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Leggende napoletane
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O munaciello, il diavolo di Mergellina, la leggenda di Capodimonte e molti altri ancora: una Napoli esoterica, magica e circondata dalla nebbia del mito. Una città antica, più antica anche di quanto si pensi, che rivive attraverso le testimonianze di uomini e di donne che la seppero raccontare, al principio del novecento, alla penna della giornalista Matilde Serao.
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Argomento
Scienze socialiCategoria
Folklore e mitologiaDonnalbina, Donna Romita, Donna Regina
La leggenda di Donnalbina, Donna Romita, Donna Regina, corre ancora per la lurida via di Mezzocannone, per le primitive rampe del Salvatore, per quella pacifica parte di Napoli vecchia che costeggia la Sapienza. Corre la leggenda per quelle vie, cade nel rigagnolo, si rialza, si eleva sino al cielo, discende, si attarda nelle umide ed oscure navate delle chiese, mormora nei tristi giardini dei conventi, si disperde, si ritrova, si rinnovella – ed è sempre giovane, sempre fresca. Se voi volete, o miei fedeli ed amati lettori, io ve la narro. Se volete per un poco dimenticare le nostre folli passioni, i nostri odi di taciturni, i nostri volti pallidi, le nostre anime sconvolte, io vi parlerò di altre passioni diversamente folli, di altri odii, di altri pallori, di altre anime. Se volete io vi narrerò la leggenda delle tre sorelle: Donnalbina, Donna Romita, Donna Regina.
Erano le tre figlie del barone Toraldo, nobile del sedile di Nilo. La madre, Donna Gaetana Scauro, di nobilissimo parentado, era morta molto giovane: il barone si crucciava che il suo nome dovesse estinguersi con esso: pure, non riprese moglie. Ottenne come special favore dal re Roberto d’Angiò che la sua figliuola maggiore, Donna Regina, potesse, passando a nozze, conservare il suo nome di famiglia e trasmetterlo ai suoi figliuoli. E nel 1320 si morì, racconsolato nella fede del Cristo Signore. Donna Regina aveva allora diciannove anni, Donnalbina diciassette, Donna Romita quindici.
La maggiore, dal superbo nome, era anche una superba bellezza: bruni e lunghi i capelli nella reticella di fil d’argento, stretta e chiusa la fronte, gravemente pensosi i grandi occhi neri, severo il profilo, smorto il volto, roseo-vivo il labbro, ma parco di sorrisi, parchissimo di detti; tutta la persona scultorea, altera, quasi rigida nell’incesso, composta nel riposo. E lo spirito di Regina, per quanto ne poteva ricavare l’indiscreto indagatore, rassomigliava al corpo. Era in quell’anima un’austerità precoce, un sentimento assoluto del dovere, un’alta idea del suo còmpito, una venerazione cieca del nome, delle tradizioni, dei diritti, dei privilegi. Era lei il capo della famiglia, l’erede, il conservatore del nobil sangue, dell’onore, della gloria; era nel suo fragile cuore di donna che dovevano trovare aiuto e sostegno queste cose – ed ella nel silenzio, nella solitudine, si adoperava ad invigorire il suo cuore: a farvi nascere la costanza e la fermezza, a cancellarvi ogni traccia di debolezza. A volte nel suo spirito, sempre freddo, sempre teso, passava un soffio caldo e molle – e le sorgevano in cuore vaghi desiderii di amore, di profumi, di colori abbaglianti, di sorrisi; ma ella cercava vincersi, s’inginocchiava a pregare, leggeva nel vecchio libro dove erano scritte le storie di famiglia e ridiventava l’inflessibile giovinetta, Donna Regina, baronessa di Toraldo.
Donnalbina, la seconda sorella, veniva chiamata cosi dalla bianchezza eccezionale del volto. Era una fanciulla amabile, sorridente nel biondo-cinereo della chioma, nel fulgore dello sguardo intensamente azzurro, nei morbidi lineamenti, nella svelta e gentile persona. I tratti duri, fieri, di Donna Regina diventavano femminilmente graziosi in Donnalbina. E veramente ella era la dolcezza di casa Toraldo. Era lei che presenziava i lunghi lavori delle sue donne sul broccato d’oro, alle trine di lucido filo d’argento, agli arazzi istoriati, andando da un telaio all’altro, curvandosi sul ricamo, consigliando, dirigendo; era lei , che, in ogni sabato, attendeva alla distribuzione delle elemosine ai poveri, curando che niuno fosse trattato con , durezza, che niuno fosse dimenticato, ritta in piedi sul primo scalino della porta, vivente immagine della misericordia terrestre. Era lei che portava alla sorella Regina le suppliche dei servi infermi, dei coloni poveri, di chiunque chiedesse una grazia, un soccorso. Nella sua affettuosa e gaia natura, si doleva del silenzio di quella casa, della austera gravità che vi regnava, dei corridoi gelati, delle sale marmoree che niun raggio di sole valeva a riscaldare; si doleva del freddo cuore di Regina che niun affetto faceva sussultare – se ne doleva per Donna Romita.
Perché Donna Romita era una singolare giovinetta, mezzo bambina. Così il suo aspetto: i capelli biondo cupo, corti ed arricciati, il viso bruno, di quel bruno caldo e vivo che pare ancora il riflesso del sole, gli occhi di un bel verde smeraldo, glauco e cangiante come quello del mare, le labbra fini e rosse, la personcina esile e povera di forma, bruschi i moti, irrequieta sempre. Ora appariva indifferente, glaciale, gli occhi smorti, le nari terree, quasi la vita fosse in lei sospesa; ora si agitava, una fiamma le coloriva il volto, le labbra fremevano di baci, di parole, di sorrisi, l’angolo delle palpebre nascondeva una scintilla, scivolata dalla pupilla viva; ora diventava irritata, superba, il viso chiuso, sbiancato da una collera interna. Nei giorni d’inverno, quando la pioggia sferza i vetri, il vento sibila per le fessure delle porte, urta nel camino, del largo focolare, Donna Romita si rannicchiava in un seggiolone come un uccello pauroso ed ammalato; nelle caldissime ore di estate, non lasciava le ombre del giardino, errando pei viali. A volte rimaneva lunghe ore pensosa. Pensava forse di sua madre, cui le avevano detto rassomigliasse.
Pure, le tre sorelle menavano placida vita. Erano regolate le ore dell’abbigliamento, della preghiera, del lavoro, dell’asciolvere e della cena; erano stabilite equamente le occupazioni di ogni settimana, di ogni mese. Dappertutto Donna Regina andava innanzi e le sorelle la seguivano; ella aveva il seggiolone con la corona baronale, ella aveva le chiavi dei forzieri dove erano rinchiuse le insegne del suo grado ed i gioielli di famiglia; a mensa, ella presiedeva, le due sorelle una a diritta l’altra a sinistra, su’ seggi più umili; all’oratorio ella intonava le laudi.
La mattina e la sera le due sorelle minori salutavano la maggiore, inchinandosi e baciandole la mano: ella le baciava in fronte. Di rado le chiamava a consiglio, essendo, in lei il senno superiore alla età ed al sesso: ma se accadeva, le due attendevano pazienti di essere interrogate. Era in tutte tre profondo ed innato il sentimento dello scambievole rispetto: in Donnalbina e in Donna Romita un ossequio affettuoso per Donna Regina. Le sue parole erano una legge indiscutibile, cui non si sarebbero giammai ribellate. In fondo l’amavano, ma senza espansioni. Ed essa era troppo rigida per mostrar loro il suo affetto, se le amava.
Un giorno re Roberto si degnò scrivere di suo pugno a Donna Regina Toraldo che le aveva destinato in isposo Don Filippo Capece, cavaliere della corte napoletana.
Imbruniva. Nel vano di un balcone sedeva Donna Regina, col libro delle ore fra le mani. Ma non leggeva.
– Mi è lecito rimanere accanto a voi, sorella mia? – chiese timidamente Donnalbina.
– Rimanete, sorella – disse brevemente Regina.
Regina era più smorta dell’usato, un po’ abbassata la testa, errante lo sguardo. E Donnalbina cercava indovinare il pensiero segreto di quella fronte severa.
– Mi ricercavate di qualche cosa, Donnalbina? – chiese infine Regina, scuotendosi.
– Voleva dirvi che la nostra sorella Donna Romita mi pare ammalata.
– Non me ne addiedi. Mandaste per la medesima Giovanna?
– No, sorella, non mandai.
– E perché?
– Ahimè! sorella, dubito che i farmachi possano guarire Donna Romita.
– E qual malore grave e strano è il suo, che non trovi rimedio?
– Donna Romita soffre, sorella mia. Nella notte è angosciosa la veglia ed agitati i suoi sonni; nel giorno fugge la nostra compagnia, piange in qualche angolo oscuro; passa ore ed ore nell’oratorio inginocchiata, col capo su le mani. Donna Romita si strugge seg...
Indice dei contenuti
- La città dell’amore
- Virgilio
- Il mare
- La leggenda dell’amore
- Il palazzo Donn’Anna
- Barchetta-fantasma
- Il segreto del mago
- Donnalbina, Donna Romita, Donna Regina
- ‘O munaciello
- Il diavolo di Mergellina
- Megaride
- Il Cristo morto
- Provvidenza, buona speranza
- Leggenda di Capodimonte
- Leggenda dell’avvenire
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