La pensione su misura
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La pensione su misura

Pensarla, costruirla, gestirla

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La pensione su misura

Pensarla, costruirla, gestirla

Informazioni su questo libro

Dopo il successo del libro Che ne ho fatto dei miei soldi, Marco lo Conte, giornalista ed esperto di previdenza del Sole 24 ORE, ritorna con una nuova guida per costruirsi una pensione su misura. Infatti chi non si occupa per tempo della propria pensione rischia di andare incontro a una vecchiaia problematica. Per questo è indispensabile costruirsi da subito una posizione previdenziale fatta non solo dei contributi obbligatori di primo pilastro ma anche di risparmio previdenziale, da avviare appena possibile, curare e far crescere nel tempo. La pensione su misura si occupa di aiutare il lettore in questo compito, accompagnandolo nel suo percorso di scelta, ma cerca anche di capire qual è l'evoluzione delle pensioni, dal punto di vista delle norme e degli scenari demografici, sociali e finanziari.

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788863457636

Capitolo 1

Dieci passi per costruire la propria pensione

di Marco lo Conte

1. Due o tre cose da sapere

C’è una volta la pensione: quella che scattava a beneficio di chi aveva lavorato per alcuni decenni e che spettava al raggiungimento dei requisiti di legge. «Mi spetta», «ne ho diritto»; per decenni il legislatore – ossia i rappresentanti dei partiti in Parlamento, in un sapiente gioco di marketing del consenso – è intervenuto sulla materia forzando di frequente i criteri di sostenibilità del sistema pensionistico italiano, introducendo in particolare norme per consentire salvaguardie e garanzie per un pensionamento il più possibile precoce. Occasioni per consolidare la propria popolarità degli elettori, la cui età media è in continua ascesa, a scapito di deficit e debito pubblico in capo alle generazioni più giovani, alcune delle quali ancora non ancora in età per votare. Prima di illustrare le mutate esigenze dei lavoratori italiani e della legittima aspettativa di una pensione, è il caso di indicare i punti cardinali per inquadrarne le coordinate. Ci ha pensato anni fa l’Ocse, quando nei suoi confronti internazionali ha analizzato i sistemi nazionali attraverso tre criteri: la sostenibilità, ossia la capacità di disporre di risorse nel tempo messe in campo da un Paese (evitando in sostanza di ricorrere al debito); l’adeguatezza delle prestazioni, ossia la confrontabilità delle rendite erogate con il reddito da lavoro (tasso di sostituzione) e, infine, la modernità dei sistemi previdenziali. Ovviamente il rischio è che si crei un trade off tra sostenibilità e adeguatezza: più alte saranno le prestazioni, più bassa la sostenibilità e viceversa. A equilibrare i due fattori, la modernità dei sistemi previdenziali che attraverso l’articolazione in più pilastri, incrociando obbligatorietà, volontarietà e semi automatismi punta a individuare le soluzioni migliori a vantaggio sia degli aderenti sia degli assetti normativi.
Tralasciando la cronistoria della previdenza in Italia, è appena il caso qui di sottolineare il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo che ha rappresentato una vera rivoluzione: innanzitutto se in passato il sistema retributivo prevedeva che la pensione “spettava”, era cioè dipendente in larga misura da un calcolo fissato in sede normativa, oggi è invece in misura maggiore frutto di un insieme di azioni e in particolare del versamento dei contributi previdenziali al proprio ente di previdenza obbligatorio di primo pilastro e a uno strumento di previdenza complementare (di secondo pilastro). Ciò ha reso il sistema sostenibile, visto che mette le prestazioni pensionistiche in funzione dei contributi versati, ma scarica sull’aderente – il lavoratore – l’onere di compiere le scelte più corrette; le quali, in assenza dell’erogazione di strumenti adeguati come la famosa “busta arancione”, saranno in molti casi errate. Sull’altare della sostenibilità previdenziale viene così sacrificata l’adeguatezza delle prestazioni: chi ha carriere lavorative discontinue e con versamenti contributivi ridotti va incontro al rischio di ottenere prestazioni inferiori alla metà dell’ultimo stipendio, inadeguate alle esigenze individuali ma soprattutto di poco superiori alla cosiddetta pensione minima. Il che riduce enormemente l’utilità e il valore della propria carriera lavorativa.
Se una volta lo diceva la legge quando scattava il fatidico momento del pensionamento, oggi è fondamentale una carriera lavorativa ricca di versamenti e oggetto di opportuna “manutenzione”, completa magari di unificazione di contributi versati in più enti, riscatto degli anni di laurea e attenzione al rischio dell’evasione contributiva da parte del proprio datore di lavoro. Per oggi l’ammontare della pensione dipende per una parte non trascurabile da quanto l’individuo ha fatto personalmente per il proprio futuro. Un impegno non da poco e su cui la preparazione degli italiani è particolarmente bassa: solo il 37% conosce i concetti chiave di quella che viene chiamata educazione o alfabetizzazione finanziarie, almeno secondo le più recenti indagini internazionali organizzate sotto l’egida Ocse.
Abbandonato a se stesso l’aspirante pensionato se si scoraggia («tanto la pensione non la vedrò mai»), non si fida di ciò che non conosce e quindi non risparmia, oppure compie scelte talvolta casuali e poco correlate con le proprie esigenze. Per cercare di colmare almeno in parte questo gap, vogliamo qui indicare i passaggi chiave per costruire in modo consapevole la propria pensione futura. Quello che leggerete qui di seguito è un percorso a tappe, dall’ingresso nel mondo del lavoro fino al pensionamento, ciascuna delle quali sarà analizzata per capire bene cosa occorre fare per arrivare a destinazione. Una sorta di gioco dell’oca in cui, ci auguriamo, si prosegua spediti verso la destinazione finale, evitando i trabocchetti che ci riportino indietro.

2. Raccolta e monitoraggio dei contributi

Il primo passo per costruirsi la propria pensione consiste nel tenere d’occhio i versamenti contributivi: ogni anno è necessario verificare che il proprio datore di lavoro abbia versato correttamente i contributi al nostro ente previdenziale; i lavoratori autonomi professionisti partite Iva, devono fare da soli, in autonomia, facendosi aiutare in caso di necessità da un professionista del settore. Questa attenzione non è motivata solo da scrupolo: in caso di inadempienza, un “buco contributivo” corrisponde a una fetta più o meno grande di pensione in meno. C’è un dettaglio da tenere in grande considerazione: il mancato versamento dei contributi previdenziali va in prescrizione dopo cinque anni. In altre parole, cinque anni dopo l’inadempienza, non sarà più possibile rivalersi giuridicamente nei confronti di chi ha omesso di versare il dovuto nella vostra posizione previdenziale. Basta qualche minuto di attenzione, una volta l’anno, per scongiurare questa eventualità. Ciò vale sia per il primo pilastro, ossia per le pensioni obbligatorie, che per il secondo pilastro, quindi per i fondi pensione, ad adesione volontaria.
È appena il caso di ricordare che il sistema italiano incentiva una sana concorrenza tra strumenti di previdenza complementare, permettendo a ciascun iscritto di trasferire la propria posizione da un fondo a un altro, trascorsi due anni di iscrizione nel primo. La tutela del principio di “portabilità” spinge le forme negoziali, così come anche gli aperti e i Pip, a tenere sotto controllo i costi, per evitare di perdere iscritti. Confrontare gli oneri, insieme a tutti gli altri fattori – i rendimenti, le prestazioni principali e quelle accessorie – può rappresentare l’opportunità di prendere in mano e analizzare con un po’ di attenzione la propria strategia previdenziale e, in caso, correggerla. Per questo è importante che ci sia una comunicazione completa, dettagliata e chiara di quello che è il nostro conto previdenziale, in modo da comprendere a che punto siamo del nostro cammino e se dobbiamo modificare qualcosa.

3. La stima della pensione futura

Periodicamente, dunque, occorre verificare l’effettivo versamento dei proprio contributi. Il passo successivo consiste nel guardare al futuro: non si tratta di azzardare previsioni, quanto piuttosto di calcolare le conseguenze di ciò che stiamo facendo. Ci sono infatti delle circostanze nella nostra vita economica, in particolare, in cui è necessario avere una rappresentazione anche quantitativa di ciò che si sta generando, sulla base di una pluralità di fattori da tenere in considerazione. La pensione fa parte di questo tipo di circostanza e in particolare la pensione accumulata secondo il sistema contributivo che lascia all’individuo l’onere, la responsabilità e il rischio di compiere una scelta previdenziale, compresa quella di non scegliere nulla, il che è una decisione anch’essa.
Per questo la legge sin dal 1995 obbliga gli enti previdenziali a fornire ogni anno agli iscritti una “rappresentazione” quanto più affidabile possibile di quello che è il cammino in essere, fino alla determinazione di una rendita finale. Purtroppo questa è una norma che è stata in gran parte disattesa. Perché? Perché come detto in precedenza, la politica ha usato il tema pensioni per raccogliere consenso e quando a conti fatti le notizie da dare agli iscritti rischiavano di non essere positive, ha preferito rinviare e ostacolare l’implementazione di una vera comunicazione moderna, come accade negli altri principali Paesi industrializzati. Ancora oggi viviamo nel paradosso per cui i fondi pensione di secondo pilastro – ossia quelli volontari – per legge forniscono stime articolate su quello che è il prodotto della propria contribuzione, offrendo sul proprio sito web tool molto dinamici per i calcoli degli aderenti. Gli enti previdenziali che obbligatoriamente raccolgono i contributi degli iscritti in larga misura non lo fanno. Negli ultimi anni ci sono stati tentativi di accelerare questo processo, prontamente frenati.
Eppure la tecnologia ci mette a disposizione strumenti che ci consentono di avere una rappresentazione molto dettagliata dell’esito di una serie di fattori che concorrono a costruire la pensione futura: sono numerosi i calcolatori e software che permettono di inserire i dati anagrafici e contributivi di un soggetto e di conseguenza ipotizzare nell’arco di anni o anche decenni una rendita futura.
È evidente che si tratta di una stima, di una elaborazione e non di una promessa o dell’indicazione di un risultato garantito. Il risultato finale di questi “pensionometri” corrisponde all’effetto prodotto dai contributi versati periodicamente dai lavoratori al proprio ente previdenziale, il quale è chiamato a rivalutarli sulla base di una percentuale di rivalutazione (la media quinquennale del Pil, per il primo pilastro, il rendimento delle gestioni previdenziali in caso di fondi pensione), considerando la possibile crescita della retribuzione e quindi della contribuzione, considerando inoltre l’impatto dell’inflazione e dell’eventuale costo sostenuto dagli enti privati per questo tipo di operazione.
Tenendo conto di tutte queste premesse, è possibile ipotizzare un “montante finale”, ossia un valore corrispondente alla somma dei contributi rivalutati e detratti dai costi, che andrà poi convertito in rendita, secondo una serie di calcoli parametrati all’aspettativa di vita del futuro pensionato. Come potete immaginare sono molti i fattori in gioco la cui variabilità è ampia e in grado di modificare il risultato finale anche in misura importante. Secondo alcune scuole di pensiero, meglio sarebbe fornire una “forchetta” di calcolo, ossia un range tra due valori, uno minimo e uno massimo, entro cui calcolare un’alta percentuale di probabilità che il risultato finale venga prodotto. In tutti i casi è fondamentale poter disporre di una rappresentazione di questo tipo e tenerla sotto controllo periodicamente, ogni anno come detto, in modo da avvicinarsi con sempre maggiore approssimazione e precisione al risultato finale. Ossia, la pensione. Ciò permette di vivere il proprio percorso previdenziale in modo consapevole, con la possibilità di modificarlo e renderlo più efficiente in caso di necessità: ad esempio aumentando i versamenti, riducendoli, trasferendo la propria posizione tra un comparto e un altro di differente grado di rischio. Seguire questa “bussola previdenziale” permette di strutturare il proprio futuro con una certa approssimazione, riducendo le incertezze anche del presente. Come detto, strumenti come questi sono presenti sui siti internet di tutti i fondi pensione ma ci sono numerose altre versioni, alcune più dettagliate altre più semplificate. Quello che vi indichiamo qui è quello presente sul sito web del Sole 24 Ore: http://s24ore.it/HJVxDB.
Provate a utilizzarlo più volte, modificando profili di rischio, l’ammontare della contribuzione, le stime di crescita del reddito futuro e quant’altro. È importante realizzare questo esercizio sia in termini di valori assoluti, sia in termini percentuali a partire dal cosiddetto tasso di sostituzione: consiste nel rapporto tra il primo assegno pensionistico e l’ultimo stipendio e ci offre la misura di quanto lo stile di vita di un lavoratore (e delle persone a lui legate dal punto di vista economico e affettivo) può mutare al momento del pensionamento. È anche l’indicatore più chiaro della differenza tra il sistema retributivo e quello contributivo: il primo assicurava un tasso di sostituzione dal 70% in su, per chi poteva far valere almeno 35 anni di contribuzione, mentre il secondo, mettendo in funzione la rendita con i contributi versati, può ridurre la percentuale anche sotto il 50 per cento.
Utilizzare un “pensionometro” per realizzare queste elaborazioni – ciò che in inglese si chiama “what if” – è un esercizio molto utile non solo per avere evidenza dell’effetto che i diversi fattori producono sul risultato finale, comprenderne il peso e il ruolo, in definitiva usare la tecnologia per un’operazione di educazione previdenziale; ma anche per dare struttura al futuro, ridurne l’incertezza rispetto al futuro e di conseguenza l’ansia vissuta nel presente, e in definitiva costruirsi un percorso previdenziale.

4. Quanto versare al fondo pensione

Una volta focalizzata la propria prospettiva pensionistica di primo e secondo pilastro, occorre determinare quanto versare in un fondo pensione. I calcolatori di cui abbiamo parlato or ora sono particolarmente efficienti nell’indicare la correlazione tra risultato finale e ammontare di quanto versare periodicamente. Va da sé che la posizione di ciascuno è molto difficilmente comparabile a quella degli altri: attenzione, dunque, ai consigli che il passa parola inevitabilmente distribuisce in varie circostanze.
Ciononostante, per rispondere a una domanda anche generica e poco precisa di quanto occorrerebbe risparmiare a fini previdenziali, molti esperti indicano nel 10% circa del proprio reddito la cifra più vicina all’ottimale: è un’indicazione, un punto di partenza da cui derivare quote di versamenti più precise, sia per i lavoratori dipendenti che per gli autonomi, professionisti e partite Iva.
I primi possono versare al proprio fondo pensione la quota di trattamento di fine rapporto (Tfr) che corrisponde al 6,91% della retribuzione lorda. Da ricordare che sulla base dei contratti di lavoro collettivi, il datore di lavoro versa nella posizione previdenziale del dipendente anche un “contributo datoriale”, qualora il lavoratore versi un contributo volontario nella propria posizione; la quota datoriale oscilla tra lo 0,5 e il 2,5% circa del reddito lordo ed è interamente deducibile ai fini fiscali del lavoratore insieme al contributo volontario (il Tfr invece non è deducibile). Sommati questi elementi, si arriva vicini al 10% indicato in precedenza.
È appena il caso di ricordare che l’adesione a un fondo pensione comporta versamenti periodici che vengono definiti nel contratto nazionale di lavoro, se dipendenti (ogni mese, tre mesi o in alcuni casi anche ogni anno), oppure vanno calcolati in cifre assolute o in percentuale sul proprio reddito, se autonomi. Si tratta di una forma di versamento “a rate” che consente di “acquistare” quote di uno strumento di risparmio gestito quale un fondo pensione, compensando le oscillazioni e limitando la volatilità che caratterizza i mercati finanziari.
C’è da aggiungere che la norma consente di versare anche solo una parte del Tfr al proprio fondo pensione, ma questa prerogativa non si è particolarmente diffusa dopo la sua introduzione. Diverso il discorso per chi lavora in modo autonomo: per costoro la contribuzione a previdenza complementare può essere determinata in percentuale del reddito o in base a libere scelte e disponibilità degli aderenti. La deducibilità fiscale annua è uguale a quella dei lavoratori dipendenti, ossia fino a 5.164,57 euro che in questo caso si sostanzia solo dal proprio contributo volontario, non avendo né Tfr né contributo datoriale. Da segnalare che quasi tutti i fondi pensione – di categoria ossia negoziali, ma anche gli aperti e i piani individuali pensionistici (Pip) – offrono la possibilità di iscrivere anche i familiari a carico dell’aderente. La soglia di 5.164,57 euro annui di deducibilità è per l’intero nucleo familiare.

5. Perché i costi sono importanti

Diciamolo subito: i fondi pensione italiani sono tra i meno costosi a livello europeo e anche per trasparenza e qualità di gestione non hanno molto da invidiare a quelli olandesi oppure statunitensi (i quali invece hanno dalla loro le dimensioni e la capacità di incidere anche sulle società in cui investono). Quanto detto all’inizio sulla concorrenza tra fondi e la portabilità delle singole posizioni è un elemento importante. Per rendere comparabili le differenti offerte e permettere all’aderente una scelta consapevole, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) ha pubblicato sul proprio sito web un comparatore di costi – all’indirizzo http://www.covip.it/isc_dinamico/ – che offre un quadro completo di tutti gli strumenti a disposizione, nelle differenti tipologie.
I costi dei fondi pensione italiani possono differire enormemente tra loro ed è per questo molto importante scegliere quello giusto per noi, anche in termini di oneri da sostenere. La Covip, che monitora costantemente il settore, ha verificato che i costi si riducono man mano che aumenta la durata della contribuzione dell’iscritto, visto che l’incidenza delle spese fisse si diluisce in un maggior numero di anni. Per questo è stato studiato un metodo di calcolo che misura gli oneri a 2, 5, 10 e 35 anni. Tra le differenti tipologie, i minori costi si registrano tra i fondi negoziali o di categoria, che essendo organizzazioni senza scopo di lucro hanno solo oneri amministrativi e finanziari; il loro indice sintetico di costo varia mediamente tra l’1,07% su due anni di partecipazione, e lo 0,26% per una permanenza nel fondo di 35 anni; quello dei fondi aperti, calcolato sui medesimi orizzonti temporali, si attesta tra il 2,33 e l’1,23%, e quello dei Pip oscilla tra il 3,86 e l’1,83 per cento. Va ricordato che si tratta di medie, ossia di dati statistici che sintetizzano migliaia di linee di investimenti dal differente equilibrio rischio/rendimento. In genere i comparti garantiti e azionari mostrano un Isc leggermente superiore ai comparti obbligazionari e bilanciati, a causa dei maggiori costi sostenuti dai gestori per offrire garanzie agli aderenti o le operazioni di compravendita sui mercati azionari.
I fondi aperti e i Pip presentano costi più elevati perché si tratta di forme previdenziali “di mercato” che comportano quindi commissioni che le società istitutrici distribuiscono alle reti per il collocamento dei prodotti e per la consulenza offerta ai clienti. Pur equiparate dalla normativa italiana alle forme negoziali, rappresentano strumenti che in altri Paesi vengono definiti di “terzo pilastro”, potenzialmente integrativi o sostitutivi delle forme di secondo pilastro, in quanto rivolti a lavoratori autonomi. È evidente, quindi, che per un lavoratore dipendente sarà decisamente più conveniente aderire al proprio fondo di categoria, invece che a uno di mercato: sia perché meno oneroso, come si è visto, sia perché grazie a un contributo volontario incasserebbe anche un contributo datoriale, elementi entrambi fiscalmente deducibili.
I lavoratori autonomi, invece, disponendo solo di strumenti di mercato vanno incontro a costi maggiori; d’altro canto non disponendo di Tfr, tutta la loro contribuzione è fiscalmente deducibile, almeno fino a 5.164,57 euro l’anno. La stessa Covip periodicamente raccomanda di tenere in debita considerazione il tema costi nella scelta dello strumento di previdenza complementare. Il motivo sta nell’incidenza dei costi sulle prestaz...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Il vaccino dell’alfabetizzazione contro l’incertezza. Prefazione di Annamaria Lusardi
  6. La sfida demografica per un Paese in cerca di futuro. Introduzione di Fabio Tamburini
  7. Capitolo 1. Dieci passi per costruire la propria pensione
  8. Capitolo 2. Come stanno cambiando le pensioni
  9. Capitolo 3. Gli interventi dei protagonisti
  10. Capitolo 4. Le parole chiave della previdenza

Domande frequenti

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