Mandragola Clizia Andria
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Mandragola Clizia Andria

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Mandragola Clizia Andria

Informazioni su questo libro

Il Rinascimento fu l'età dell'oro della commedia italiana, anche grazie al recupero e alla traduzione nelle diverse lingue volgari, da parte degli umanisti di numerosi testi classici greci e latini (sia testi teatrali come le commedie di Plauto e Terenzio e le tragedie di Seneca che opere teoriche come la Poetica di Aristotele, tradotta per la prima volta in italiano dall'umanista Giorgio Valla nel 1498). Uno dei commediografi più rappresentativi del teatro rinascimentale è stato Niccolò Machiavelli che scrisse una delle commedie più importanti di questo periodo, Mandragola, caratterizzata da una carica espressiva e da una linfa inventiva difficilmente eguagliate in seguito, ispirata da riferimenti satirici alla realtà quotidiana dei personaggi e non più necessariamente legati ai tipi della tradizione classica.
Clizia non è solamente un prodotto intellettuale, ma anche una proiezione autobiografica della relazione di Machiavelli con la cantante Barbara Raffacani Salutati. Per questo Nicomaco (di cui si sottolinea la non casuale similitudine tra il nome del protagonista e quello del commediografo) e il tema dell'amore senile risultano di gran lunga diversi rispetto alla visione tradizionale.
In Andria, scritta sul modello di Publio Terenzio Afro, si narrano le vicende di un gruppo di personaggi alle prese con matrimoni, inganni e tradimenti.
In unico volume tutto il teatro di Niccolò Machiavelli.

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ATTO PRIMO

Scena prima

SIMO, SOSIA
SIMO: (agli schiavi) Portate voi altri drento queste cose, spacciatevi! Tu, Sosia, facti in qua: io ti voglio parlare uno poco.
SOSIA: Fa‘ conto d‘havermi parlato; tu vuoi che queste cose s‘acconcino bene.
SIMO: Io voglio pure altro.
SOSIA: Che cosa so io fare, dove io ti possa servire meglo che in questo?
SIMO: Io non ho bisogno di cotesto per fare quello che io voglio, ma di quella fede et di quello segreto che io ho conosciuto sempre essere in te.
SOSIA: Io aspecto d‘intendere quello che tu vuoi.
SIMO: Tu sai, poi che io ti comperai da piccolo, con quanta clemenza et giustitia io mi sono governato teco, et di stiavo io ti feci liberto, perché tu mi servivi liberalmente, et per questo io ti pagai di quella moneta che io potetti.
SOSIA: Io me ne ricordo.
SIMO: Io non mi pento di quello che io ho facto.
SOSIA: Io ho gran piacere, se io ho facto et fo cosa che ti piaccia: et ringratioti che tu mostri di conoscerlo: ma questo bene mi è molesto, che mi pare che, ricordandolo hora, sia quasi un rimproverarlo ad uno che non se ne ricordi. Che non di‘ tu in una parola quello che tu vuoi?
SIMO: Così farò. Et innanzi ad ogni cosa io t‘ho a dire questo: queste noze non sono, come tu credi, da dovero.
SOSIA: Perché le fingi adunque?
SIMO: Tu intenderai da principio ogni cosa, et a questo modo conoscerai la vita del mio filgiuolo, la deliberatione mia et quello che io vogla che tu facci in questa cosa. Poi che ‘l mio figliuolo uscì di fanciullo et che ei cominciò a vivere più a suo modo (imperò che chi harebbe prima potuto conoscere la natura sua, mentre che la età, la paura, il maestro, lo tenevono a freno?
SOSIA: Così è! ...
SIMO: ... di quelle cose che fanno la maggior parte de‘ giovanetti, di volgiere l‘animo a qualche piacere, come è nutrire cavagli, cani, andare allo Studio, non ne seguiva più una che un‘altra, ma in tutte si travaglava mediocremente; di che io mi rallegravo.
SOSIA: Tu havevi ragione, perché io penso nella vita nostra essere utilissimo non seguire alcuna cosa troppo.
SIMO: Così era la sua vita: sopportare facilmente ognuno; andare a‘ versi ad coloro con chi el conversava; non essere traverso; non si stimare più che gli altri; et chi fa così, facilmente sanza invidia, si acquista laude et amici.
SOSIA: Ei si governava saviamente, perché in questo tempo chi sa ire a‘ versi, aquista amici, et chi dice il vero, aquista odio.
SIMO: In questo mezo una certa femmina, giovane et bella, si partì da Andro per la povertà et per la negligenza de‘ parenti, et venne ad habitare in questa vicinanza.
SOSIA: Io temo che questa Andria non ci arrechi qualche male.
SIMO: Costei in prima viveva onestamente, guadagnandosi il vivere col filare et con il texere; ma poi che venne hora uno, hora un altro amante promettendole danari, come egli è naturale di tutte le persone sdrucciolare facilmente da la fatica a l‘ozio, l‘acceptò lo invito; et a sorte, come accade, coloro che alhora l‘amavano, cominciorno a menarvi il mio figliuolo; onde io continuamente dicevo meco medesimo: - Veramente egli è stato sviato! egli ha hauto la sua! -. Et qualche volta, la mattina, io appostavo i loro servi, che andavano et venivono, et domandavogli: – Odi qua, per tua fé: a chi toccò hiarsera Chrisyde? – perché così si chiamava quella donna.
SOSIA: Io intendo.
SIMO: Dicievano: – Phedria, o Clinia, o Nicerato – perché questi tre l‘amavano insieme. – Dimmi: Pamphilo che fece? – Che? Pagò la parte sua et cenò –. Di che io mi rallegravo. Dipoi, anchora l‘altro dì io ne domandavo, et non trovavo cosa alcuna che apartenessi a Pamphilo. Et veramente mi pareva un grande et rado exemplo di continenza, perché chi usa con huomini di simil natura, et non si corrompe, puoi pensare ch‘egli ha fermo il suo modo del vivere. Questo mi piaceva, et ciaschuno per una bocca mi diceva ogni bene, et lodava la mia buona fortuna, che havevo così facto figliuolo. Che bisognano più parole? Chremete, spinto da questa buona fama, venne spontaneamente a trovarmi, et offerì dare al mio figliuolo una unica sua figliuola con una gran dote. Piacquemi, promissigli, et questo dì è deputato a le noze.
SOSIA: Che mancha, dunque, perché le non sono vere?
SIMO: Tu lo intenderai. Quasi in quegli dì che queste cose seguirono, questa Crisyde vicina si morì.
SOSIA: Ho! io l‘ho caro! Tu m‘hai tutto ralegrato: io havevo paura di questa Crisyde.
SIMO: Quivi il mio figliuolo, insieme con quegli che amavono Crisyde, era ad ogni hora: ordinava il mortoro, malinconoso, et qualche volta lacrimava. Questo anche mi piacque; et dicevo così meco medesimo – Costui per un poco di consuetudine sopporta nella morte di costei tanto dispiacere: che farebb‘egli, se l‘havessi amata? che farebb‘egli, s‘io morissi io? –. Et pensavo queste cose essere inditio d‘una humana et mansueta natura. Perché ti ritardo io con molte parole? Io andai anchora io per suo amore a questo mortoro, non pensando per anchora alcun male.
SOSIA: Che domin sarà questo?
SIMO: Tu il saprai. Il corpo fu portato fuora, noi gli andamo dietro: in questo mezo, tra le donne ch‘erano quivi presenti, io veggo una fanciulletta d‘una forma...
SOSIA: Buona, per adventura!
SIMO: ...et d‘un volto, o Sosia, in modo modesto et in modo gratioso, che non si potrebbe dire più, la quale mi pareva che si dolessi più che l‘altre. Et perché la era più che l‘altre di forma bella et liberale, m‘accostai a quelle che le erano intorno, et domandai chi la fussi. Risposono essere sorella di Crisyde. Di facto, io mi senti‘ raviluppare l‘animo: ha! ha! questo è quello! di qui nascevono quelle lacrime! ques...

Indice dei contenuti

  1. Titolo pagina
  2. MANDRAGOLA
  3. Canzone
  4. ATTO TERZO
  5. CLIZIA
  6. Canzona
  7. ATTO SECONDO
  8. ATTO TERZO
  9. ATTO QUARTO
  10. ATTO QUINTO
  11. ANDRIA
  12. ATTO PRIMO
  13. ATTO SECONDO