Le poesie del Burchiello sono sonetti - quasi tutti 'caudati' (con un numero variabile di terzine o di versi in più rispetto al sonetto convenzionale di 14 versi) - composti in un linguaggio originale e spesso apparentemente incoerenti. Molti sonetti sono satire beffarde indirizzate contro la cultura letteraria petrarchesca oppure descrizioni della vita miseranda che egli conduceva, altri (i cosiddetti sonetti alla burchia ) sono un guazzabuglio di parole senza alcun nesso evidente, con effetti comici e stralunati. Il critico Giuseppe De Robertis parlò di "pop-art" dell'epoca. In questa edizione il testo, dopo accurato controllo, riporta i sonetti originali.

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333 Sonetti
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Argomento
LetteraturaCategoria
Poesia333 SONETTI
I .
Il Despoto di Quinto, e ’l gran Soldano,
E trentasette schiere di Pollastri,
Fanno coniar molti fiorin novastri,
Come dice il Salmista nel Prisciano:
E dicesi nel Borgo a San Friano,
Che gli è venuto al porto de’ Pilastri
Una Galea carica d’impiastri,
Per guarir del catarro Mont’Albano.
Mille Franciosi assai bene incaciati,
Andando a Vallembrosa per cappelli,
Furon tenuti tutti smemorati:
Fojan gli vide, e disse: velli, velli;
Ei non son dessi, il Bagno gli ha scambiati,
O e’ gli ha barattati in Alberelli:
Allora i Fegatelli,
Gridaron tutti quanti cera, cera,
E l’Anguille s’armaron di panziera.
II .
Io vidi un dì spogliar tutte in farsetto
Le Noci, e rivestir d’altra divisa;
Tal che i Fichi scoppiavan delle risa,
Ch’io non ebbi giammai simil diletto:
Poi fra ora di cena, e irsi a letto
Vidi Cicale, e Granchi in Val di Pisa;
E molti altri sbanditi dall’Ancisa,
Che fabbricavano aria in su n’un tetto.
Molti Aretini andavano in Boemmia,
Per imparar a favellare Ebraico
Nel tempo, che l’aceto si vendemmia:
L’un era Padovano, e l’altro Laico;
Ma venne lor sì fatta la bestemmia,
Che ne fur presi più di cento al valico;
Et imperò il Musaico
Non ci s’impiastra più, perché in Mugnone
Vi si fa troppa carne di castrone.
III .
Se vuoi far l’arte dello indovinare,
Togli un Sanese pazzo, e uno sciocco;
Un Aretin bizzarro, e un balocco,
E fagli insieme poi tutti stillare:
Poi fa Volterra in tutto dimagrare,
E abbi del butir d’un Anitrocco,
E di Compieta il primo, e ’l sezzo tocco,
E questo è il modo se tu vuoi volare.
Ed a ’mparar l’arte della memoria
Convient’ire a combatter Mongibello;
Ma fa che tu ne rechi la vittoria;
E se romor si leva in Orbatello,
Fuggi in Ringhiera, e fa sonare a gloria,
E mostra pur d’aver un buon cervello:
E quando vai in Mugello,
Fatti increspare, e guarda verso Siena,
E non arai mai doglia nella schiena.
IV .
Se i Cappellucci fussin Cavalieri,
E i tegoli lasagne imbullettate,
Pianger vedresti insieme le giuncate
Per la fortuna, c’hanno i broccolieri:
Ma ci debbe venir domani, o jeri
Gran quantità di Bugnole intarlate,
Cariche di lupini, e di granate;
Però son rinviliti li sparvieri.
La Cupola di Norcia andando al fresco
Riscontrò una Nave di frasconi,
Che gli usciva ’l cervel pel guidalesco:
Et io ne so parlar, perché i Melloni
M’appigionaron via l’altr’jeri un pesco,
Ch’era pieno di nidi di starnoni:
Guarti da gli Acquazzoni,
Perch’a Monte Morello c’è un Vicario,
Che fa ragion secondo il Calendario.
V .
L’Uccel grifon, temendo d’un Tafano
Andò gran tempo armato di corazza;
Tal ch’ancor di paura si scacazza,
E non sa se l’è in poggio, o se l’è in piano.
E se non fusse il gruogo, o ’l zafferano
Non si troveria mai saggina in piazza;
E la più gente ci sarebbe pazza
Se non fusse il buon vin, che noi bejano.
Emmi venuto un gran pensier negli occhi,
Che mi fa contemplar se i Saracini
Son vaghi delle sorbe, o de’ ranocchi.
Ed io conchiudo, che gli spelazzini
Ciascun vorrebbe doventar lo Scrocchi,
Però non vo’ che tu me lo ’nsalini;
Ch’io vidi i Pasticcini
Fare infra loro una stopposa schiera,
E ballarono al suon d’una stadera.
VI .
Cacio stillato, e olio pagonazzo,
E un Mugnajo, che vende brace nera
Andaro jermattina presso a sera
A fare un grande Ochò a un mogliazzo.
Le Chiocciole ne feron gran rombazzo,
Però, che v’eran gente di scarriera,
Che non volean render fava nera,
Perché ’l Risciacquatojo facea gran guazzo.
Allor si mosse una Bertuccia in zoccoli
Per far colpi di lancia con Achille,
Gridando forte, spegnete quei moccoli.
E io ne vidi accender più di mille,
E far grand’apparecchio agli anitroccoli,
Perché i Ranocchi volean dir le Squille:
E poi vidi l’Anguille
Far cose, ch’io non so se dir mel debbia?
Pur lo dirò: Elle ’mbottavan nebbia.
VII .
Suon di campane in gelatina arrosto,
E ’l diametro, e ’l centro della fava,
Ed una Madia cieca, che covava
Uova di Capra, ch’eran pien di mosto.
Domandando di ciò, mi fu risposto
Da un Fattappio bigio, che volava,
Che se l’imbascerìa non se ne andava,
Che ben se n’avvedrebbon tosto, tosto.
Comunche gli ebbon tal proposta intesa
Ratti n’andaron tutti alle Gualchiere
Per guarire intrafatto della scesa.
Allora ebbon gran doglia le saliere,
E mandarono un propio in Valdipesa,
Che fusse lor mandato un per quartiere.
Di poi le Cervelliere
Hanno studiato sempre in Aritmetica,
Veggendo, che la Cupola farnetica.
VIII .
Il Marrobbio, che vien di Barberìa,
E le mucchia del Mar di Laterina,
Hanno fatto venir la palatina
Al Camarlingo dell’Ortografia.
E s’io comprendo ben, la Poesìa
È dimagrata in questa quarantina,
Però nessun ci mangi Gelatina,
Se non che gli verrà la Parlasìa.
E chi volesse dir: tu tibi tolli,
Le Mosche son fuggite in Ormignacca
Veggendo i pesci d’Arno tutti molli.
Egli è un gran Filosofo in Baldracca,
Che ’nsegna molto ben beccare a’ polli,
E dà lor ber con una Silimbacca.
E ’l presto della Vacca
È fatto soprastante della pratica,
E le Civette studiano in Grammatica.
IX .
Quattordici stajora di pennecchi,
E una filattiera di Ciscranne
Hanno già messo sì lunghe le zanne,
Che gli esce lor la milza per gli orecchi.
E un, che va vendendo cenci vecchi,
Ch...
Indice dei contenuti
- Copertina
- 333 SONETTI
- Indice
- Intro
- 333 SONETTI
- Ringraziamenti
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