Erewhon
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Erewhon

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Informazioni su questo libro

Un mondo e un futuro possibile…
Questo denso piccolo libro che data 1872 è spaventoso nella precisione con cui parla di molti mali e ossessioni del nostro tempo. In alcuni capitoli la sua preveggenza è tale da far sorgere il dubbio che Butler sia stato una sorta di viaggiatore nel/del tempo e che la mitica Erewhon (anagramma di Nowhere) non sia una terra utopica/distopica che si erge oltre enormi montagne nebbiose del nuovo mondo, ma un modo occulto per parlare di uno strano e incomprensibile, a occhi ottocenteschi, futuro.
Il narratore è un giovane senza eccessiva arte né parte che lavora in una colonia inglese (quale non è dato sapere). Mentre lavora, anche a causa dei racconti di un bruttissimo indigeno, guarda con cupidigia le montagne circostanti, misteriose e inesplorate: è convinto che oltre le nebbie si celino terre che vale la pena di rivendicare, così un giorno parte.
Il servo lo segue, ma poi di colpo lo abbandona terrorizzato e dopo una serie di peripezie giunge a "Erewhon", una terra rimasta isolata dal resto del mondo dove si è sviluppata una civiltà dagli usi e costumi alquanto peculiari.
Gli abitanti di "Erewhon" sono tutti bellissimi (Butler per dire che sono splendidi continua a descriverli come magnifici italiani), in salute e relativamente giovani. Tra di loro non ci sono malati, disabili, persone eccessivamente anziane e il motivo è presto detto: ammalarsi o nascere cagionevole di salute a Erewhon è un vero e proprio reato.
Inoltre in questo misterioso Erewhon non ci sono macchine perché durante una guerra civile avvenuta centinaia di anni prima, la popolazione, incitata da un pensatore che scrisse un fondamentale pamphlet "Il libro delle macchine", distrusse la tecnologia molto avanzata di cui erano in possesso e che stava rapidamente prendendo possesso dei loro lavori e delle loro vite.
Quelle macchine che un giorno acquisiranno una sorta di coscienza e riusciranno persino a riprodursi, soppiantando l'uomo e rendendolo schiavo per poi eliminarlo al momento in cui sarà diventato completamente inutile.

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CAPITOLO XXIX

Conclusione

La nave era la Principe Umberto, proveniente da Callao e diretta a Genova. Aveva trasportato un gruppo di emigranti a Rio. Da Rio era passata a Callao, dove aveva fatto un carico di guano, e ora tornava in patria. Il capitano, un certo Giovanni Gianni, nativo di Sestri, mi ha gentilmente autorizzato a valermi della sua testimonianza nel caso in cui l’autenticità della mia storia venisse messa in dubbio. Ma, debbo confessarlo, lasciai che egli si facesse un’idea errata riguardo ad alcuni particolari importanti. Devo aggiungere poi che, al momento del salvataggio, ci trovavamo a circa mille miglia dalla terraferma.
Appena fummo a bordo, il capitano ci chiese notizie dell’assedio di Parigi. Credeva infatti che provenissimo di là, benché ci avesse trovato tanto lontano dall’Europa. Io, come si può bene immaginare, ignoravo persino che Francia e Germania fossero in guerra; ma ero troppo spossato per contraddirlo, e preferii fargli credere tutto quello che voleva. Non conosco molto bene l’italiano, e non afferrai gran che dei suoi discorsi; ma fui lieto di non rivelare da dove veramente eravamo partiti, e decisi di prendere l’imbeccata da lui.
Così venne fuori la seguente versione dei miei fatti: ero un milord inglese, e Arowhena una contessa russa; con noi, in pallone, si trovavano altre dieci o dodici persone, tutte perite in mare, come pure i dispacci a noi affidati erano finiti in acqua. Una storia, lo scoprii in seguito, per nulla credibile: e il capitano se ne sarebbe reso conto lui stesso se non si fosse trovato in mare da qualche settimana. Il giorno in cui ci salvò, infatti, i Tedeschi erano già da un pezzo padroni di Parigi. Comunque, il capitano immaginò che le cose stessero come pareva a lui, e io ne fui ben contento.
Di lì a pochi giorni avvistammo un vascello inglese diretto da Melbourne a Londra con un carico di lana.
Benché facesse burrasca, e fosse pericoloso trasportarci da una nave all’altra con la scialuppa, dietro le mie preghiere insistenti il capitano acconsenti a fare segnalazioni alla nave inglese, che ci accolse a bordo. Ma l’impresa fu talmente ardua che nessuno pensò di raccontare i particolari del nostro salvataggio. Sentii, sì, il marinaio italiano a guida della scialuppa gridare in francese che ci avevano raccolti da un pallone, ma il vento ululava così forte e il capitano inglese conosceva così poco il francese, che non capi una sillaba. Ci credette quindi due persone scampate a un naufragio, e ci chiese su quale nave eravamo naufragati. Risposi che si trattava di un battello da diporto: la corrente ci aveva trascinato in alto mare, e solo io ed Arowhena (che feci passare per una signora peruviana) eravamo riusciti a salvarci, mentre tutti gli altri erano periti.
Non potremo mai ricambiare le bontà di cui ci colmarono i numerosi passeggeri della nave, lo ero assillato dal pensiero che essi finissero per scoprire che non avevamo avuto piena fiducia in loro; ma se avessimo raccontato la nostra vera storia non ci avrebbero creduto. D’altronde avevo deciso che, finché potevo prevenirlo, nessuno doveva sentir parlare di Erewhon, o avere l’opportunità di andarvi prima di me. In realtà, se non avessi il conforto della religione, il ricordo delle frottole che fui costretto a dire mi avvelenerebbe l’esistenza. Dopo pochi giorni che ci trovavamo a bordo, un illustre ecclesiastico, che era tra i passeggeri, unì in matrimonio me ed Arowhena.
Viaggiammo felicemente per circa due mesi. Infine avvistammo la costa occidentale della Cornovaglia: di lì a una settimana sbarcavamo a Londra. A bordo venne fatta una generosa colletta per aiutarci, e quindi per il momento il denaro non ci mancava. Condussi Arowhena nel Somersetshire, dove abitavano, l’ultima volta che avevo avuto loro notizie, mia madre e le mie sorelle. Là, con mio grande dolore, appresi che mia madre era morta; la notizia della mia tragica scomparsa, portata da Chowbok alla fattoria del mio padrone, aveva accelerato la sua fine. Chowbok, sembra, aveva atteso per qualche giorno di vedermi tornare; convintosi poi che non sarei riapparso mai più, aveva inventato la storia che, mentre ridiscendevo la gola sulla via dei ritorno, ero caduto in un torrente vorticoso proprio sotto i suoi occhi. Si era cercato il mio cadavere, ma per farmi affogare quel furfante aveva scelto un luogo dove nessuno avrebbe mai potuto ritrovarmi.
Le mie sorelle si erano sposate, ma i loro mariti non nuotavano certo nell’oro. Nessuno parve molto felice del mio ritorno; e capii ben presto che, quando i parenti ti hanno già pianto per morto, la prospettiva di doverti piangere un’altra volta non li entusiasma affatto.
Così tomai a Londra con mia moglie, e, con l’aiuto di un vecchio amico, campai la vita scrivendo racconti edificanti per alcune riviste, e per un’associazione religiosa. Mi pagavano bene; spero non mi si accuserà di presunzione, ma molti degli opuscoli più popolari che vengono distribuiti nelle edicole e spesso si trovano dimenticati nelle sale d’aspetto delle stazioni, debbo dirlo, sono nati dalla mia penna. Nel tempo l...

Indice dei contenuti

  1. Titolo pagina
  2. CAPITOLO I
  3. CAPITOLO II
  4. CAPITOLO III
  5. CAPITOLO IV
  6. CAPITOLO V
  7. CAPITOLO VI
  8. CAPITOLO VII
  9. CAPITOLO VIII
  10. CAPITOLO IX
  11. CAPITOLO X
  12. CAPITOLO XI
  13. CAPITOLO XII
  14. CAPITOLO XIII
  15. CAPITOLO XIV
  16. CAPITOLO XV
  17. CAPITOLO XVI
  18. CAPITOLO XVII
  19. CAPITOLO XVIII
  20. CAPITOLO XIX
  21. CAPITOLO XX
  22. CAPITOLO XXI
  23. CAPITOLO XXII
  24. CAPITOLO XXIII
  25. CAPITOLO XXIV
  26. CAPITOLO XXV
  27. CAPITOLO XXVI
  28. CAPITOLO XXVII
  29. CAPITOLO XXVIII
  30. CAPITOLO XXIX