I vostri figli hanno bisogno di voi
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I vostri figli hanno bisogno di voi

Perchè i genitori oggi contano più che mai

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I vostri figli hanno bisogno di voi

Perchè i genitori oggi contano più che mai

Informazioni su questo libro

Uno psicologo e un medico uniscono le proprie forze per affrontare una delle tendenze più allarmanti e fraintese del nostro tempo: i coetanei che prendono il posto dei genitori nella vita dei figli. Il dottor Neufeld ha dato a questo fenomeno il nome di “orientamento ai coetanei”, riferendosi con esso al fatto che bambini e ragazzi tendono a rivolgersi ai coetanei per avere indicazioni rispetto ai valori, al senso di ciò che è giusto o sbagliato, all’identità e ai codici di comportamento. Ma questo orientarsi ai coetanei deteriora la coesione familiare, impedisce un sano sviluppo del bambino, avvelena l’atmosfera scolastica, e favorisce la crescita di una cultura giovanile aggressiva, ostile e sessualizzata. Questo libro aiuta i genitori – insieme con gli insegnanti e gli operatori sociali – a comprendere la natura inquietante del fenomeno e fornisce soluzioni per ristabilire la giusta preminenza del legame spontaneo che unisce genitori e figli. I concetti, i princìpi, e i consigli pratici in esso contenuti daranno ai genitori il potere e la forza di essere per i propri figli ciò che la natura ha inteso: la fonte vera di contatto, sicurezza e calore.

Gordon Neufeld, PH.D., è psicologo clinico a Vancouver, e ha trascorso gran parte della sua vita professionale dedicandosi all’elaborazione di teorie coerenti in grado di spiegare l’evoluzione del bambino. È conosciuto in Canada per il suo lavoro sull’aggressività e la violenza fra i giovani e i bambini.
L’indirizzo del suo sito è www.GordonNeufeld.com.

Informazioni

Anno
2012
Print ISBN
9788895177533
eBook ISBN
9788895177984
TERZA PARTE
Confinati nell’immaturità:
come l’orientamento ai coetanei
impedisce il sano sviluppo
dell’individuo
VIII
LA PERICOLOSA FUGA DAI SENTIMENTI
Negli ultimi tempi, camminando per i corridoi della scuola superiore di mio figlio durante l’ora del pranzo, sono rimasto colpito dalla sensazione di trovarmi in un contesto molto simile a quello dei corridoi e delle mense delle prigioni minorili nelle quali avevo lavorato. La postura, i gesti, il tono, le parole, e l’interazione fra coetanei che osservavo in questa calca di adolescenti, tutto esprimeva una strana e innaturale invulnerabilità. Questi ragazzi sembravano impossibili da ferire. Il loro contegno rivelava una sicurezza, persino una spavalderia smargiassa che sembrava inattaccabile e superficiale al tempo stesso.
Il primo valore imposto dalla cultura dei pari è quello di essere “cool”, [di fare i “fichi”, N.d.T.], di caratterizzarsi per una completa assenza di apertura emotiva. I più stimati nel gruppo dei pari ostentano una calma sconcertante, non mostrano quasi alcuna paura, sembrano immuni dalla vergogna, e devono mormorare frasi del tipo “Chi se ne frega!”, “Frega niente!”, “Affari loro!”.
La realtà è piuttosto diversa. Gli esseri umani sono i più vulnerabili (dal latino vulnerare, ferire) fra tutte le creature e non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. Cos’è allora che può rendere conto di una tale discrepanza? Come possono giovani esseri umani, di fatto tanto vulnerabili, apparire esattamente l’opposto? La loro durezza, il loro atteggiamento “fico”, sono posticci o sono reali? È una maschera che ci si può togliere una volta giunti in un porto sicuro, oppure rappresenta il vero volto dell’orientamento ai pari?
Quando, per la prima volta, mi imbattei in questa subcultura dell’invulnerabilità adolescenziale, pensai che fosse solo un atteggiamento. La psiche umana può sviluppare difese formidabili contro un consapevole senso di vulnerabilità, difese che si radicano nel circuito emotivo della mente. Preferivo credere che questi ragazzi, se ne avessero avuto la possibilità, avrebbero rimosso la loro corazza e rivelato il lato più tenero, più genuinamente umano. In alcune occasioni questo si rivelò vero, ma più spesso dovetti invece constatare che l’invulnerabilità degli adolescenti non era finta o presuntuosa. Molti di questi bambini e ragazzi non provavano sentimenti di dolore, non sentivano alcuna ferita. Non voglio dire che non potessero essere feriti anche loro, ma finché si trattava dei sentimenti che essi provavano consciamente, non vi era alcuna maschera da togliere.
I ragazzi capaci di provare emozioni come la tristezza, la paura, la perdita e il rifiuto nasconderanno spesso questi sentimenti ai compagni per evitare di esporsi al rischio di essere ridicolizzati e attaccati. L’invulnerabilità è un camuffamento che adottano per mescolarsi alla folla, ma a cui presto rinunciano in compagnia di coloro con i quali sanno di poter essere se stessi. Non sono questi i ragazzi che mi preoccupano di più, malgrado io abbia senz’altro una preoccupazione per l’impatto che un’atmosfera di invulnerabilità avrà sul loro sviluppo e apprendimento. In un tale contesto la genuina curiosità non potrà prosperare, le domande non potranno essere poste liberamente, l’entusiasmo schietto per la conoscenza non verrà espresso. È un ambiente nel quale non si possono correre rischi e dove la passione per la vita e la creatività non trovano sfogo.
Ma i ragazzi più a rischio di danni psicologici e più profondamente coinvolti sono quelli che aspirano a essere duri e invulnerabili, non solo a scuola ma in generale. Costoro non possono indossare e togliere la maschera a piacimento. La difesa non è qualcosa che essi fanno, bensì qualcosa che essi sono. Questo indurimento emotivo è più evidente nei delinquenti e negli appartenenti alle bande o nei ragazzi di strada, ma rappresenta anche una dinamica significativa della varietà di orientamento ai coetanei che si ritrova quotidianamente nella tipica famiglia americana.
I BAMBINI ORIENTATI AI COETANEI SONO PIÙ VULNERABILI
Il solo motivo per cui un bambino o un ragazzo diventano inconsapevoli della propria vulnerabilità è che essa è diventata troppo pesante da sopportare, le sue ferite troppo dolorose. In altre parole, i ragazzi che nel passato sono stati sopraffatti dal dolore emotivo, è probabile che sviluppino assuefazione in futuro a questo genere di esperienze.
La relazione che lega ferite psichiche e fuga dalla vulnerabilità è piuttosto ovvia in bambini la cui esperienza di dolore emotivo è stata profonda. Quelli che con maggiore probabilità sviluppano questo tipo di indurimento emotivo di difesa sono i bambini degli orfanotrofi o dati più volte in affidamento, i bambini che hanno sperimentato perdite significative o hanno subìto maltrattamenti e abbandoni. Visto il trauma sofferto, è facile comprendere perché tendano a sviluppare straordinarie difese inconsce.
Quello che sconcerta è che, senza alcun trauma paragonabile a quelli appena citati, molti bambini, dopo un periodo di orientamento ai coetanei, possono manifestare lo stesso grado di atteggiamento difensivo. Sembra che i bambini orientati ai coetanei abbiano bisogno di proteggere se stessi dalla vulnerabilità con la stessa intensità dei bambini traumatizzati. Come si spiega questo fenomeno, in assenza di esperienze manifestamente simili?
Prima di discutere le ragioni dell’accresciuta fragilità e dell’indurimento emotivo nei ragazzi orientati ai coetanei, dobbiamo chiarire il significato dell’espressione difeso contro la vulnerabilità, e del suo sinonimo fuga dalla vulnerabilità. Sono espressioni con cui intendiamo indicare le reazioni di difesa istintive del cervello quando viene sopraffatto da un senso di vulnerabilità. Queste reazioni inconsce vengono suscitate per difendersi non dalla reale vulnerabilità, ma da una percezione di vulnerabilità. La mente umana non è in grado di impedire che un bambino venga ferito, ma può impedire che senta, che percepisca la propria ferita. Le espressioni difeso contro la vulnerabilità e fuga dalla vulnerabilità contengono questi significati. Comunicano il senso di una perdita di contatto del bambino con pensieri e emozioni che lo fanno sentire vulnerabile, una diminuita consapevolezza della suscettibilità umana ad essere feriti emotivamente. Tutti, a volte, possiamo sperimentare una tale chiusura emotiva. Un bambino si difende contro la vulnerabilità quando la chiusura non è più solo una reazione temporanea, bensì una condizione duratura.
Esistono quattro ragioni per cui i ragazzi orientati ai coetanei sono più sensibili alle ferite emotive dei loro compagni orientati agli adulti. L’effetto finale è una fuga dalla vulnerabilità che somiglia in modo inquietante all’indurimento emotivo dei bambini traumatizzati.
I BAMBINI ORIENTATI AI COETANEI PERDONO
IL LORO SCUDO NATURALE CONTRO LO STRESS
La prima ragione per cui i bambini e i ragazzi orientati ai coetanei devono schermarsi emotivamente è che hanno perduto la loro naturale fonte di potere e di fiducia in se stessi e, allo stesso tempo, il loro scudo naturale contro il dolore e le ferite intollerabili.
A parte il flusso continuo di tragedie e traumi che avvengono ovunque, il mondo personale del bambino è fatto di interazioni profonde e intense, e di eventi che possono ferire: essere ignorati, non essere considerati importanti, venire esclusi, non essere all’altezza, sentirsi disapprovati, non venire apprezzati, non essere preferiti, essere ridicolizzati e umiliati. Ciò che protegge il bambino dal peso di tutto questo stress è l’attaccamento a un genitore. È l’attaccamento quello che conta: finché il bambino non sviluppa un attaccamento con coloro che lo disprezzano, il danno è relativamente contenuto. I rimproveri e gli insulti possono far male e provocare qualche lacrima, ma l’effetto non durerà a lungo. Quando il genitore funziona come bussola di riferimento, sono i messaggi che trasmette ad essere importanti. Se avvengono traumi o tragedie, il bambino si rivolgerà al genitore per capire se c’è da preoccuparsi. Se il loro attaccamento è solido, il cielo potrebbe crollare e venire la fine del mondo, ma il bambino sarà abbastanza protetto dalla sensazione di essere pericolosamente vulnerabile. Il film di Roberto Benigni, La Vita è Bella, in cui un padre ebreo si prodiga per proteggere il figlio dagli orrori del razzismo e del genocidio, illustra questo aspetto in modo molto toccante e intenso. L’attaccamento protegge il bambino dal mondo esterno.
Un padre mi raccontò una volta come aveva assistito al potere protettivo dell’attaccamento quando suo figlio, che chiameremo Braden, aveva circa cinque anni. “Braden voleva giocare a calcio nella squadra locale; il primo giorno di allenamento, alcuni bambini più grandi gli diedero filo da torcere. Quando sentii che lo deridevano e lo schernivano, mi trasformai senza indugio in un protettivo papà orso. Avevo tutte le intenzioni di far sì che quei bulli si dessero una bella regolata, quando osservai Braden che li fronteggiava, allungandosi in tutta la sua altezza, con le mani sui fianchi e sporgendo il petto più che poteva. Lo udii dire qualcosa del tipo, ‘Non sono un piccolo stupido imbranato! Papà dice che sono un calciatore’. E questo sembrò bastare.” L’idea che Braden aveva di ciò che il padre pensava di lui lo protesse con più efficacia di quanto avrebbe mai potuto fare il padre attraverso un intervento diretto. La percezione che il padre aveva di lui ebbe la meglio sugli insulti dei compagni, che vennero in tal modo schivati. Al contrario, un bambino orientato ai coetanei che non si rivolgesse più agli adulti per il proprio senso di autostima, non godrebbe di una simile protezione.
Naturalmente questa dinamica presenta un rovescio della medaglia. L’attaccamento di questo bambino lo protegge contro le interazioni dolorose con gli altri tanto quanto lo rende sensibile ai gesti e alle parole del padre verso di lui. Se il padre lo sottovalutasse, lo umiliasse, lo investisse col suo disprezzo, Braden ne sarebbe devastato. Il suo attaccamento ai genitori lo rende molto vulnerabile in relazione a loro e meno vulnerabile in relazione agli altri. Esiste un interno e un esterno: la vulnerabilità è all’interno dell’attaccamento e l’invulnerabilità all’esterno. L’attaccamento è allo stesso tempo lama e scudo; divide il mondo fra coloro che hanno il potere di ferire e coloro che non lo hanno. L’attaccamento e la vulnerabilità, questi due grandi temi dell’esistenza umana, vanno mano nella mano.
Una parte ovvia del nostro lavoro di genitori è quella di difendere i figli dalle ferite fisiche. Nel campo della psiche, malgrado la parte ferita non sia necessariamente visibile, la possibilità di essere feriti è anche maggiore. Persino noi adulti, per quanto relativamente maturi, possiamo essere scagliati violentemente fuori rotta o essere immobilizzati dal dolore emotivo quando una relazione di attaccamento si spezza. Se gli adulti possono essere feriti a tal punto, tanto più lo saranno i nostri figli, che sono molto più dipendenti e hanno molto più bisogno di affidarsi agli attaccamenti.
L’attaccamento è, per un bambino, il bisogno più pressante e una spinta formidabile, e tuttavia è sempre l’attaccamento che lo predispone al dolore delle ferite. Come due facce di una stessa medaglia, non si può avere l’una senza l’altra. Più un bambino è attaccato, più è vulnerabile: l’attaccamento è il territorio della vulnerabilità. E questo ci porta al secondo dei motivi per cui i bambini orientati ai coetanei hanno bisogno di alzare alte barriere di difesa emotiva.
I BAMBINI ORIENTATI AI COETANEI SONO PIù VULNERABILI
ALLE INTERAZIONI PRIVE DI SENSIBILITà DEI PARI
Proprio come un bambino orientato agli adulti è più vulnerabile nei confronti di genitori e insegnanti, i bambini orientati ai coetanei lo sono invece gli uni in relazione agli altri. Una volta perso lo scudo del loro attaccamento parentale, essi diventano estremamente sensibili alle azioni e alla comunicazione degli altri bambini. Il problema è che la naturale interazione fra coetanei è tutto fuorché attenta, sensibile e premurosa. Quando i coetanei prendono il posto dei genitori, questa interazione irresponsabile e disattenta acquisisce un potere che non avrebbe mai dovuto avere. L’emotività e la sensibilità ne sono facilmente sopraffatte. Si immagini come ce la caveremmo noi adulti se fossimo assoggettati dagli amici al tipo di interazione sociale che i bambini subiscono ogni santo giorno: i tradimenti meschini, il rifiuto, il disprezzo, la pura mancanza di affidabilità. Nessuna meraviglia che i ragazzi orientati ai coetanei si chiudano di fronte alla vulnerabilità.
La letteratura che studia l’impatto sui ragazzi del rifiuto da parte dei coetanei, e che si fonda su ricerche estese, è molto esplicita sulle conseguenze negative e utilizza termini come devastante, rovinoso, sconvolgente, umiliante22. I suicidi dei minori sono in aumento, e gli studi indicano che il rifiuto da parte dei coetanei ne è sempre più la causa. Ho osservato io stesso le vite di numerosi adulti e ragazzi distrutte dalla sofferenza per il modo in cui erano stati trattati dai loro pari. Il mio primissimo cliente è stato proprio un adulto, vittima di soprusi da parte dei compagni quando ancora frequentava la scuola elementare. Per ragioni a lui sconosciute, divenne il capro espiatorio di un gruppo di bambini frustrati che lo maltrattavano di continuo. Sviluppò ossessioni e compulsioni talmente serie che gli impedivano di condurre una vita normale. Egli, ad esempio, non poteva tollerare alcun riferimento al numero 57 perché il 1957 fu l’anno peggiore dei maltrattamenti subiti. Quando veniva contaminato da quel numero, doveva inscenare rituali complessi di pulizia che gli rendevano la vita impossibile. L’ostracismo e i soprusi dei pari hanno rovinato la vita a molti di questi capri espiatori dell’infanzia (studi recenti dimostrano che questo genere di fenomeni è rapidamente in aumento sotto l’influenza dell’orientamento ai coetanei, e li osserveremo più da vicino nei capitoli 10 e 11, dedicati all’aggressività e al bullismo).
Il primo colpevole è considerato il rifiuto da parte dei compagni: sfuggire, escludere, schernire e umiliare, deridere, sbeffeggiare, perseguitare. La conclusione a cui sono pervenuti alcuni esperti è che l’accettazione da parte dei coetanei è assolutamente necessaria alla salute emotiva e al benessere del bambino, e nulla è peggio del non piacere ai compagni. Si ipotizza che il rifiuto da parte dei coetanei condanni automaticamente a dubitare di sé per il resto della vita. Molti genitori, oggi, vivono con la paura che i propri figli non abbiano amici e non siano apprezzati dai coetanei. Questo modo di pensare non considera due aspetti fondamentali: cosa rende un bambino tanto vulnerabile in prima istanza? E perché questa vulnerabilità è in aumento?
È assolutamente vero che i bambini snobbano e disprezzano, ignorano, sfuggono, umiliano, deridono e sbeffeggiano; lo hanno sempre fatto se non sorvegliati a sufficienza dagli adulti responsabili. Ma è l’attaccamento, non il comportamento e il linguaggio insensibile dei compagni, a determinare la loro vulnerabilità. Gli studi moderni, focalizzati sull’impatto del rifiuto e dell’accettazione da parte dei pari, si lasciano completamente sfuggire il ruolo dell’attaccamento. Se il bambino possiede un attaccamento primario con i genitori, è l’accettazione genitoriale che diventa vitale per la sua salute emotiva e il suo benessere, e il non piacere ai genitori è un colpo devastante per la sua autostima. La disposizione dei bambini alla crudeltà probabilmente non è mutata ma, come mostrano le ricerche, le ferite che i nostri figli si infliggono a vicenda sono aumentate. Se oggi molti bambini sono traumatizzati dall’insensibilità dei loro coetanei, questo non dipende per forza dal fatto che i bambini di oggi siano più crudeli rispetto al passato, ma è invece dovuto al fatto che l’orientamento ai pari li ha resi più suscettibili agli insulti reciproci e agli attacchi emotivi. Il non essere riusciti a preservare l’attaccamento dei nostri figli con noi e con gli altri adulti di riferimento, non solo li ha privati dei loro scudi difensivi, ma ha armato di spada la mano dei loro compagni. Quando i coetanei sostituiscono i genitori, i bambini perdono la loro protezione vitale contro l’egoismo degli altri. In tali circostanze, la vulnerabilità del bambino può essere facilmente sopraffatta; il dolore che ne risulta è più di quanto molti riescano a sopportare.
Gli studi sono inequivocabili nell’accertare che la miglior protezione per un bambino, anche durante l’adolescenza, è un forte attaccamento con un adulto. Lo studio più imponente riguardò novantamila adolescenti provenienti da ottanta comunità diverse, scelte per essere il più possibile rappresentative degli Stati Uniti. La scoperta principale fu che gli adol...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Prefazione all’edizione italiana
  3. Introduzione per le edizioni europee
  4. Nota al lettore
  5. Ringraziamenti
  6. Prima Parte - Il fenomeno dell’orientamento ai coetanei
  7. Seconda Parte - Sabotati:
  8. Terza parte - Confinati nell’immaturità:
  9. Quarta parte - Come tenersi stretti i propri figli(o come riprenderseli)
  10. Quinta parte - Prevenire l’orientamento ai coetanei
  11. Glossario

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