Questo libro ha un originale approccio storico-filosofico alle scienze della vita, nella prospettiva più generale di una critica della verità scientifica. Le scienza della vita – dalla biologia alla medicina, dalla biochimica alla biofisica – vengono analizzate nella loro struttura epistemologica, nei loro rapporti con l'ideologia, nelle relazioni di potere a cui appartengono: situate all'interno dei processi di costituzione del soggetto moderno, esse richiedono un'integrazione molto stretta tra l'interrogazione filosofica e l'indagine storica. Il corpo e l'anima – posta in gioco nascosta o dimenticata di tali discipline – definiscono un campo di problematizzazione che ha reso necessario, sul terreno metodologico, il superamento del canone idealistico, ma anche lo scacco del determinismo marxista e del riduzionismo sociologistico. La critica epistemologica ed il lavoro storico diventano così strategie complementari funzionali alla descrizione dei rapporti tra i saperi e le pratiche, tra le conoscenze e le decisioni, tra la verità scientifica ed il suo funzionamento istituzionale.

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Conoscenza e dominio. Le scienze della vita tra filosofia e storia
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FilosofiaCategoria
Storia e teoria della filosofiaCapitolo primo
Il caso e la necessità
1. A proposito di Monod. Biologia e teoria della conoscenza
In questi ultimi anni è emersa con sempre maggior chiarezza la consapevolezza delle implicazioni etiche ed ideologiche contenute nello sviluppo dell’indagine scientifica. Anche in Jacques Monod, già nella Leçon inaugurale al Collège de France1, questa convinzione è espressa in maniera assolutamente evidente: la scienza provoca sempre e comunque un atteggiamento etico, una concezione etico-filosofica, che viene molto spesso incompresa o misconosciuta, mentre in realtà funziona come base insopprimibile dello stesso edificio conoscitivo. “La science est d’abord une attitude morale”2. Tuttavia, tale lucida consapevolezza non trova paradossalmente altri riscontri all’infuori di queste affermazioni di principio: si è in realtà ancora e comunque convinti che il discorso scientifico sia dotato di una sua dimensione oggettiva e di una sua intrinseca autonomia. Tra il mondo dei valori e il mondo dei fatti non può che esistere un rapporto esterno, mediato o mediabile solo attraverso la coscienza soggettiva del singolo ricercatore. Nell’ultimo capitolo del suo saggio, Il Caso e la Necessità, Monod afferma con convinzione che il principio dell’oggettività della natura, oltre a rappresentare il postulato fondamentale su cui viene costruito tutto l’edificio scientifico della biologia, è anche un assioma di valore, che rende possibile la costruzione di un’etica della conoscenza. L’ingenuità filosofica più vistosa è quella di credere che queste premesse logiche ed ideologiche siano necessariamente compatibili con uno sviluppo autonomo e rigorosamente indipendente delle scienze sperimentali. In realtà, è quasi sempre esistita, nella scienza sperimentale, una interferenza continua tra fatti e valori: il saggio di Monod è a tal proposito assolutamente significativo, se non altro per il fatto che tutte le nuove scoperte della biologia molecolare vengono esposte e rappresentate con un linguaggio ancora arcaico, la cui area semantica si fa continuamente portatrice - talora in maniera non esplicita - di valori, di ideologie o di concezioni filosofiche spesso inadeguate ed incongrue rispetto alla portata epistemologica ed agli orizzonti conoscitivi nuovi aperti dalla moderna biologia. I concetti di caso e di necessità, pilastri attorno ai quali ruota tutta la biologia molecolare di Monod, sono quelli su cui maggiormente si addensano le conseguenze negative di questa pericolosa divaricazione tra linguaggio e contenuti delle scienze. Una scarsa sensibilità per questo tipo di problemi è del resto presente non solo nel libro di Monod, ma anche - ci sembra - in gran parte dei lavori sperimentali condotti nell’ambito della biologia, con il rischio di provocare grossi equivoci e pericolose ambiguità inerenti alla sistemazione ed alla interpretazione teorica dei dati.
È oramai abbastanza noto che le grandi rivoluzioni scientifiche del nostro secolo, soprattutto nel campo della fisica, sono sempre state accompagnate dal problema e dall’urgenza di una risistemazione dei mezzi logico-linguistici adatti a rappresentare la ricchezza e la novità dei contenuti.
Il principio di indeterminazione di Werner Heisenberg, che risale al 1927, ha quasi immediatamente sollecitato il problema di un mutamento radicale del tipo di logica adatta a rappresentare gli eventi della fisica. In base a quel principio, ricavato dall’ambito della microfisica, ma ritenuto teoricamente valido in rapporto a qualunque grandezza del sistema fisico considerato, si sa ormai che non è possibile misurare contemporaneamente e con precisione coppie di grandezze coniugate: ad esempio, la quantità di movimento di una particella in un determinato istante di tempo e la posizione della stessa particella nel medesimo istante di tempo. Se si riesce a misurare con precisione una di queste due grandezze coniugate, l’altra resta indeterminata. Il principio di indeterminazione ha provocato una vera e propria rivoluzione del concetto di casualità, che si è ormai estesa a tutta la fisica contemporanea, inducendo, come si diceva, l’esigenza di una revisione radicale della strumentazione logica e linguistica atta a rappresentare ed a descrivere gli eventi e le leggi del mondo fisico. Una delle proposte più conosciute è forse quella di Hans Reichenbach3, che si esprime a favore di una revisione completa della logica, partendo dalla sostituzione dei due tradizionali valori di verità (vero-falso) con tre valori possibili di verità: vero, falso, indeterminato. Ogni enunciato può quindi essere vero, falso o indeterminato: non è data la possibilità di un quarto valore di verità. Rudolf Carnap, di solito molto prudente verso le proposte di rinnovamenti radicali e sistematici della logica, riconosce che l’esigenza di aggiornare la forma del discorso logico, rispetto ai contenuti nuovi emersi dalla ricerca scientifica, non è più rinviabile ed auspica non solo una stretta cooperazione tra fisici e logici, ma addirittura un “lavoro di giovani che abbiano studiato sia la fisica che la logica”4. Nello sviluppare il suo discorso scientifico, Monod non sembra avvertire questa urgente necessità, se non di ridurre il linguaggio a logica, laddove sia possibile, perlomeno di eliminare da esso ogni implicazione di valore.
Sorprende l’insensibilità di Monod per questo tipo di problemi, soprattutto se si considera che la teoria molecolare del codice genetico - l’argomento scientifico più importante del suo ultimo saggio - è considerata come la nuova base rivoluzionaria della biologia, il cui ruolo, secondo l’autore, è molto simile a quello svolto dalla teoria quantistica, “base universale” di tutta la chimica5.
È forse opportuno, a questo punto, analizzare in breve il contenuto del saggio, proprio per definire poi più puntualmente i momenti cruciali del discorso scientifico dentro ai quali si registrano queste interferenze tra gli apriorismi dell’ideologia e l’esposizione sistematica dei risultati sperimentali. Il saggio, in realtà, nonostante l’apparente scioltezza e facilità dell’esposizione, obbedisce ad una coerenza interna molto rigorosa.
Dopo una breve prefazione, nella quale è subito chiara la pretesa filosofica oltre che scientifica di tutto il libro, il primo capitolo affronta direttamente il problema di una definizione delle caratteristiche essenziali che distinguono gli esseri viventi dalla natura inorganica e dagli artefatti forgiati direttamente dall’uomo.
Gli esseri viventi sono anzitutto dotati di un progetto, rappresentato dalla loro struttura e realizzato dalle loro prestazioni. La proprietà di essere dotati di un progetto si chiama teleonomia, ed è una delle caratteristiche essenziali degli esseri viventi.
Tuttavia la teleonomia, da sola, è insufficiente a spiegare la differenza tra gli esseri viventi e le strutture inorganiche o gli oggetti artificiali. Le proprietà di un oggetto artificiale, ad esempio, sono sempre il risultato di forze esterne che lo hanno forgiato: al contrario, la struttura di un essere vivente “non deve praticamente nulla all’azione delle forze esterne, mentre deve tutto a interazioni ‘morfogenetiche’ interne all’oggetto medesimo” (p. 22). Questo determinismo interno ed autonomo degli esseri viventi, che ne assicura la formazione e la crescita, è il meccanismo chiamato da Monod morfogenesi autonoma, che sta alla base della teleonomia e che consente, in altri termini, agli esseri viventi stessi la realizzazione del progetto teleonomico primitivo, originario ed essenziale: la conservazione e la moltiplicazione della specie. Ogni struttura teleonomica rappresenta una quantità data di informazione che è stata trasmessa fedelmente da un’altra struttura identica. Perciò si può concludere che gli esseri viventi hanno, come proprietà caratteristica, il potere e la capacità di riprodurre e di trasmettere l’informazione corrispondente alla loro struttura. Questa proprietà si chiama riproduzione invariante o invarianza riproduttiva. Il contenuto di invarianza di una specie è la “quantità di informazione che, trasmessa da una generazione all’altra, assicura la conservazione della norma strutturale specifica” (p. 24). Riassumendo, si può dire che gli esseri viventi sono caratterizzati da un meccanismo fondamentale, la morfogenesi autonoma, e da due proprietà essenziali, l’invarianza e la teleonomia, di cui la stessa morfogenesi costituisce la base necessaria.
Gli acidi nucleici sono il contenuto genetico specifico dell’invarianza riproduttiva, mentre le proteine realizzano le prestazioni teleonomiche.
L’invarianza riproduttiva ha l’aspetto di un paradosso, o addirittura di un “miracolo”; in realtà, il “paradosso dell’invarianza” non significa null’altro che il problema delle compatibilità tra l’invarianza riproduttiva e il 2° principio della termodinamica, cioè tra l’invarianza come neghentropia, come “riproduzione e moltiplicazione di strutture dotate di un ordine elevato” (p. 27) e il principio generale, valido per l’universo in quanto sistema isolato, della degradazione continua di energia: cioè il principio generale in base a cui l’entropia, come misura dell’aumento del disordine, cresce continuamente. Monod, invece di spiegare scientificamente la vita come episodio neghentropico interno ad una economia generale entropica - e si tratta di una spiegazione possibile, soprattutto con l’aiuto degli strumenti matematici6 - si limita a rilevare la presenza di una non meglio spiegata “contraddizione epistemologica”, non si capisce se profonda o apparente (cfr. pp. 27-30), che comunque richiede, per essere capita, qualcosa di ben più profondo delle leggi fisiche: “la nostra comprensione, la nostra intuizione del fenomeno” (p. 29). È proprio questa l’inadeguatezza del linguaggio rispetto ai contenuti, della quale si è parlato precedentemente: una inadeguatezza, vorremmo ora aggiungere, che rischia continuamente di costituirsi come stravolgimento interpretativo dei dati forniti dalla ricerca sperimentale, o, addirittura, come incapacità ed impossibilità di liberare lo sviluppo e la formulazione delle ipotesi scientifiche dai rigidi condizionamenti di natura ideologica che fin da principio le incatenano. Il caso del rapporto tra entropia e neghentropia è senza dubbio tra i meno importanti, proprio nella misura in cui si risolve soltanto nel mancato approfondimento teorico di un problema fondamentale della scienza, i cui termini, tuttavia, sono proposti con sufficiente chiarezza. È invece molto più problematico, sempre all’interno del I capitolo, il discorso, appena introdotto, che postula l’assoluta indipendenza ed autonomia della morfogenesi rispetto all’influenza dell’ambiente esterno: è quasi un postulato, un assioma speculativo che verrà ribadito e al tempo stesso più volte contraddetto nei capitoli successivi.
Una delle chiavi per comprendere il significato ideologico di queste tesi scientifiche sta forse nella lettura del II capitolo, che rappresenta una pacata ma decisa polemica contro il vitalismo e l’animismo: a parere di Monod, queste due ideologie, nelle quali più o meno direttamente rientrano diverse correnti filosofiche, hanno il torto di privilegiare la teleonomia rispetto all’invarianza, di presupporre l’abbandono del postulato della oggettività della natura, e quindi, in ultima analisi, di considerare l’evoluzione cosmica in termini finalistici: cioè come una evoluzione che doveva necessariamente produrre la nascita della biosfera e quindi la comparsa del suo prodotto più perfetto: la specie umana. Le teorie vitalistiche - secondo Monod - sostengono che un principio teleonomico limita rigorosamente i suoi interventi solo all’ambito della biosfera. Il vitalismo metafisico, che ha in Bergson il suo più illustre esponente, vede l’evoluzione come dispiegamento di una libertà totale dell’élan vital, dello slancio creatore, il cui stadio supremo è naturalmente l’uomo. Questa critica apparentemente assai dura del vitalismo metafisico bergsoniano verrà poi ripresa, ma in termini assolutamente rovesciati, alla fine del VI capitolo: Monod scoprirà in effetti che Bergson è in fondo migliore di tutti gli animisti, tra i quali, naturalmente, c’è anche Engels: in ultima analisi, la teoria dello slancio vitale, come creatore di novità assoluta ed imprevedibile, sembra meravigliosamente accordarsi con una concezione scientifica che vede l’evoluzione dipendere da mutazioni di ordine microscopico, assolutamente fortuite ed imprevedibili. Questa “apparente convergenza tra le vie della metafisica bergsoniana e quelle della scienza” (p. 98), sembra rallegrare Monod, anch’egli affascinato, come lo era stato Bergson, dalla “sfolgorante ricchezza della biosfera” (p. 98).
A prescindere da queste impennate mistiche, preferiamo non soffermarci sul significato filosofico - che del resto è assai rozzo e povero - delle tentazioni metafisiche di Monod. Ci sembra molto più utile, anche se meno comodo, rintracciare la tentazione metafisica dentro al discorso scientifico, visto nelle sue articolazioni concrete. Dal punto di vista più strettamente filosofico ed ideologico, è molto più interessante osservare che il vero bersaglio polemico di Monod è il materialismo dialettico, interpretato da un lato come riproposizione dell’antica alleanza animistica uomo-natura, dall’altro lato, ed in ultima istanza, come teoria che vede nel mondo esterno una realtà integralmente riflessa dal pensiero umano. Per il materialismo dialettico, afferma Monod, “è indispensabile che il Ding an Sich, la cosa o il fenomeno in sé giunga fino al livello della coscienza” (p. 40), considerata come “specchio perfetto”, capace di restituire all’uomo il mondo esterno “nella completa integrità delle sue strutture e del suo movimento” (p. 41). Dietro a questa facciata materialistica, si nasconde in realtà la proiezione animistica, in base alla quale l’inversione dell’idealismo hegeliano significa soltanto che le leggi dialettiche dello spirito, in senso appunto hegeliano, vengono conservate immutate e trasformate in “leggi di un universo esclusivamente materiale”. In questo modo la dialettica significa un insieme di leggi precostituite, o al massimo verificate in rapporto alla realtà sociale, che si tenta poi meccanicamente e dogmaticamente di applicare al mondo della natura ed alle scienze esatte. In questa accusa duplice di restaurazione animistica e di dogmatismo, Monod coinvolge sia il materialismo dialettico “staliniano”, alla Lysenko, sia la Dialettica della Natura, di F. Engels (p. 43).
Comunque, il denominatore comune, l’ideologia sottostante del vitalismo e dell’animismo, è per Monod “l’illusione antropocentrica” (p. 44), “l’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza” (p. 46). Nei capitoli successivi, il III, il IV ed il V, Monod espone gli ...
Indice dei contenuti
- CoverImage
- Galzigna Conoscenza e dominio
- 1. Il caso e la necessità
- 2. L’organismo e l’ambiente. Epistemologia e storia
- 3. La fabbrica del corpo. Una prova di ricerca
- 4. Il gioco e la regola
- 5. Postilla filosofica
- 6. POST-FAZIONE di Jacques Roger
Domande frequenti
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