Se fosse vero che la natura dei luoghi determina la natura dei popoli e il loro destino, il Messico, per la sua posizione unica al mondo, dovrebbe essere il convegno universale del commercio e dell'incivilimento.
Ampio triangolo, chiuso a settentrione da lande inospite, ma lambito a oriente e occidente dai due Oceani, esso può da' suoi porti communicare senza alcun circuito, da un lato direttamente coll'Europa, coll'Africa, coll'Asia Minore fino agli intimi recessi del Mar Nero; dall'altro colla grande Asia, coll'Australia, colla Polinesia, mentre può con facile costeggio raggiungere qualunque punto d'ambo i littorali d'ambo le Americhe fino alle zone polari. E inoltre un breve passaggio terrestre congiunge i due mari sia per la terra di Tehuantepec, ch'è sgombra di monti, sia per la via quasi tutta navigabile di Nicaragua, sia finalmente per l'istmo di Panàma; fino al quale può tuttavia geograficamente estendersi il nome del Messico, come già si estendeva politicamente. E infine alcuno direbbe che la natura, col corso spontaneo dei venti e dei mari, abbia voluto guidare le navi dall'Africa al Messico, dal Messico agli Stati Uniti e all'Inghilterra; e sull'altro Oceano, dal Messico al Giapone, alla China, all'India.
Senonchè, nulla valgono i favori della natura, come nulla vale l'ingegno, finchè non si compia nei popoli una certa evoluzione d'idee, di cui la filosofia non ha peranco indagate le cause moventi e le leggi fatali. I popoli sono guidati dai loro pensieri; e nelle regioni del pensiero giace il secreto dei loro destini.
Quando un'idea maturata nel seno alle republiche della Liguria, della Toscana, della Venezia, e personificata in Marco Polo, in Paolo Toscanelli, in Colombo, in Americo, in Caboto, ebbe spinto i semibarbari vassalli di Carlo V alla conquista della terra dell'oro, essi approdando alle maremme della zona torrida, videro con meraviglia estollersi a breve distanza una catena d'alpi nevose. E a misura che salivano, videro con meraviglia la vegetazione tropicale della tierra caliente a poco a poco rifarsi simile a quella delle terre temperate della Spagna e infine delle regioni più aspre del settentrione. E con più stupore udirono che dietro al dorso di quei monti, ma sempre a enorme altezza, giacevano valli e pianure, che colassù godevano un clima invariabilmente mite; ed erano coperte di campi ben coltivati, con città popolose e belle.
Ma nel primo incontrarsi con esseri umani, subito seppero che là pure, come nel mondo antico, i popoli combattevano, li uni pel dominio, li altri per la libertà. La nazione dei Totonachi, che abitava quelle prime terre, invocò immantinenti contro un lontano oppressore le armi di ferro e di foco e i non mai visti cavalli di Fernando Cortês. E questi, guidato e scortato da tali inaspettati amici, potè varcare quelle alpi, alle quali, pel fiammeggiare notturno d'un altissimo vulcano, si dava il nome di monti della stella (Citlal Tepetl). E al di là trovò altri popoli, non oppressi ma liberi, e non meno nemici al potente regnatore. E dopo breve prova d'armi, venuto con loro in amicizia, ed accolto entro le forti difese dei loro monti e nella loro città di Tlaxcala, vi ravvisò con sua meraviglia una republica di patrizii, non dispersi per castella e ville come presso le genti celtiche, teutoniche e slave; ma radunati in palazzi entro le mura d'una città come in Italia. E scrisse a Carlo V: “Secondo che ho potuto comprendere, questa gente seguita il governo de' Veneziani, de' Genovesi e dei Pisani; perciocchè non hanno signore particolare; ma sono molti signori, che tutti dimorano nella medesima città; li abitatori del paese sono lavoratori; e sono sudditi a questi signori, ciascuno dei quali ha le sue proprie città. E secondo le facende e le guerre che nascono, si radunano tutti insieme e deliberano – Giudico che di circuito sia maggiore della città di Granata e più forte e di edificii tanto belli e forse più ricchi e più pieni di popolo che non era Granata in quel tempo che i nostri la tolsero dalle mani dei Mori. In questa città è una piazza nella quale ogni giorno si veggono più di trentamila persone a vendere e comprare, oltre l'altre piazze. – Quivi sono luoghi ordinati per vendere oro, argento e gioje e altre sorte d'ornamenti e penne tanto bene acconce, che in niun altro mercato o piazza di tutto il mondo si potriano trovare le più belle. Vi sono anche bagni; e finalmente tra di loro apparisce una vista d'ogni buon ordine e regola. – In questa provincia, secondo il conto ch'io feci far diligentemente, sono più di centocinquantamila case”.
Varcata altra catena d'alpi nevose fra i due vulcani del monte Fumo (Popoco Tepetl) e della Bianca Donna (Iztac Cihuatl), ad un tratto gli si aperse dinanzi un vasto anfiteatro: mille e cinquecento miglia quadre, tutte ricinte in giro di maestosi monti; e chiudevano in seno una catena di laghi, lunga più di cinquanta miglia. Entro ai quali, a guisa d'isole, come in una Venezia mediterranea, surgevano parecchie città, facendo corona a Messico, superba sede del gran regnante la cui tetra potenza faceva gemere i popoli di trentacinque linguaggi. Onde Cortês, che con malpagata sollecitudine si affaticava a procacciare quello strano imperio a Carlo V oppressore già dell'Italia e dell'Olanda e della Germania e delle communi di Spagna, gli scriveva: “E forse che questo titolo non è d'essere riputato minore di quello d'Allemagna” (p. 225). In verità per ampiezza e ricchezza di terre era maggiore.
La città di Messico, nutrita delle spoglie e dei tributi di tanti fertili regni, aveva allora trecentomila abitanti; ...