeo di Pavia alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che ancora oggi funzionano secondo gli antichi statuti».
Questa è storia, tutti ne sono al corrente. Ma voi Borromeo, nel privato, come convivete con questi due giganteschi antenati?
«Con familiarità e anche con un pizzico di irriverenza. Carlo è il Santo di famiglia che si è occupato poco dei parenti e che ha venduto il principato d’Oria. Per questo mio suocero diceva che di santi in famiglia ne bastava uno solo. Carlo era un duro, lo era con se stesso e con gli altri e non fu mai molto simpatico. Di lui, in casa, conserviamo ancora delle tenerissime lettere giovanili (in una egli chiede al padre di comperargli un giubbotto nuovo) e alcuni abiti cardinalizi. Quando nel 1984 arrivò a Milano papa Wojtyla, feci esporre gli abiti di Carlo nella Rocca di Angera. Dalle vesti si deduce che l’arcivescovo era un uomo altissimo e magrissimo. In quella occasione mi fu di aiuto lo snello monsignor Brugo che mi fece da mannequin, indossando in anteprima la cappa magna di San Carlo».
E di Federico che cosa ci puoi dire?
«Carlo fece il lavaggio del cervello a suo cugino e venne fuori Federico Borromeo. Coltissimo, appassionato di libri e di arte, Federico ha lasciato a tutti quello straordinario monumento di cultura che è l’Ambrosiana. Nel nostro archivio si conservano molte sue lettere, tra le quali vorrei ricordare quelle che il cardinale scambiò con i pittori fiamminghi Breugel, il padre e il figlio. Da esse si evince che tentarono di vendere al presule moltissimi quadri di loro produzione ma a prezzi stratosferici. E che lui, oculato, si limitò a comperarne solo alcuni».
Dico alla principessa che è giunto il momento di parlare degli altri Borromeo.
«Ah, bene. Innanzitutto mi preme dire che tutti gli esponenti della famiglia hanno sempre amato disegnare e dipingere personalmente. Questo è un aspetto poco noto. Addirittura i fratelli Palizzi vennero a fare i maestri di disegno in casa Borromeo. Ma vorrei in particolare ricordare la figura di un altro grande collezionista di casa Borromeo, Giberto V, morto nel 1837. La pinacoteca Borromeo-Monti, la più rilevante delle nostre raccolte, la dobbiamo a lui. Giberto V si era affidato per gli acquisti dei quadri a un esperto d’arte, Giovanni Battista Monti, il quale non sempre faceva acquistare al principe i quadri migliori: a volte li teneva per sé. Ma quando morì, per nostra fortuna, lasciò la sua raccolta ai Borromeo. Questa collezione è stata oggetto di studio da parte di Federico Zeri e soprattutto di Mauro Natale. Stiamo pensando a un evento pubblico per valorizzarla e farla conoscere al grande pubblico».
E noi attendiamo con impazienza l’evento, gentile principessa.
I capolavori dei Borromeo
Dalle mirabili Isole Borromee, affioranti sul lago Maggiore proviene la selezione di trenta opere tra dipinti e sculture che Bona Borromeo ha voluto concedere in prestito al Museo Poldi Pezzoli di Milano in occasione della mostra «Capolavori da scoprire. La collezione Borromeo» aperta dal 23 novembre 2006 al 9 aprile 2007
Non tutti i Borromeo furono degli stinchi di santo. Nel senso che non tutti furono aureolati o porporati come Carlo e Federico. In famiglia ci furono anche banchieri come Vitaliano (morto nel 1449), condottieri come Giovanni (che difese lo Stato sforzesco dagli svizzeri) e persino un viceré, quel Carlo Borromeo che a principio del Settecento fu messo a capo del governo di Napoli. Alcuni Borromeo furono politici influenti, come Giberto V Borromeo Arese, incallito conservatore, che operò per il ritorno di Milano all’Austria nel 1814, oppure Vitaliano IX Borromeo Arese, che al contrario fu un fervente patriota dell’Unità italiana, amico di Manzoni e di Grossi, membro dell’Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti e presidente del V Congresso scientifico italiano che si tenne a Milano nel 1844.
Anche le donne hanno lasciato tracce nella storia di casa Borromeo. Ad esempio Clelia del Grillo, moglie di Benedetto Borromeo, una nobildonna d’eccezionale valore, bella e colta, amante delle scienze e delle lettere, poliglotta (conosceva latino, greco, arabo ed ebraico) e animatrice di un salotto intellettuale in via San Maurilio a Milano chiamato «Accademia Clelia dei Vigilanti». Libera pensatrice, finì col suscitare il disappunto e la gelosia della assai meno avvenente imperatrice Maria Teresa, che – con la scusa di un complotto antiaustriaco – la fece relegare nel Palazzo Borromeo di Cesano Maderno (oggi sede dell’Università San Raffaele). Negli anni più recenti, l’immagine e il marketing della famiglia Borromeo sono stati affidati a una donna, la principessa Bona Borromeo Arese, figura assai nota per il suo forte impegno a sostegno della ricerca medico-scientifica e per le grandi energie profuse nella gestione e valorizzazione del patrimonio familiare, in particolare delle mirabili Isole Borromee, affioranti sul Lago Maggiore davanti alla riviera di Stresa, con giardini, palazzi e collezioni d’arte di spettacolare bellezza.
Da quest’arca lacustre di tesori proviene la selezione di trenta opere tra dipinti e sculture che Bona Borromeo ha voluto concedere in prestito al Museo Poldi Pezzoli di Milano in occasione della mostra Capolavori da scoprire. La collezione Borromeo allestita dal 23 novembre 2006 al 9 aprile 2007 e realizzata con il sostegno di Telecom Progetto Italia.
Mai la parola “capolavori” è stata usata più a proposito. Affidata a Mauro Natale, professore dell’Università di Ginevra e curatore della Collezione Borromeo (coadiuvato da Andrea Di Lorenzo e Annalisa Zanni), questa rassegna offre alla visione – e in alcuni casi per la prima volta – i pezzi più rari e preziosi della raccolta, di solito non inseriti nel percorso di visita dei palazzi sulle Isole.
Il nucleo principale delle opere esposte proviene dalla collezione di Giovanni Battista Monti, amministratore di casa Borromeo agli inizi dell’Ottocento e per molti anni al servizio del conte Giberto V (l’austriacante). Dai libri contabili apprendiamo che l’amministratore comperava quadri per conto del padrone, soprattutto tele del Sei e del Settecento che tanto piacevano al conte. Nei libri sono conteggiate anche le spese per restauri di dipinti più antichi che già si trovavano in casa Borromeo. Si tratta di quadri d’eccezionale importanza, tutti visibili in mostra, come i due ritratti di Boltraffio, le due Eroine del Giampietrino e l’anconetta del Butinone col motto «Humilitas» che raffigura Santa Giustina, la protettrice della famiglia prima che San Carlo le rubasse il posto.
Avendo le mani in pasta con il fiorente mercato artistico della Milano di primo Ottocento, l’amministratore Monti faceva anche molti acquisti per sé, puntando in particolare sugli amati Bergognone e Luini (da non perdere la morbida Salomè), autori che invece il conte tendeva a snobbare. Poté così riservarsi i pezzi migliori. Certo, resta tutt’oggi un mistero su come Monti abbia potuto procurarsi i danari per acquistare un numero tanto cospicuo di opere d’arte, che letteralmente stipò nel proprio appartamento. Rubava soldi al conte? Faceva la cresta sugli acquisti per lui? Non lo sappiamo. Ciò che si sa, invece, è che il Monti nominò eredi di tutti i suoi quadri proprio i Borromeo e alla sua morte nel 1830 la pinacoteca Monti confluì nelle raccolte borromaiche.
Grandi conoscitori dell’Ottocento come Otto Mündler, in visita alle collezioni di Vitaliano IX (il patriota), restavano rapiti davanti al nucleo Monti, sostando in particolare dinnanzi alla Susanna tra i vecchioni di Luini, all’Andata al Calvario di Pinturicchio e all’Andata al Calvario di Bernardo Parentino. A fine Ottocento, i Borromeo aprirono al pubblico due giorni alla settimana, il martedì e il venerdì, le quattro sale del Palazzo di Milano per permettere al pubblico di ammirare i loro capolavori. I quali restarono in città fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando per precauzione vennero spediti all’Isola Bella. Fu un provvedimento davvero provvidenziale perché le bombe alleate rasero al suolo il Palazzo di Milano.
Le meraviglie del ragioniere collezionista
Aperta al pubblico la villa di Rivoli (Torino) che l’imprenditore Francesco Federico Cerruti realizzò negli anni Sessanta e riempì di pregevoli opere d’arte: dipinti, disegni, sculture, mobili, arredi, libri antichi e rare legature
A vederla così parrebbe una delle tante (e un po’ anonime) ville della borghesia torinese, sorte sulla collina di Rivoli tra gli anni Sessanta e Settanta alle spalle della Manica Lunga del Castello sabaudo. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: nessuno può immaginare quali meraviglie si celino dentro questa casa. Stiamo parlando di Villa Cerruti, che l’imprenditore e collezionista torinese Francesco Federico Cerruti (1922-2015) eresse a fine anni Sessanta per conservare spettacolarmente allestite le sue straordinarie collezioni d’arte, composte di dipinti, disegni, sculture, mobili, arredi, libri antichi e legature di pregio.
Un autentico “tesoro nascosto”, noto solo a pochissimi, e riunito in cinquant’anni di collezionismo lento, appassionato e appartato. Prima della scomparsa, l’imprenditore volle legare questa villa alla «Fondazione Francesco Federico Cerruti per l’Arte». E ora, grazie a un importante accordo di gestione siglato con il Castello di Rivoli, la casa-museo che sorge a poche centinaia di metri dalla Manica Lunga è stata finalmente aperta al pubblico e collegata al Castello con un servizio di navette. Per apprezzare questa collezione bisogna innanzitutto familiarizzare con il suo singolare proprietario.
Francesco Federico Cerruti era figlio di un modesto legatore di libri che, trasferitosi da Genova a Torino, aveva aperto un’attività in proprio, la Lit (Legatoria Industriale Torinese). L’azienda aveva ottenuto nel 1934 un’importante commessa: la rilegatura dei primi elenchi telefonici italiani. Fu il suo decollo. Lavoro duro e vita sobria – valori condivisi da tutti i componenti della famiglia, papà Giuseppe, mamma Ines e sorella Andreina – portarono la Lit a prosperare. Così, il giovane Francesco Federico poté studiare e nel 1940 conseguì il diploma in ragioneria, iscrivendosi subito dopo alla facoltà di economia e commercio. Ma la guerra sconvolse i piani: nel luglio 1943 la ditta paterna si sbriciolò sotto i bombardamenti alleati di Torino. Fu necessario rimboccarsi le maniche: il “ragioniere” (così Cerruti si farà chiamare per tutta la vita) lasciò perdere l’università e si prodigò nella ricostruzione della Lit, concentrandosi sull’innovazione e introducendo macchinari e sistemi di robotizzazione in grado di industrializzare i processi di legatoria e di portare l’azienda a una capacità di produzione di quasi 200mila volumi al giorno. L’imponente successo imprenditoriale, tuttavia, non mutò il carattere austero e le abitudini frugali del principale: Francesco Federico Cerruti rimase sempre un uomo schivo e riservato, non si sposò mai e fu profondamente legato alla famiglia d’origine, in particolare alla sorella Andreina. Scelse sostanzialmente di vivere nell’ombra, circondandosi di pochissimi e selezionati amici coi quali condivideva rari pranzi e un divorante “segreto”: la passione per l’arte.
A partire dal 1969 (anno in cui acquistò presso una galleria ginevrina la sua prima opera, un piccolo acquerello di Kandinskij) e fino al 2014 (anno dell’ultimo acquisto da Sotheby’s della Jeune fille aux roses di Renoir), il ragioniere agì tenacemente defilato, acquistando un numero eccezionale di opere d’arte in asta o presso gallerie e antiquari torinesi (Bussola, Galatea, Accorsi, Ometto). Arrivò a possedere grossomodo 300 tra dipinti e sculture (dalla fine del Medioevo all’età contemporanea), 200 libri d’altissima qualità con legature di pregio, 300 arredi da museo. Ai quali s’aggiunsero un pianoforte Steinway e un set di bicchieri appartenuti allo zar di Russia.
Cerruti non pose limiti al carattere tipologico, cronologico e geografico della raccolta ma stabilì un unico requisito: l’assoluta eccellenza qualitativa delle singole opere. E a tale vincolo – con rigore – s’attenne. La villa, che l’industriale aveva fatto costruire sulla collina di Rivoli per destinarla alla vecchiaia dei genitori (che però non vi misero piede), si trovò a diventare di fatto il suo buen retiro domenicale. Cerruti veniva qui in giornata (si favoleggia che non vi dormì mai), per rilassarsi, stare in giardino e pranzare con amici intimi; ma soprattutto per godersi la mirabolante collezione d’arte cresciuta progressivamente nel tempo fino a saturare i quattro piani dell’immobile. Chi entra deve sapere che tutto è rimasto intatto, ovvero allestito nella veste sontuosamente “all’antica” voluta da Cerruti negli anni Ottanta, con la regia dell’antiquario Giulio Ometto. I visitatori (accompagnati e contingentati) partono dallo Studio al pian terreno, dove tra specchi e boiserie ammirano quadri di Tanzio da Varallo, incisioni di Rembrandt e Picasso, mobili di Piffetti e Galletti, e libri rinascimentali sontuosamente miniati e rilegati. La Sala della Musica conserva alle pareti capolavori di Dosso Dossi, Pontormo e Paris Bordon, mentre sul coperchio del pianoforte campeggiano statue di Giacometti, Manzù e Medardo Rosso. Lo Scalone è da capogiro: alle pareti, una accanto all’altra, si assiepano opere di Modigliani, Miró, Boccioni, Casorati, Bacon, Léger e Picasso. Si stenta a crederlo. Non è finita: se un Paul Cézanne arreda l’Ingresso del primo piano, un’infilata di ben otto Giorgio De Chirico (da manuale!) campeggiano sulle pareti a specchio della Sala da Pranzo, acquistati su consiglio e intermediazione dell’amico e storico dell’arte Maurizio Fagiolo Dell’Arco. In un’Anticamera troviamo Balla, Savinio e Klee; nella Camera della Madre si palesano invece Magritte, Chagall, Ernst, Sironi e Schiele. Il letto è attribuito al Bonzanigo e la Madonna sopra la testata è opera di Marco d’Oggiono, uno dei seguaci milanesi di Leonardo da Vinci. Nella vicina Camera delle Rose (il nome è dato dai disegni floreali della tappezzeria provenzale) ci sono numerosi Morandi assieme a un Fra Galgario e a un Bernardo Strozzi. Qui, si trova anche il mobile più prezioso della raccolta: la rarissima e magnifica scrivania con scansia (detta Ashburton Cabinet del 1770) modellata e intarsiata da Pietro Piffetti, il principe degli ebanisti piemontesi. Il Salone rettangolare, in stile Luigi XVI, è arredato con raffinati mobili francesi, e alle pareti s’alternano un polittico di Agnolo Gaddi (1388 circa) e tele di Domenichino e Pellizza da Volpedo. Notevoli sono anche la scultura di Giovanni Antonio Amadeo (Lombardia, primo Cinquecento) e il fastoso tappeto ottomano (Egitto, secondo Cinquecento). L’attiguo Salone circolare – anch’esso in stile Luigi XVI – si distingue per le due grandi tele di Pompeo Batoni che circondano una squisita tavola del pittore rinascimentale bolognese Francesco Francia (1505). La Camera della Torre al secondo piano è incredibilmente satura di fondi oro medievali e quadri rinascimentali (ci sono ben tre Bergognone). Ma non vanno dimenticati i vani seminterrati, con la Sala dell’Ottocento (Boldini, Fattori, Signorini, Morbelli, Lega eccetera), la Sala del Fontana (con il meraviglioso taglio rosso del 1965), il Corridoio (con Andy Warhol) e la Sala da Biliardo, dove le pareti ospitano capolavori di Casorati, De Pisis, Campigli, Vedova, Manzoni, Licini e Burri. Domanda: il severo ragionier Cerruti giocava a biliardo? Ma nemmeno per sogno. Il grande biliardo gli serviva solo per appoggiare aperti e bene in vista i pezzi più belli de...