capitolo secondo
Controllare e dominare
Verso una politica digitale
Se per politica intendiamo la forma di una società organizzata passibile di trasformazione istituente da parte della volizione umana, a date condizioni e secondo alcuni vincoli, allora la politica è per definizione sociale, a prescindere dal regime ereditato o adottato. E anche al di qua se a governare siano pochi, molti, uno, i migliori, i predestinati, nessuno o, come accade nelle democrazie contemporanee, gli eletti. L’aggettivo sociale non aggiunge solo il significato della sfera contestuale, del campo di applicazione della politica che dà forma alla società; esso rinvia anche, e peraltro più significativamente, alle trame relazionali che si annodano e si snodano in continuazione, che danno vita alla società, consentendole anche quelle trasformazioni istituenti senza le quali ogni società si trasforma in un corpo inorganico, stantio, decrepito. Beninteso, la trasformazione può essere progressiva o regressiva, rivoluzionaria o reazionaria, riformista o conservatrice per dirla in gergo, nessuna garanzia infatti di destinazione della trasformazione attivata dai modi di esistenza, dalle forme di vita relazionali che costituiscono la società conferendole quei legami indispensabili alla sua esistenza e sopravvivenza.
Oggi sembrerebbe affacciarsi una figura inedita, una configurazione di «società asociale»1 in cui le trame relazionali disertano progressivamente e proporzionalmente lo scenario della quotidianità reale per dislocarsi sul suo simulacro iperrealista, la dimensione social in cui vengono simulate relazioni altrettanto forti e vincolanti quanto quei legami annodati nella vita non virtuale. Come se una e finale in meno causasse, potesse causare, una catastrofe (in senso epistemico) della società e la sua metamorfosi in un’altra sfera non del tutto nota e governabile secondo logiche e pratiche sin qui ereditate.
Si affaccia una sfera pubblica popolata da un «individualismo di massa»2 governato da dispositivi di sorveglianza algoritmica – «il panopticon perde i tratti labirintici del castello kafkiano e dei suoi meandri giuridici per assumere quelli binari, ben più potenti e onnipresenti, del codice alfanumerico»3 – che illudono a un rafforzamento dell’autonomia individuale, il sé compiaciuto del selfie autocratico a fronte del proprio smartphone, mentre l’etero-direzione assume forza immensa, verticalizzando secondo un controllo gerarchico la pretesa orizzontalità di quel web che dovrebbe garantire, tradendola, l’autonomia a ogni singolo individuo a esso connesso. «Una delle più clamorose etero-genesi dei fini della storia: l’orizzontalità della forma a rete che si trasforma in comando e controllo nei principali ambiti della vita collettiva»4, dalla formazione della propria opinione in fatto di gusti estetici, di scelte commerciali, di opzioni politiche, di adesione a club di appartenenza, di consenso elettorale.
In modo controintuitivo, la sfera social (senza e finale) allarga, e non restringe, la distanza tra momento partecipativo e momento decisionale, poiché il punto cruciale di connessione, legato al fattore volitivo che collega partecipazione e decisione attraverso l’autoistruzione della propria singolare formazione della consapevolezza, come avviene in gradienti differenziati nella vita quotidiana, in quella dimensione è assolutamente mediata dalla tecnologia politica che da un lato offre una condizione specifica di partecipazione interamente sul piano virtuale, e dall’altro etero-dirige il momento deliberativo secondo gli input calibrati a misura singolare elaborati dall’algoritmo che fabbrica consapevolezza orientata politicamente – ma anche commercialmente, esteticamente.
L’umanità si è da sempre caratterizzata per l’invenzione di tecnologie, ora di sopravvivenza, ora di survivenza, ora di sopraevenienza. La relazione tra corpo e macchina è la nostra «natura prima», e pertanto affatto neutrale perché, da un lato, segna il nostro rapporto con il mondo, incidendo profondamente in esso sino a mutarlo e trasformarlo nel corso dei millenni (ma con il riscaldamento climatico anche nel corso di decenni); dall’altro, manifesta la peculiarità della donazione di senso che l’umano offre a sé stesso nel riflettere più o meno criticamente quella relazione con il mondo mediata anche dalla tecnologia. Gli algoritmi non sfuggono per niente a questa cifra, caso mai occorre interrogarsi in che mondo essi «riorganizzano gli organismi viventi»5. L’accelerazione prodotta dalle strutture di produzione di significato istruite dalla tecnologia algoritmica ha indubbiamente delle refluenze sulla nostra capacità mentale di reazione a essa, non solo per gli orizzonti ancora inediti che si spalancano davanti all’umano, precedentemente non visti né percepiti, ma anche perché gli «psico-algoritmi»6 costituiscono il nuovo spazio condizionale al cui interno corpi e menti agiscono.
In politica, come afferma Castells, ormai è evidente come la sfera mediale definisce il campo ove si misurano i conflitti di potere, tra istituzioni, tra attori in competizione, tra soggetti in cerca di identità, di riconoscimento, di affermazione. E questa sfera è sempre più attraversata dalla potenza degli algoritmi che, giusto per fare un esempio indicativo, dettano il ritmo delle notizie dietro alle quali la politica si affanna a rincorrere. «Le notizie ci raggiungono velocemente solo in base a insondabili e non condivisi criteri di interesse da parte del distributore, che diventa il vero fabbricatore del senso comune, sia rispetto all’autore che all’utente»7. Ciò provoca un gap di sincronia nella modernità democratica, in cui la linea tradizionale che dalla proposta perviene alla decisione passando più o meno necessariamente dal consenso, viene soppiantata dalla decisione offerta dalla tecnologia politica cui aderire o meno, bypassando quindi la formazione dell’opinione pubblica la cui temporalità è ormai fuori sincrono dalla potenza di fuoco di un dato gettato sui social a forte effetto di reazione impulsiva. Ed è chiaro come tale asimmetria nuoccia gravemente alla decisione politica fondata sul consenso, peraltro oggi surrogata dalla sondaggite permanente che simula fittiziamente, ma dal forte effetto di realtà, la ormai vetusta periodicità del ricorso elettorale alle urne, ridotta ad arcaismo funzionale a rafforzare, caso mai, quanto preventivato dal sondaggio.
Il processo comune, pubblico, della formazione dell’istanza politica nel cittadino, che animerebbe la volontà sovrana della conoscenza, della comprensione, del confronto dialettico, della partecipazione al conflitto, della condivisione della deliberazione, viene privatizzato dal titolare dell’algoritmo che «afferma il suo potere perché impone il suo significato. L’algoritmo stesso per la sua struttura semantica, la sua gerarchia cognitiva, diventa un significato da assorbire, interiorizzare, adottare. La rivoluzione digitale si manifesta proprio rovesciando la gerarchia fra la governance e il messaggio, creando appunto una nuova geometria non euclidea delle relazioni sociali»8. E in effetti così si ridisloca il rapporto governanti/governati, nel quale i primi cambiano casacca, luogo e visibilità per nascondersi dietro cifre che rievocano ineluttabilità e indiscutibilità dei loro dogmi, celandosi dietro la cortina fumogena di un’élite politica che fatica a individuare la propria leva rappresentativa e a individuarsi quale funzione variabile e subordinata dell’algoritmo; mentre i secondi, «cittadini calcolati dai monopoli calcolanti»9, subiscono il fascino aristotelico di una profilazione così vicina alla perfezione della propria identità ormai costruita a misura delle tracce lasciate, che rende quasi impossibile una percezione di sé differente, se non sotto il paradigma della devianza asociale, quindi da rettificare pena la scomparsa dalla streaming life, dalla scena simultanea di visibilità e di identità.
«Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo e […] così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la Cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di schiavi»10. Il sogno di una società automatizzata, in cui la tecnologia assorbe ogni rapporto di subordinazione lasciando quindi l’umano alla piena libertà delle relazioni sociali, orizzontali e senza rapporti di dominazione, giacché il potere ormai si disloca in automatismi post-umani al riparo da appetiti di dominio e da rapporti di forza, è destinato all’impossibilità, caso mai avesse mai avuto una chance logica prima ancora che di realizzazione, poiché l’automatismo è di segno proprietario, nascosto dietro alla mostruosità di formule algoritmiche di incerta provenienza e di celata produzione. L’illusione di una democrazia diretta digitale si infrange di fronte al vecchio principio di appropriazione di potere che viene sancito de facto e legittimato de jure, solo che oggi l’imprimatur giuridico viene scavalcato dall’effettività de facto, rendendo al limite superfluo la sua legittimità; o meglio, parassitandola sotto la specie della sua funzionalità.
L’idea della democrazia algoritmica, digitale, si alimenta infatti dell’antica critica alla democrazia diretta in era di Stati nazionali dagli ampi numeri di cittadini coinvolgibili, i cui corpi fisici sarebbero incomprimibili nei luoghi della deliberazione in cui confrontare opinioni, vagliarne accuratamente la bontà argomentativa e la ragionevolezza rispetto agli ideali ast...